Un “accordo di pace” o un “accordo per la pace”

Domenico Rossi, Generale, già Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito

Alla fine di settembre la Casa Bianca aveva illustrato un Piano per riportare la pace tra Israele e Hamas, frutto di una serie di contatti e mediazioni con vari paesi del Medio Oriente. Un Piano con una prima fase basata sulla restituzione da parte di Hamas di tutti gli ostaggi, vivi e deceduti, e sul contestuale ritiro delle Forze Armate Israeliane (IDF) su una linea concordata. Un Piano con obiettivo finale una pace reale e duratura nell’Area basata su alcuni passaggi essenziali quali: il dispiegamento a Gaza di una Forza internazionale di stabilizzazione temporanea, costituita da partner arabi e internazionali con la collaborazione degli Stati Uniti, l’affidamento del Governo di Gaza ad un comitato palestinese tecnocratico e apolitico, la possibilità di un percorso verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese.

Dopo pochi giorni il 13 ottobre all’International Conference Center di Sharm el-Sheikh si è svolta la cerimonia ufficiale di firma dell’accordo. Lo storico momento è stato presieduto dal Presidente Trump, cui occorre riconoscere grandi meriti, insieme all’omologo egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Trump ha dichiarato «Con l’accordo storico che abbiamo appena firmato, le preghiere di milioni di persone sono state finalmente esaudite. Insieme, abbiamo realizzato l’impossibile. Finalmente, abbiamo la pace in Medio Oriente». L’accordo è stato poi   sottoscritto dai principali mediatori della trattativa tra Israele e Hamas: il presidente egiziano; l’emiro del Qatar e il Presidente Turco. Il tutto alla presenza di oltre venti leader internazionali tra cui la Premier Giorgia Meloni.

Oltre alle affermazioni del Presidente Trump, altre significative  dichiarazioni hanno dato il senso delle emozioni vissute e delle opinioni diverse comunque esistenti.

Innanzi tutto quella del Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi – mediatore dell’intesa insieme ai leader di Turchia e Qatar – che dopo avere  evidenziato  l’anelito dei palestinesi, grandi esclusi dal piano di pace sottoscritto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu, ha celebrato l’accordo come “una nuova fase della storia dell’umanità che apre le porte a una nuova era di pace e sicurezza in Medio Oriente” ma soprattutto si è rivolto  direttamente e significativamente ai  governanti di Israele: “Fateci trasformare questo momento storico in un nuovo inizio, e lavoriamo insieme per un futuro migliore per i nostri Paesi. Gli avversari di ieri possono essere i partner del futuro”.

Così come altrettanto significativo appare quanto scritto su “X” dall’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani: ”Siamo lieti dell’esito positivo del Summit di pace di Sharm el-Sheikh e auspichiamo che possa rappresentare un punto di partenza per ulteriori accordi futuri che rispondano alle aspirazioni dei nostri fratelli nella Striscia di Gaza e contribuiscano a raggiungere una soluzione globale, giusta e sostenibile alla questione palestinese. Attendiamo con ansia l’impegno di tutte le parti per l’intesa comune raggiunta a beneficio di tutti».

Né appare meno importante la dichiarazione del Presidente del Consiglio europeo Antonio Costa che dichiara «Siamo pronti a partecipare al Consiglio internazionale di pace e a sostenere tutti i processi: governance di transizione, ripresa e ricostruzione. Non appena le condizioni lo consentiranno, amplieremo immediatamente la nostra assistenza umanitaria. L’Unione europea è il principale donatore umanitario dei palestinesi e rafforzeremo i nostri sforzi. In linea con il nostro impegno a favore di un’Autorità palestinese riformata, continueremo a sostenerla e a sostenere il suo programma di riforme, garantendo che Gaza faccia parte di uno Stato democratico, libero dal terrorismo”.

Il premier spagnolo Pedro Sanchez, ha invece evidenziato che  «Una pace vera e duratura non può essere costruita solo sul silenzio dei cannoni, ma sulle voci della giustizia e dell’umanità” ,cui sembra far seguito  il Presidente francese  Macron che ha  posto in luce come : «Restano molte ambiguità sulla futura governance di Gaza» e che si è detto convinto che «l’autorità palestinese debba avere il suo posto».

La Premier Giorgia Meloni ha rilasciato una dichiarazione che va diretta al cuore del problema «Adesso bisogna procedere a passi spediti, bisogna dare il segnale della concretezza, bisogna dare il segnale, anche alle persone coinvolte, che le cose stanno cambiando perché comunque è complesso e difficile. La giornata di oggi – ha aggiunto – non è una giornata che chiude qualcosa, è più una giornata che apre qualcosa, e quel qualcosa che apre può essere enorme, qualcosa che qualche anno noi potevamo solamente sognare. Garantisco che tutto quello che l’Italia potrà fare lo farà».

Nei giorni successivi alla firma dell’accordo le Brigate Qassam di Hamas hanno consegnato tuti gli ostaggi israeliani vivi alla Croce Rossa nel quadro dello scambio con 2.000 prigionieri politici palestinesi ed hanno iniziato la restituzione delle salme.

L’esercito israeliano  si è progressivamente ritirato  verso la linea concordata  mentre è stato riaperto il valico di Rafah e i soccorsi umanitari, dal cibo all’assistenza medica, hanno iniziato ad affluire in modo costante così come è iniziata una nuova trasmigrazione dei palestinesi di Gaza, questa volta da sud a nord.

Riportati i fatti alcune considerazioni.

Innanzi tutto è bene chiarire che non si è firmato “un accordo di pace” ma “un’accordo per la pace”. Ciò non per sminuire la portata storica dell’accordo ma per chiarire che di fatto in questo momento ci troviamo concretamente solo dinanzi ad una semplice tregua tra le parti, che peraltro ancorché fragile sembra attualmente tenere. Ciò nonostante la mancata restituzione di tutte le salme degli ostaggi, la temporanea chiusura per questo del valico di Rafah, gli attacchi mortali ancorché sporadici a danno dei palestinesi da parte dell’IDF.

E’  doveroso sottolineare che questa prima fase era assolutamente necessaria per potere procedere verso l’obiettivo finale di una pace equa e duratura che garantisca da un lato “il diritto di Israele a esistere “, senza che nessuno riproponga tale asserto in discussione, e dall’altro assicuri una soluzione alla diaspora palestinese.

In questo percorso le difficoltà appaiono veramente molte ad iniziare da quello che sta accadendo a Gaza subito dopo il ripiegamento degli Israeliani. Talune notizie riportano infatti che “di fatto a Gaza si sta consumando una guerra civile. Nelle aree da cui si è ritirato l’IDF, immediatamente Hamas sta cercando di fare piazza pulita di tutte quelle compagini armate a sé ostili”. Ciò probabilmente anche perché  questi clan potrebbero diventare un’alternativa ad Hamas nel futuro piano di pace monitorato da Israele.

Un quadro che  già fa capire come i primi nodi da sciogliere saranno proprio quelli relativi alla previsione di non inserire esponenti di Hamas nella futura governance palestinese e al disarmo totale dell’ala militare.

D’altronde che il problema esista si può considerare indirettamente confermato dal fatto che   a esplicita domanda sulle notizie secondo cui il gruppo svolgerà un ruolo nella futura forza di polizia palestinese,il presidente americano ammetta che “Abbiamo dato loro l’approvazione  per un periodo di tempo…….vogliono porre fine  ai problemi e lo hanno detto apertamente, e abbiamo dato loro l’approvazione per un periodo di tempo. Penso che andrà tutto bene”.

Per ultimo per quanto concerne la costituzione di uno Stato Palestinese è chiara, come si evince anche dalle dichiarazioni sopra riportate, la spinta di carattere internazionale in tal senso. Peraltro è facile a mio avviso intuire che Israele possa aderire solo nel momento in cui si costituirà una nuova governance palestinese senza Hamas, comunque disarmata, vi sarà una forza di interposizione adeguata e credibile, si darà seguito agli accordi di Abramo con i Paesi Arabi. Tutto a garanzia che non possa più avvenire una strage come quella del 7 ottobre. Ciò dando anche per scontato il ridimensionamento dell’Iran di cui non si trova peraltro traccia di commenti al Piano di pace. Rimane ancora non esaminata, ovvero non contemplata nel patto, la questione legata agli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

Su questo delicato e vitale aspetto pur essendo nota l’opposizione posta finora da Israele non si può pensare che, realizzate le condizioni sopra indicate, questo passo non venga accettato da parte di un Paese sostanzialmente in guerra dalla sua Costituzione.

Un obiettivo ancora però lungi dall’essere e che richiede comunque l’instaurarsi di nuovi rapporti tra diversi Paesi, specie considerando che Netanyahu ha dovuto rinunciare a presenziare all’evento di Sharm, ufficialmente per l’inizio della festa ebraica della Simchat Torah, ma di fatto per l’opposizione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan e del premier iracheno Muhammad Sudani.