Valorizzare (anche economicamente) l’insegnante. Una questione di giustizia sociale

Loredana Perla, Università degli Studi di Bari Aldo Moro.

Il 5 novembre, presso l’ARAN, è stato firmato il tanto atteso rinnovo della parte economica del Contratto Collettivo Nazionale del comparto Istruzione e Ricerca. L’accordo, che è giunto a quasi un anno dalla scadenza naturale, garantirà aumenti in busta paga e arretrati agli insegnanti dopo che, dal 2009 e fino al 2018, non erano stati più firmati nuovi contratti per il personale scolastico facendo perdere potere d’acquisto e competitività agli stipendi. Ma non finisce qui.

Con la firma del contratto 2025-2027, si arriverà a un totale di 416 euro lordi mensili in più per gli insegnanti e a 303 euro in più per il personale ATA: un risultato commentato giustamente come ‘storico’ ma anche, a leggerla dal punto di vista istituzionale, culturale e politico, come la concreta evidenza di una promessa di valorizzazione della professione – meglio: di una ri-valorizzazione della professione docente – fatta da Valditara all’inizio del suo mandato. Tale risultato si affianca a una serie di altre misure già attuate e parimenti importanti: l’assicurazione sanitaria gratuita, con rimborsi delle prestazioni fino a 2/3mila euro; l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, prima a carico dei dipendenti, la scontistica per treni, aerei, mutui, conti bancari e, prossimamente, anche per gli acquisti di generi alimentari, abbigliamento, elettrodomestici.

Due sono i cardini della strategia della valorizzazione del docente messa in campo dal MIM.

Uno è il ritorno/richiamo forte alla cultura paidetica occidentale che ha sempre guardato all’insegnante come Magister. L’altro si lega al progetto di decostruzione dell’attuale rappresentazione sociale svilita della professione docente, evidenziata da due rapporti chiave europei, il Rapporto Eurydice del 2021, ‘Insegnanti in Europa. Carriera, sviluppo professionale e benessere’ e il più recente OCSE-TALIS “Teaching and Learning International Survey” del 2024.

Vediamo specificatamente.

Al Magister è toccata purtroppo la sorte che ha lambito tante altre parole fondamentali della storia della nostra civiltà: il vaglio della ragion critica post-moderna che ne ha decostruito il senso sin quasi alla dissoluzione. Dietro la dissoluzione del senso è la dissoluzione delle idee e quelle di maestro e di magistralità a un certo punto sono diventate quasi incompatibili con certe retoriche dominanti in ambito culturale e specialmente pedagogico. Questo indebolimento ha dato stura alle tante epiche dell’antimaestro e alla radicalizzazione del paradigma puerocentrico che ha finito col mettere in ombra l’insegnante. L’epica dell’antimaestro ha trovato nel marxismo critico, nella psicanalisi, nelle teorie della comunicazione e nelle loro dialettiche e sottili ricognizioni dell’atto del comunicare in aula, ulteriori argomenti di critica alle prassi dell’educazione tradizionale: al centro sono state poste le dinamiche inquiete della comunicazione fra insegnanti e studenti, i loro silenzi, i molti blocchi possibili, financo la necessità del valutare che è l’altra faccia, indispensabile, dell’insegnare.

H. Arendt ha sintetizzato acutamente i tre assunti di questa ideologia: il depotenziamento sociale dell’autorità dell’insegnante, la messa fra parentesi della formazione disciplinare a favore del metodologismo; la sostituzione, nelle pratiche scolastiche, del “fare” alla materia da imparare (che per Arendt corrisponde alla sostituzione della teoria con la tecnica). Strettamente connessa a tali processi di mutamento culturale è stata la censura di una condizione propedeutica dello stesso costituirsi della relazione insegnante-studente: l’asimmetria. Essa è stata dislocata al livello dell’autorità affettiva, la più esposta agli equivoci manipolatori della seduzione e della suggestione, fino al plagio e oltre. E’ stata addirittura criticata la necessità educativa dell’asimmetria (costruita intorno all’asse dei saperi) a favore di un’idea di relazione-intensamente affettiva che esclude il sapere e ridefinisce i ruoli docente-discente secondo criteri di familiarità, parità, autorità naturale fondata sull’amore. Ma il tempo non ha dato ragione a queste letture ‘psicologistiche’. Insegnante e allievo, infatti, sono una coppia di soggetti che non si dà per sé, ma solo se c’è qualcosa da insegnare e da apprendere: i saperi. E se si accetta tale assunto, si accetta anche che l’asimmetria fondi strutturalmente e intimamente la relazione di insegnamento-apprendimento anche nei suoi risvolti di paradossalità. La posizione di chi apprende è, infatti, paradossale: per quanto l’insegnante insegni efficacemente, è l’allievo (e soltanto l’allievo) l’artefice del suo apprendere. Il secondo e il terzo assunto della Arendt coincidono con due criticità non a caso oggi al centro del dibattito sulle riforme della scuola: l’indebolimento della formazione disciplinare dei docenti e la diffusione del pregiudizio pragmatistico secondo il quale l’allievo può conoscere e capire, a scuola, soltanto ciò che fa.  È, quest’ultima, la posizione del puerocentrismo che ha indotto, dalla metà dello scorso secolo, una rilettura “per sottrazione” della presenza dell’insegnante nello spazio didattico dell’aula. Ma lo stesso Dewey, che ne fu l’‘inventore’, avvertì circa i rischi di tale impostazione: il focus portato sul “fare” e sul metodo avrebbe implicato per forza di cose l’evanescenza del docente. Il che nelle prassi ha comportato una modifica radicale delle funzioni educative di quest’ultimo, risemantizzate secondo le categorie della “regia”, dell’“accompagnamento”, del “coordinamento”, dell’ “orientamento”, tuttora in auge.

Anche per questo è più che giusto, oggi, riportare culturalmente al ‘centro’ l’insegnante, non solo in ragione di quanto indicato dalle fonti classiche ma anche per i motivi di urgenza segnalati da due attualissimi Report europei: il Rapporto Eurydice del 2021, ‘Insegnanti in Europa. Carriera, sviluppo professionale e benessere’ e il più recente OCSE-TALIS “Teaching and Learning International Survey” del 2024 che ha coinvolto 280 mila docenti e 200 scuole italiane, consentendo un’analisi attendibile delle questioni inerenti la professionalità docente per ogni grado scolastico. Entrambi i rapporti hanno messo in luce una ‘crisi di apprezzamento’ della funzione docente dovuta a varie cause: una narrazione mediatica spesso distorta dei problemi scolastici, in cui il personale docente viene rappresentato come causa, più che come risorsa; un insufficiente dialogo tra scuola e società civile, che raramente promuove una cultura del rispetto della figura di chi educa. Peraltro in tutta Europa i sistemi educativi stanno affrontando una crisi vocazionale della professione docente. La maggior parte dei Paesi riscontra una carenza generale di insegnanti, a volte esacerbata da squilibri nella loro distribuzione tra materie ed aree geografiche, da un invecchiamento della popolazione docente, addirittura da abbandoni della professione e da bassi tassi di partecipazione alla formazione. Una delle cause messe a fuoco dal rapporto Talis è nello scarto fra percezione soggettiva e rappresentazione sociale del proprio ruolo da parte del corpo docente. Solo il 14% dei docenti si sente davvero apprezzato a livello sociale. Su questo nodo critico agisce la strategia MIM. Sarà un lavoro lungo invertire la rotta. Ma intanto questo lavoro è finalmente cominciato.