Domenico Rossi, Generale, già Sottocapo Maggiore dell’Esercito
Nella notte tra il 17 e 18 novembre il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato al primo tentativo la risoluzione proposta dagli Stati Uniti in merito al piano di pace per Gaza.
Un assenso avvenuto con 13 voti favorevoli e le astensioni di Cina e Russia che non erano state date per scontate. Un risultato rimasto infatti fino all’ultimo in dubbio stante l’incognita del possibile veto dei due Paesi ed il fatto che la Russia aveva presentato una bozza alternativa alla risoluzione americana che “non menzionava la smilitarizzazione di Gaza, si opponeva alla permanenza di Israele oltre la linea gialla, non citava il Board of Peace per l’amministrazione transitoria dell’enclave presieduto dallo stesso Trump e affidava al Segretario Generale dell’Onu il compito di valutare le opzioni per il dispiegamento della Forza internazionale di stabilizzazione”.
Per facilitare il voto di Mosca e Pechino, la bozza di risoluzione e’ stata rinegoziata ed il testo ad esempio ora afferma che gli Stati membri del Consiglio di Sicurezza possono partecipare al cosiddetto Board of Peace.
L’approvazione della risoluzione non può che essere considerata un passo fondamentale nel consolidamento del cessate il fuoco ovvero l’elemento essenziale affinchè dopo la tregua ,pur con le quotidiane difficoltà ancora in atto, si possa passare alla seconda fase del piano di pace.
Ciò innanzi tutto perché , anche al di la della valenza politica e diplomatica,le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU hanno valore di legge internazionale, cioè sono legalmente vincolanti. A ciò si aggiunge la quasi totale unanimità dell’approvazione.
A riguardo merita sottolineare che mentre su Gaza nel passato gli Stati Uniti si erano trovati spesso isolati, questa volta invece l’amministrazione americana è stata capace di creare attorno al Piano il preliminare consenso necessario alla sua approvazione. Certamente molto è dovuto alla generale cognizione che il rigetto del Piano avrebbe comportato la ripresa del conflitto, ma è un dato di fatto che, indipendentemente dalle singole motivazioni, la risoluzione sia stata approvata con il sostegno dei paesi musulmani, come Egitto, Giordania, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Algeria, ma anche di Indonesia, Turchia,Pakistan che avrebbero preferito un impegno più deciso a favore dello Stato palestinese, ma che alla fine hanno accettato l’unica ipotesi disponibile per porre fine alla conflittualità e per avviarsi verso una situazione di stabilizzazione di Gaza. Anche per questo a Mosca e Pechino sarebbe risultato difficile motivare un veto o un voto contrario.
Non è pertanto un caso il commento immediato del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres che ha incoraggiato tutte le parti al rispetto della risoluzione ed evidenziato l’importanza di procedere verso l’ulteriore fase che porti anche a un processo politico per il raggiungimento di una vera stabilizzazione dell’area.
Forse chi ha espresso più remore sul Piano sono proprio i due contendenti Hamas e Israele. Questo perché Israele non ha mai approvato l’ipotesi della possibile costituzione di un futuro Stato di Palestina,mentre un gruppo di fazioni palestinesi guidate da Hamas ha pubblicamente respinto la risoluzione come un passo pericoloso verso l’imposizione di una tutela straniera e capace di ledere “il diritto del popolo palestinese alla resistenza”. “La risoluzione impone un meccanismo di tutela internazionale sulla Striscia di Gaza, che il nostro popolo e le sue fazioni rifiutano”, afferma il gruppo islamista in una lunga dichiarazione su Telegram. “Assegnare alla forza internazionale compiti e ruoli all’interno della Striscia di Gaza, tra cui il disarmo della resistenza, la priva della sua neutralità e la trasforma in una parte del conflitto a favore dell’occupazione israeliana” . In sostanza Hamas avrebbe voluto che “Qualsiasi forza internazionale, se istituita, deve essere dispiegata solo ai confini per separare le forze, monitorare il cessate il fuoco e deve essere sotto la piena supervisione delle Nazioni Unite”.
Al di là dell’opposizione forte di Hamas e di quella parziale di Israele rimane il consenso generale anche se con esso permangono comunque diverse incognite. Una delle principali riguarda come sarà formata e quali mandati avrà la forza di stabilizzazione internazionale.
Sembrerebbe che gli Stati Uniti abbiano ricevuto la disponibilità a parteciparvi di molti Paesi, tra cui Egitto, Turchia, Indonesia, Emirati Arabi,anche se bisognerà poi capire se eventualmente questi Paesi attraverso i loro militari saranno condizionati o meno ad usare la forza per costringere Hamas a deporre le armi . Secondo il piano la futura forza di sicurezza a Gaza dovrebbe infatti mantenere la pace finché Hamas non sarà disarmato e finché Gaza non sia capace di una qualche forma di governo autonomo.
Obiettivi invero ambiziosi a fronte della scarsa definizione sulla composizione e sul funzionamento di questa forza, che dovrebbe anche addestrare un corpo di polizia palestinese indipendente ,in grado di sostituire quello che attualmente opera nella Striscia gestito da Hamas.
Il piano prevede anche il ritiro dei soldati israeliani dalla Striscia, una volta che la Forza in questione sarà effettivamente in grado di controllarla, nonché l’istituzione di una specie di governo di transizione un board of piece che dovrebbe gestire la sicurezza del territorio,la distribuzione di aiuti umanitari e la ricostruzione.
Forse però il nodo principale da sciogliere è che nel Piano non è previsto alcun ruolo per Hamas che non vuole invece rinunciare al controllo politico amministrativo di Gaza.
Per quanto concerne il riferimento alla futura formazione di uno Stato Palestinese, la risoluzione lo fa in modo volutamente generico ed in particolare il testo ,modificato più volte durante i delicati negoziati tra i Quindici , autorizza la formazione di un “board of peace”: un organo di governo transitorio fino al 31 dicembre 2027, presieduto da Trump, in attesa della riforma dell’Autorità Nazionale Palestinese. Con una rinnovata leadership politica e la ricostruzione del territorio a buon punto, “potrebbero finalmente crearsi le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la sovranità palestinese”.
Una formulazione chiaramente frutto di compromesso fra la volontà espressa da molti Stati , compresi alcuni europei, che volevano un’indicazione più precisa della legittimazione di un futuro stato palestinese e la radicale opposizione a questa ipotesi da parte di Israele. E’ da sottolineare come pochi giorni fa il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva ribadito: «La nostra opposizione a uno stato palestinese in qualunque territorio non è cambiata».
In un contesto come quello precedentemente delineato di questioni che dovranno essere risolte da una nuova fase negoziale ,che si annuncia sicuramente difficile, riveste altresì particolare importanza ,come rilanciato da un comunicato dell’agenzia Wafa, la dichiarazione del Presidente dell’ Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas che ha sottolineato la necessità che la risoluzione venga attuata “immediatamente sul terreno” allo scopo di garantire “il ritorno alla normalità” e la protezione della “nostra popolazione nella Striscia di Gaza”, facilitando la ricostruzione e “bloccando il processo di indebolimento della soluzione dei due stati”.
Puo’ ancora essere considerato collegato al successo americano anche l’incontro del 18 novembre alla Casa Bianca fra il Principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, per la non velata possibilita’ di quest’ultimo di insistere con Riyadh perché aderisca agli Accordi di Abramo.
In estrema sintesi, il processo di pace appare ancora lungo ma finalmente avviato in termini un po’ più concreti. Una concretezza assolutamente necessaria e urgente ove si consideri che a fronte del dibattito internazionale la situazione umanitaria resta molto grave: centinaia di migliaia di sfollati, infrastrutture distrutte, condizioni meteorologiche sempre piu’ dure anche per le continue piogge invernali che hanno devastato i campi provvisori degli sfollati e condizioni umanitarie estremamente precarie per le note difficoltà all’accesso a cibo, acqua potabile, servizi igienici e assistenza sanitaria.
Sicuramente la ricostruzione e la normalizzazione dell’aerea richiederanno molto tempo perché le ferite sono profonde e inoltre occorre assolutamente tenere presente la necessità di garantire la sicurezza di Israele a fronte di Organizzazioni e Stati che ancora hanno come obiettivo la sua distruzione. Israele che pertanto continua ad agire anche per la sua sopravvivenza.

