Carlo Lottieri, Professore di Filosofia del diritto all’ Unipegaso
Vi sono molte ragioni alla base della vittoria conseguita da Javier Milei nelle elezioni di mid-term in Argentina.
Innanzi tutto la conferma del sostegno popolare è venuta dalla diffusa percezione che l’inflazione galoppante e l’ingerenza statale, eredità di molti decenni di peronismo, da anni hanno distrutto ogni prospettiva del cittadino comune e soprattutto dei più giovani. Anche se molte delle politiche adottate dal presidente anarchico sono state descritte dalla stampa mainstream come “impopolari”, tantissimi elettori le hanno valutate necessarie e opportune. Rinunciare allo Stato-mamma, in Argentina come altrove, appare sempre più necessario.
Per giunta Milei ha saputo conquistare un elettorato profondamente disilluso, che ormai disprezza le forze politiche tradizionali, tutte variamente stataliste. Va aggiunto che come molti analisti sono ora costretti ad ammettere, l’opposizione non ha saputo proporre un’alternativa credibile: si è limitata a criticare la svolta libertaria e a proporre un ritorno al vecchio assistenzialismo. In questo modo Milei ha continuato – come già due anni fa – a incarnare la rottura rispetto a un passato di declino, corruzione, inflazione fuori controllo ed emigrazione di massa.
Non bisogna neppure dimenticare che, nell’Argentina di Milei, la battaglia politico-culturale non è un qualcosa di marginale da affidare a chi si occupa di teatri di posa, terze pagine dei giornali e lottizzazione dei talk-show Rai. Al contrario, l’economista-presidente è ogni giorno personalmente in campo per spiegare che l’unica maniera per affrontare gli enormi problemi che gravano sul Paese consiste nel delineare – come sta facendo – un modello alternativo basato su più mercato, meno spesa pubblica, privatizzazioni e liberalizzazioni. Un numero sempre maggiore di argentini, e questo ha del miracoloso, sono divenuti consapevoli che lo Stato non sia parte della soluzione: perché esso è il problema.
Nel valutare il successo di mid-term i critici di Milei enfatizzano il ruolo giocato dalla linea di credito aperta dagli Stati Uniti e dal sostegno offerto da Donald Trump. Lungi dall’essere decisivo, l’aiuto finanziario (condizionato) di cui s’è tanto parlato può avere un po’ aiutato Milei, perché ha dato un segnale di credibilità ai mercati e agli investitori, tranquillizzando quella parte dell’elettorato che più teme l’instabilità monetaria. In un paese nel quale la moneta storicamente perde valore a grande velocità e la fiducia è cronicamente scarsa, una garanzia esterna di quella natura ha avuto un valore simbolico rilevante.
Per giunta, sia sul piano interno, sia sul piano internazionale, Milei ha mostrato un notevole intuito politico e un solido realismo quando ha deciso di dialogare e considerare alleati (o potenziali tali) tutti coloro che non si collocano all’interno di una generica sinistra variamente marxista, liberal, peronista, socialdemocratica ecc. Dialogando con Macri a Buenos Aires e con Trump a Washington (ma anche con Meloni, Abascal ecc.), l’eccentrico intellettuale argentino ha gettato le premesse per una crescente contaminazione di altre culture politiche, magari più conservatrici e nazionaliste, e quindi schierate a difesa di quello Stato sovrano che ha corrotto i principi tradizionali in Europa.
Pur rimanendo rocciosamente ancorato ai suoi valori e ai suoi autori (da Mises a Rothbard, a Huerta de Soto), “el loco” ha quindi avviato un processo che potrebbe ridefinire tutta l’area di destra o (meglio) non-di-sinistra a livello internazionale. Se le altre destre variamente protezioniste e moderate non dovessero ottenere risultati in contesti assai più favorevoli, e se al tempo stesso Milei riuscisse a raddrizzare una società fallita da decenni, la capacità dell’anarco-capitalismo di contagiare altre famiglie politiche e condizionare le scelte dei leader potrebbe crescere nel tempo.
Da Buenos Aires, d’altra parte, è giunto un messaggio forte e chiaro: lo Stato non può continuare ad aumentare il proprio peso senza distruggere economia e società, così che la libertà di scelta e l’indipendenza individuale possono diventare forze politiche quanti mai concrete e vincenti.

