Albanese su Segre: tre offese in un colpo solo

Giampaolo Azzoni, Università di Pavia

Francesca Albanese, nel cercare di rimediare alla performance televisiva di domenica scorsa a La7, ha rilasciato a fanpage un’intervista imbarazzante in cui riesce nell’impresa di compiere una triplice offesa con una sola risposta.

La domanda del giornalista alla Albanese è stata: “Intende dire che la figura della senatrice Segre sia strumentalizzata?”. E lei ha risposto: “Certo. La pietra di inciampo della logica è che se una persona ha una malattia, non va a farsi fare la diagnosi da un sopravvissuto a quella malattia, ma da un oncologo”.

Come è stato già notato, vi è innanzitutto il cattivo gusto di usare l’immagine della pietra di inciampo non per ricordare le vittime della Shoah, ma per argomentare contro una di tali vittime.

Ma la cosa più incredibile è la triplice offesa che la Albanese è riuscita a concentrare nei soli 137 caratteri della sua risposta.

La prima offesa è che la Albanese esplicitamente afferma che Liliana Segre è strumentalizzata. Cioè, nel caso della Segre, saremmo in presenza di una persona, non solo senatrice a vita, ma, come sanno bene i molti che l’hanno conosciuta, anche dotata di una grande umanità, intelligenza e libertà di pensiero, che verrebbe strumentalizzata da altri, senza che lei faccia nulla per impedirlo o per smarcarsi da tale strumentalizzazione.

Ma la risposta contiene ben altre due offese.

Innanzitutto, nella sua visione del “sopravvissuto alla malattia” che non sarebbe altro che tale, abbiamo quella forma di riduzione della persona ad un suo dato particolare che, per Kant, rappresenta la cifra dell’offesa alla dignità umana, per cui un malato non sarebbe altro che un malato, dimenticando il suo essere una persona con la capacità di giudizio che le è propria. La Albanese afferma, nel seguito dell’intervista, che, in virtù del suo essere sopravvissuta, “c’è chiaramente un condizionamento emotivo” che non renderebbe la Segre “imparziale e lucida”.

Considerando poi la metafora utilizzata dalla Albanese, abbiamo un’ulteriore offesa, quella contenuta nelle parole secondo cui per avere una diagnosi vado da un oncologo e non da un sopravvissuto. La Shoah, infatti, non è in alcun modo paragonabile ad un tumore per cui devo avere l’opinione del solo esperto. Né è paragonabile ad un tumore il conflitto a Gaza. Come decenni di storiografia hanno mostrato, il ruolo della testimonianza dei “sopravvissuti”, lungi dall’essere un ostacolo alla comprensione dei fenomeni, ne è un prerequisito. E ciò anche verso il ripresentarsi di fenomeni analoghi. E, se volessimo entrare nello specifico medico della metafora, l’epistemologia contemporanea ha dato una grande importanza al ruolo dei pazienti per la stessa cura della patologia. Per usare le categorie di Miranda Fricker, la considerazione della Albanese verso i “sopravvissuti” ad una malattia è un caso tipico di “ingiustizia epistemica”, cioè considerare il paziente come non portatore di un suo sapere sulla malattia, rilevante anche dal punto di vista clinico.