La Francia è a un bivio e se lo nasconde

Vincenzo Mannino, Professore emerito dell’Università Roma Tre

La situazione politica in Francia è molto ingarbugliata. Le elezioni legislative volute nel 2024 da Emmanuelle Macron si sono rivelate una ‘mossa’ azzardata.  Il suo partito aveva ottenuto alle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo meno della metà dei voti del Rassemblement National, il partito di opposizione e di destra capeggiato da Marine Le Pen e Jordan Bardella. La speranza di Macron era forse di ribaltare l’esito del voto europeo oppure, in caso di vittoria del Rassemblement National, di offrirgli la guida del governo e dimostrare che non ne fosse all’altezza, indebolendolo in vista delle elezioni per la nomina del nuovo Presidente della Repubblica nel 2027. Le cose sono andate in modo diverso. Dopo l’annuncio delle elezioni legislative i diversi partiti si sono messi in movimento. A sinistra si sono susseguiti gli appelli all’unità. François Ruffin di La France Insoumise ha chiesto la costituzione di un ‘fronte popolare’ con Verdi, Comunisti, Socialisti e il suo stesso partito. A destra Éric Zemmour di Reconquête! augurava una vasta alleanza delle destre, facendo appello anche ai Repubblicani, il cui partito di centro-destra fondato da Sarkozy smentiva la possibilità di un’alleanza con il campo macronista di Ensemble pour la République. Per la maggioranza in Parlamento servono 289 seggi e nessuno degli schieramenti da solo è arrivato a questo numero. Le posizioni dei vari partiti hanno reso subito evidente la difficoltà di individuare una maggioranza. Macron ha optato per un governo che trovasse la maggioranza in Parlamento su singole proposte di legge, sapendo, peraltro, di potere contare sull’art. 49.3 della Costituzione che consente al primo ministro di varare testi di legge in materia finanziaria o di welfare senza passare da una votazione parlamentare, salvo che non subisca una successiva mozione di sfiducia dal Parlamento. Sono seguiti in rapida successione i governi di Barnier, Bayrou e Lecornu. Quest’ultimo si è addirittura dimesso prima di presentarsi in Parlamento, anche se dopo un ‘balletto’ di esplorazioni, ha ottenuto il reincarico per formare un secondo governo.

La fragilità di ogni possibile governo è evidente, così come la perdita vertiginosa di consensi intanto subita da Macron. Il malcontento sociale cresce assieme al debito pubblico e all’allarme dei mercati. La Francia è ormai la ‘grande malata’ d’Europa. Gli analisti si affannano a cercare spiegazioni. Si avverte qua e là l’idea che l’origine della situazione di stallo risieda anche nel sistema politico semi-presidenziale, perché non lascerebbe spazio a ‘governi tecnici’ come quelli conosciuti dall’Italia. Di questi ultimi, però, si dimenticano i risultati deludenti, se raffrontati con la considerazione economica, finanziaria e internazionale conquistata dall’attuale governo politico di Giorgia Meloni. In ogni caso, non si tiene conto del ruolo che gioca nella realtà francese un aspetto di natura psicologica. Si avverte in Francia una sorta di ‘smarrimento’. Della società nel suo complesso, dei partiti e dello stesso Presidente. Soprattutto, quindi, in chi ha fin qui avuto responsabilità di governo. Appaiono tutti alla ricerca di qualcosa che non riescono a vedere. È una sensazione non di oggi. Si è manifestata con sempre maggiore evidenza dopo la caduta del Muro di Berlino, quando si è andata dissolvendo l’idea collettiva che la Francia fosse “grande” perché portatrice di valori universali. Chi l’ha emblematicamente incarnata è stato il generale de Gaulle. Dopo aver guidato la resistenza contro i nazisti, nel 1958 de Gaulle tornò alla guida dello Stato francese come Presidente della Repubblica sull’onda di una serie di crisi che scuotevano dalle fondamenta la Francia. La guerra d’Algeria, il disagio economico, la decolonizzazione, gli smacchi internazionali subiti in Indocina, a Suez e in Algeria, la debolezza dei governi mal si conciliavano con l’idea di grandezza. De Gaulle modificò l’assetto costituzionale, dotando il Capo dello Stato di poteri talmente estesi da farlo etichettare come ‘monarca repubblicano’. Questa figura istituzionale doveva essere funzionale alla stabilità del governo, ma anche il primo passo per condurre una decisa politica interna e internazionale che rilanciasse l’immagine della Francia. Doveva riportare Parigi fra le potenze internazionali. Da questa impostazione derivarono decisioni come quella di avere un arsenale nucleare autonomo, di assumere un ruolo-guida in quella che sarebbe divenuta l’Unione europea, di porre il veto all’accesso in essa del Regno Unito, di uscire dal comando integrato della Nato. Il rilancio della ‘grandeur’ francese ebbe sul momento successo. Anche perché il contesto internazionale, la guerra fredda, la Germania divisa del dopo-guerra mondiale, conferivano alla Francia una centralità geo-politica. Essa nel tempo si è andata affievolendo. Se già il Presidente Valéry Giscard D’Estaing alla fine degli anni ’70 definiva la Francia una “grande potenza media”, la fine della ‘guerra fredda’ con la caduta del Muro ha sancito la marginalizzazione di quel Paese nello scacchiere mondiale. La sua ‘grandeur’ internazionale rimane legata solo a una serie di elementi residuali, come la disponibilità di un arsenale nucleare autonomo, delle più grandi forze armate dell’Europa continentale, di un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Troppo poco. Macron (ma già il Presidente Nicolas Sárközy fra il 2007 e il 2012) ha cercato di rilanciare l’antica sensazione di grandezza, sforzandosi negli ultimi mesi di assumere un ruolo dinamico a livello internazionale. La velleità dei tentativi di riaffermare la ‘grandeur’ appaiono evidenti. Aleggia un senso di diffusa frustrazione, che trova pendant nella pericolosa incertezza politica di questi giorni. Si imporrebbero scelte coraggiose, la realistica ridefinizione della macchina statale, del welfare, della spesa pubblica. Di tutto ciò si discute in modo vorticoso e spesso confuso. Prevale una dialettica politica dai toni sempre più autoreferenziali. Innanzi tutto, tra chi ha avuto responsabilità di governo. E intanto i problemi restano irrisolti. Forse, colpevolmente, ci si vuole illudere che possano per miracolo dissolversi da soli.