Giampaolo Azzoni, Università di Pavia
Le manifestazioni “pro-Pal” di questo inizio d’autunno sembrano configurare un ritorno di quanto accaduto nella primavera dell’anno scorso.
Accanto a pacifiche forme di espressione del pensiero vi sono occupazioni di scuole e università, interruzioni di lezioni e attività amministrative, blocchi alla circolazione stradale e ferroviaria, danneggiamenti anche gravi di beni, peraltro prevalentemente pubblici.
La domanda che ci si deve porre è: fino a che punto si deve tollerare tutto ciò?
Non voglio entrare nel merito della questione palestinese. Si tratta di una tragedia nel senso tecnico del termine, cioè di una situazione in cui dolore si accumula a dolore, proprio perché non si individua una soluzione in cui entrambe le parti possano riconoscersi. Occorrerebbe quello che Paul Watzlawick chiama “change”, cioè un radicale cambiamento del contesto del conflitto che solo una grande visione politica potrebbe realizzare.
Ma, anche ammesso che invece la ragione sia tutta dalla parte dei “pro-Pal”, si devono per questo tollerare le loro manifestazioni quando ledono diritti altrui e minano l’ordine pubblico?
Il tema è delicato perché un certo grado di tolleranza reciproca è necessario per vivere in ogni dimensione sociale, dalla famiglia al luogo di lavoro, dal condominio alla propria città.
Un utile riferimento ci viene dal diritto privato. Il codice civile, all’art. 844, in tema di immissioni, ci dice che “Il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo del vicino, se non superano la normale tollerabilità, avuto anche riguardo alla condizione dei luoghi”.
Il parametro qui individuato e quello della “normale tollerabilità”. Credo assai ragionevole che possa essere esteso analogicamente (anzi “a fortiori”) quando si tratti dell’esercizio di diritti fondamentali (come quello della libertà d’espressione), ma che comportino delle esternalità negative (si pensi al disagio creato da uno sciopero o da un corteo autorizzato).
Però si può parlare di “normale tollerabilità” quando si ha la violazione di una norma penale?
In particolare, sono tollerabili manifestazioni politiche che si realizzano attraverso la “invasione di terreni o edifici” (art. 633 del codice penale), “interruzione di un ufficio o servizio pubblico” (art. 340 c.p.) o “danneggiamento” (art. 635 c.p.)?
Credo che la risposta non possa essere che negativa.
Anzi, se tali fattispecie venissero tollerate dall’autorità statale vi sarebbe qualcosa di particolarmente grave che, non a caso, ha sui cittadini un effetto molto negativo.
Lo Stato, infatti, trova la sua giustificazione principale nel mantenere la pace interna, ciò che nella cultura anglosassone è chiamato “law and order”.
Invasioni di terreni o edifici, interruzioni di uffici o servizi pubblici, danneggiamento e, più in generale, tutte le violazioni politiche di norme penali, se tollerate dall’autorità statale, minano quel patto originario tra cittadini che fonda la legittimità della stessa autorità statale.

