Metamorfosi della piazza democratica dall’anelito di libertà all’odio

Noemi Sanna, psichiatra

Le manifestazioni pro Gaza organizzate proprio quando Gaza è vicina come non mai, se non ad una pace duratura, quantomeno alla cessazione delle ostilità, non possono non sollevare alcune perplessità. Se le piazze, poi, sono quelle occidentali mentre la gran parte del mondo arabo si è allineato ai termini degli accordi, le perplessità aumentano.  

Siamo persuasi che molti dimostranti siano sinceramente mossi dal desiderio di pace contro gli orrori della guerra. Ma viene da chiedersi come possano, questi figli della democrazia e del pluralismo, indignarsi a senso unico negando pari dignità a quanti non condividono i loro punti di vista. Come può, chi reclama la pace, essere attratto da un occhiuto radicalismo religioso tanto incline alla violenza. Come può questa generazione che ha conosciuto la libertà in ogni sua declinazione, mettere l’intelletto al servizio di una visione polarizzata del mondo che oscura ogni altra realtà. E dov’è andata a finire la capacità di critica che ci rende gli unici in grado di discernere tra fatti e opinioni, di sviluppare un pensiero autonomo e sanamente renitente, di creare fantasiose immagini mentali e leggere oltre il significato delle cose, come fanno artisti e visionari?

Le ragioni distorte della lotta antisionista

Forse, per capire meglio, dovremmo ascoltare le loro ragioni, peraltro molto ben espresse negli slogan. Per esempio Palestina libera dal fiume fino al mare. Cheequivale a dire: Israele deve essere cancellato dalle carte geografiche e gli ebrei devono scomparire dalla faccia della terra. Perfettamente in sintonia con quanto Hamas dichiara da sempre e che il 7 ottobre del 2023 ha messo tragicamente in pratica. Queste piazze stanno nobilitando quella strage di civili chiamandola resistenza di un popolo oppresso che si ribella al suo oppressore. Non per caso ignorano chi è il vero aguzzino dei palestinesi. Ma abbiamo anche assistito alla cinica esibizione di un incontenibile odio razziale. Quest’anno risparmia sugli addobbi di Natale: appendi un sionista! La corda è in omaggio/la corda è gratis. Sorvoliamo sulla portata fortemente evocativa dell’aforisma impiegato e su chi possano essere i veri destinatari del messaggio.  

Si può minimizzare o far finta di non vedere, ma queste sono condotte che configurano diverse violazioni di legge. Per esempio, apologia di reato (art. 414 c.p.). Una esaltazione pubblica del terrorismo basata, per di più, su quelli che in psicologia sociale sono noti come bias cognitivi: alterazioni della realtà costruite su automatismi mentali fuori dal controllo della critica. Scorciatoie di pensiero alimentate da pregiudizi o ideologie, con cui il nostro cervello distorce la realtà. Offrono il vantaggio di evitare la fatica di pensare ma influenzano pesantemente decisioni e comportamenti. È difficile, per chiunque, stare dalla parte di chi stupra donne, e massacra bambini e anziani. Sono azioni fortemente dissonanti rispetto alla pietas che questi orrori normalmente suscitano, salvo essere esecrabili psicopatici. La dissonanza genera forte ansia e compromette tutta la sfera della autostima. Per evitare il disagio psichico che ne deriva, il cervello modifica il sistema delle proprie rappresentazioni cognitive e trasforma un assassino in eroe. Queste distorsioni diventano il pensiero unificante che aleggia sui dimostranti, infonde loro un solido sentimento di appartenenza e rende la folla potenzialmente pericolosa.

La saldatura tra sinistra e jihad

Ma ciò che rende queste folle particolarmente perniciose, perché le trasforma in un efficace strumento di subornazione e persuasione occulta, è la saldatura che si è andata a creare tra il giustificazionismo islamofilo, allargato alle frange dell’islamismo più estremo, e ciò che residua dell’utopia marxista. Soprattutto quando messa di fronte alle sue insanabili contraddizioni. Laddove anelito di libertà, uguaglianza e giustizia sono divenuti, nella prassi politica, oppressione, disuguaglianza e terrore. L’utopia al governo degenera sempre in totalitarismo. Ma la sinistra, e non solo quella italiana, non vuole arrendersi a questa evidenza ed è parossisticamente impegnata in un tentativo di riparazione identitaria. Lo fa rievocando i momenti di un tempo che l’hanno vista vittoriosa, fantasmi del passato del quale rincorre valori ed emozioni. Ne rispolvera il linguaggio obsoleto e le anacronistiche strategie assumendole come salvifiche dei disagi del presente. Una sinistra senza idee che tira fuori dal cilindro arnesi impolverati come vecchi slogan di derivazione stalinista, o datati intellettuali da salotto ancora persuasi di vivere nel mondo della rivoluzione proletaria. Peggio ancora, ricorrendo a grottesche simulazioni di pacifismo mondialista in barca a vela. Ma tutto questo non basta a far risalire le quotazioni e nemmeno l’autostima: la sinistra continua a sentirsi sotto stress e molto vulnerabile. Persa definitivamente la vocazione riformista, con quel che resta della sua identità massimalista va alla ricerca di rassicuranti conferme di sé che ritrova nella narrativa antisistema dei movimenti estremisti nostrani e terzomondisti.

Ecco che sul versante interno viene riattualizzata l’enfasi della minaccia fascista come rassicurante modello identitario o la delegittimazione dell’avversario con la mobilitazione delle piazze, non importa se inclini alla violenza. Oppure vengono intraprese battaglie culturali mediatiche che mirano a rivitalizzare il totem della superiorità intellettuale della sinistra, ma restano retorica senza alcuna concretezza programmatica.

La nascita del Left-Jihadismo

È soprattutto sul piano mondialista che il dramma della sinistra si compie. Costretta com’è a simpatizzare con i terroristi con i quali, peraltro, condivide non poche attitudini nonché le abilità che servono a renderle operative. Il vecchio vizio anti imperialista, per esempio, che ha finito per trasformare il terrore jihadista in resistenza, la difesa ad oltranza del relativismo culturale e del multiculturalismo che ha impedito ogni critica alle pratiche illiberali del mondo islamico (omofobia, sottomissione delle donne, violenta repressione del dissenso, in primis) l’incondizionata applicazione del principio dei diritti a geometria variabile che ritiene lodevole l’islamofobia contro gli islamici amici della destra ma diventa riprovevole espressione di razzismo se rivolta ai loro sodali. È del tutto evidente che il jihadismo, che è anche di Hamas, è incompatibile con i diritti di cui la sinistra assume l’esclusività. Tuttavia, scendere in piazza con loro equivale a normalizzare le gravi violazioni dei più elementari diritti umani di cui sono attori e promotori, rigorosamente documentate da tutte le agenzie, e condividerne il senso. Come può la sinistra dei diritti negoziare sui diritti? Come può la sinistra che protegge le minoranze e condanna, giustamente, l’islamofobia non condannare con la stessa intensità il jihadismo? Come possono tollerare le femministe di sinistra, sempre sul piede di guerra contro il machismo occidentale, che nei paesi a regime teocratico donne come loro siano rese in schiavitù? Ancora una volta la dissonanza cognitiva è risolta negando la realtà dei fatti.

Così può avvenire che una nota giornalista televisiva neghi la feroce uccisione di bambini ebrei per mano di Hamas dichiarandola un falso. Oppure atenei, un tempo meritori, che si conformano alla narrazione antisemita e interrompono le relazioni con università israeliane, scrivono lettere aperte che inducono all’antisemitismo e nutrono nel loro seno attitudini antidemocratiche che rischiano di rendere superfluo il diritto allo studio, al pluralismo e alla libertà di pensiero. Per non parlare dei media televisivi tutti pregni, nessuno escluso, di lessico progressista, che fanno da megafono ad alcuni personaggi dichiaratamente anti-qualcosa. In questo periodo sono particolarmente gettonati i proclami anti semiti e quelli che inneggiano all’esproprio proletario. Diffondono odio e valorizzano l’illegalità, compiacendosi di sé come quei santoni che millantano il potere miracoloso delle loro idolatrie. Sono atteggiamenti di compiacenza verso qualcuno percepito più forte o modelli di conformismo difensivo che si attivano in un vissuto di asimmetria di potere.

Mito e realtà

Sembra, quindi, che le categorie mentali cui ricorrono molti progressisti nostalgici, siano ben rappresentate nel patrimonio dell’estremismo islamico. La dittatura del partito unico, la repressione del dissenso, i privilegi di casta, il controllo totale della vita, anche privata, con perdita dell’individualità, l’omologazione forzata, il dogmatismo ideologico, il conformismo, la censura, una giustizia vendicativa e persecutoria. Una fusione strategica tra progressisti e jihadisti potrebbe esitare nel reciproco potenziamento delle peggiori inclinazioni di ciascuno, trascinando il mondo occidentale in un tentacolare regime teocratico. Un vero incubo per le donne e gli uomini che si sentono liberi e vogliono vivere democraticamente. Come ci ricorda lo storico francese François Furet il comunismo è un sogno che diviene sistema, e il sistema che diviene incubo. Una evenienza possibile ma, speriamo, assai poco probabile.

Tuttavia già oggi si delinea, sotto i nostri occhi, forse troppo distratti, la progressiva erosione del tessuto democratico. Sono all’ordine del giorno discriminazioni e violenza a danno di gruppi o persone trasformate da una vile propaganda in capri espiatori. La sicurezza pubblica è costantemente minacciata dai frequenti episodi di guerriglia urbana cui si oppongono reazioni forse troppo contenute, comprensibilmente, delle forze dell’ordine. Crescono le aggressioni violente interpersonali anche nel mondo giovanile o quelle perpetrate a danno di rappresentanti delle istituzioni, arbitrariamente impiegate come pressioni politiche e di delegittimazione dello stato.

Come al solito la sola cura efficace per combattere questa degenerazione sociale è ritrovare la forza della politica più autentica. La politica nel suo ruolo generativo, che crea legami e non distruttivo che li spezza, ma anche la politica nel suo ruolo contenitivo che da la forma, le regole e i confini e sa mediare tra gli opposti istinto e ragione e tra individuo e società.