Domenico Rossi, Generale, già Sottocapo di Stato Maggiore alla Difesa
La situazione nel conflitto tra Ucraina e Russia mostra uno scenario ormai ripetitivo. Continua la lenta e progressiva avanzata terrestre delle forze russe così come ha assunto una sempre maggiore densità il volume di fuoco, erogato da artiglierie, da aerei o attraverso droni, che si sta riversando su obiettivi civili, militari ,strategici e non sul territorio ucraino.
L’unica novità di rilievo può essere considerato il fatto che nella notte tra il 9 e il 10 settembre la Polonia si è ritrovata a fare da campo di tiro “volontario o casuale” di droni russi, lanciati contro l’Ucraina e finiti quindi nel suo spazio aereo ovvero di un Paese aderente alla NATO. Droni di provenienza iraniana che hanno attraversato i confini e sono stati immediatamente distrutti.
Per quanto concerne invece il Medio Oriente, è esplicito che Israele intenda perseguire fino in fondo il suo obiettivo di annullamento totale della capacità militare di Hamas. L’occupazione e la distruzione progressiva di Gaza city, attraverso tutte le forze disponibili, indipendentemente dalle vittime civili coinvolte e costringendo una massa di gente disperata ad allontanarsi dalla zona dei combattimenti, sono state ritenute le vie necessarie per raggiungere lo scopo. Di rilievo il bombardamento compiuto dalle Forze Armate israeliane in Qatar volto a decapitare la leadership di Hamas ivi residente o rifugiata questo perché secondo vari analisti il bombardamento «segna una svolta nei rapporti tra Israele e le monarchie del Golfo, mettendo in crisi gli Accordi di Abramo e in dubbio l’affidabilità degli USA».
In sintesi una situazione sostanzialmente immutata a fronte peraltro di importanti considerazioni che ne discendono.
Per quanto concerne il conflitto tra Ucraina e Russia è infatti ormai innegabile il fallimento della politica americana che a più riprese aveva invece cercato di rassicurare il mondo sulla possibilità di arrivare in tempi brevi ad una tregua, alla pace o quanto meno ad un incontro bilaterale tra Putin e Zelensky o a tre anche con la presenza del Presidente Trump. Quest’ultimo ha dovuto per certi versi “scaricare” ad altri le colpe di un percorso politico assolutamente incostante fino quasi ad “ alzare le mani” dichiarando l’incompatibilità assoluta tra Putin e Zelensky. Un percorso politico iniziato con un netto distacco dalla condotta tenuta dall’Europa, con un conflitto verbale acceso in diretta mondiale con il presidente Ucraino e terminato di fatto con l’accoglienza tributata a Putin in Alaska che ha tolto quest’ultimo dall’isolamento internazionale in cui si era posto.
Le difficoltà che si potevano immaginare nella linea intrapresa dalla leadership americana sono d’altronde testimoniate dalle preoccupanti dichiarazioni del presidente Trump che in visita ufficiale nel Regno Unito ha dichiarato «Siamo molto vicini a una guerra mondiale. Ho parlato con il presidente Putin molte volte, ma lui non ha mai mai fatto ciò che mi aveva detto, non ha mai neanche rispettato la leadership degli Stati Uniti». Peraltro, evocando anche la speranza di «qualche buona notizia nei prossimi giorni”.
Nel merito del suddetto sconfinamento di droni la considerazione più evidente è la sproporzione che vi è stata tra possibile offesa, forse portata per saggiare le capacità di reazione, e l’offesa. A fronte di droni da poche centinaia/migliaia di euro sono intervenuti : F-16 polacchi, F-35 olandesi, AWACS italiani, difese aeree Patriot e ogni sistema radar disponibile con un dispendio di energie e di risorse a parere non giustificato. Così come è parso esagerato minacciare da parte del Presidente Polacco Donald Tusk, che ha definito l’accaduto “un atto di aggressione”, di invocare l’articolo 4 della NATO ovvero la convocazione dei membri per esaminare la situazione e magari produrre l’ennesimo documento di condanna senza risultato concreto.
Una seconda considerazione riguarda l’atteggiamento della Comunità europea. Una Comunità che inizialmente ha guardato con favore, anche se con logiche remore, all’iniziativa americana dell’incontro Trump-Putin ma che ora ha preso atto con sempre maggiore preoccupazione della mancanza di volontà del Presidente Putin di giungere ad un tavolo negoziale se non imponendo preventivamente le sue condizioni. La minaccia da Est pertanto esiste e le esigenza di Difesa comune si stanno facendo sempre più pressanti. Non è un caso che in questo contesto il Ministro della Difesa Guido Crosetto abbia dichiarato «Non siamo pronti né a un attacco russo né a un attacco di un’altra nazione, lo dico da più tempo. Penso che abbiamo il compito di mettere questo Paese nella condizione di difendersi se qualche pazzo decidesse di attaccarci: non dico Putin, dico chiunque. Non siamo pronti perché non abbiamo investito più in difesa negli ultimi vent’anni e quindi i vent’anni non si recuperano in un anno o in due anni».
In estrema sintesi in questo momento non si intravede una via d’uscita a breve scadenza. Preoccupa militarmente l’avanzata russa perché la caduta di determinate posizioni potrebbe consentire alla Russia di accerchiare o meglio di far ritirare il grosso delle forze ucraine e non è assurdo ipotizzare una futura Ucraina dell’Ovest ed una dell’Est, come in Germania al temine del conflitto mondiale.
Per quanto riguarda il Medio Oriente ferma restando la decisa condanna della strage compiuta da Hamas in Israele, e il non accettabile diniego di quest’ultimo alla restituzione degli ostaggi, non si può non evidenziare come si sia creata una situazione difficilmente giustificabile con quanto accaduto. Il numero delle vittime civili ,che ovviamente comprendono anche i terroristi di Hamas certamente non riconoscibili da divise specifiche, ha superato le 60.000 unità. Vittime dovute non solo come effetto collaterale dei bombardamenti ma anche alle difficoltà reali di sopravvivenza causate dalla fame e dalla scarsa assistenza sanitaria.
Le scene proiettate dai mass media hanno toccato tutto il mondo suscitando indignazione e condanna nonché la richiesta ad Isarele,cfinora inascoltata, di fermarsi nella sua azione.
In questo contesto di generale condanna è partita, con l’obiettivo di rompere il blocco navale per consegnare alla popolazione della Striscia 250 tonnellate di cibo e aiuti, la missione umanitaria di soccorso Global Sumud Flotilla. Una missione di carattere internazionale (trenta navi e circa 200 attivisti da 44 Paesi ), il cui approdo è previsto a fine mese. Merita sottolineare come la Premier Giorgia Meloni, interessata nel merito, ha giustamente evidenziato “la possibilità di avvalersi di canali alternativi e più efficaci di consegna” di aiuti a Gaza, tenuto anche conto che l’Italia su questo aspetto si è sempre distinta rispetto a tanti altri Paesi.
Israele in precedenza ha bloccato precedenti tentativi di consegna di aiuti via mare da parte di attivisti e il Ministro della Sicurezza nazionale israeliano Ben-Gvir ha già presentato al governo un piano per fermare la Global Sumud Flotilla: ipotizzando che tutti gli attivisti arrestati saranno trattenuti in detenzione prolungata.
Come valutare questa missione e i loro partecipanti?
Eroi, pazzi, geni, approfittatori, terroristi: in questi giorni chiunque si è fatto un opinione anche sulla base di eterogenei giudizi pubblici non sempre espressi con cognizione di causa sulle persone che stanno partendo dai vari porti del mediterraneo verso la Palestina.
Certamente davanti alle acque territoriali di Gaza vi è ormai un blocco navale perpetuo, che impedisce a qualsiasi barca di qualsiasi stato, per qualsiasi motivo, di attraccare o di partire dalla Striscia con chiare ripercussioni assolutamente negative sulla vita di una popolazione. Comunque non si devono dimenticare le responsabilità di Hamas che ben poteva supporre il quadro che si sarebbe delineato ed ha ignorato le sofferenze che con l’azione del 7 settembre avrebbe causato al popolo palestinese e continua a non volere liberare gli ostaggi.
Gli attivisti che stanno andando verso l’ignoto sono quindi procacciatori di pubblicità o paladini della libertà? Devono costituire punti di riferimento o sono (in)utili marionette strumentalizzate in un gioco piu grande di loro?
Quanto il coraggio può supplire l’incoscienza? Quanto supporre il mondo girarsi dall’ altra parte puo’ provocare una reazione solitaria e cosi rischiosa? Cosa possono fare persone singole o piccole organizzazioni davanti a un conflitto in questo momento più che irrisolvibile? Quanto la vomitevole retorica inquina un dibattito serio sul futuro dei popoli israeliano e palestinese ?
Ecco queste navi in partenza ,indipendentemente dal pensiero politico di ognuno, hanno un merito impossibile da essere disconosciuto: tengono vivo il dialogo su ciò che sta succedendo in quella parte di mondo con altre immagini che non siano bombe, morte e distruzione. Alle sensibilità e ai convincimenti di ognuno lascio ogni opinione e decisione.
