Domenico Rossi, Generale, già capo di Stato Maggiore dell’Esercito
Il 2025 è finito lasciandoci solo speranze o interrogativi ma nulla di realisticamente concreto che possa dare certezze per un 2026 di pace.
Nel conflitto tra Israele e Hamas seppure faticosamente sembrerebbe tenere la tregua e quindi proseguire il percorso delineato con il piano di pace a suo tempo concordato dalle parti. Il più grosso nodo attuale il reale disarmo di Hamas e l’uscita conseguente dalla governance quanto meno del popolo Palestinese se non del futuro Stato di Palestina.
Per quanto concerne invece il conflitto tra la Russia e l’Ucraina difficile capire esattamente la portata dei nodi ancora da sciogliere ,anche perché dai vari colloqui tra le parti fuoriescono notizie apparentemente buone che vengono dopo poco smentite o viceversa.
In tutto questo una certezza è rappresentata dal perpetrarsi senza soluzione di continuità e senza confini di una guerra più subdola e forse anche più efficace della guerra convenzionale come la guerra ibrida. Non è un caso infatti che nell’ambito del Consiglio Supremo di Difesa del 17 novembre 2025 il Ministro della Difesa abbia presentato il documento “Il contrasto alla guerra ibrida: una strategia attiva”, sottolineando come l’Italia sia già bersaglio di incessanti attacchi cyber e interferenze.
Un documento volto a diffondere sia la conoscenza del fenomeno aimassimi livelli istituzionali sia la difficoltà esistente a prevenirlo e/ocontrastarlo in modo strutturale e articolato.
La guerra ibrida può essere considerata la sfida geopolitica e tecnologica più complessa degli ultimi anni . Non si tratta di un concetto nuovo in senso assoluto, ma la sua evoluzione nell’ultimo decennio l’ha trasformata nella modalità di scontro prevalente tra le grandi potenze e tra i blocchi regionali e quanto accaduto a seguito del conflitto tra Ucraina e Federazione Russa ne è stata la piena conferma.
Il concetto attuale intende come guerra ibrida quel conflitto che utilizza all’interno di una unica strategia una serie di elementi ulteriori oltre chiaramente quelli della guerra convenzionale, con effetti che risultano amplificati dal processo di globalizzazione in atto ovvero dall’interdipendenza più stretta delle varie Nazioni.
Nel 2025, questa forma di scontro è diventata centrale per la sicurezza globale, operando nella cosiddetta “zona grigia” tra pace e guerra. I componenti principali, specie con riferimento al 2025, sono multiformi e vari ma parimenti efficaci.
Sul fronte digitale ovvero della Cyber-warfare abbiamo assistito adun’escalation senza precedenti di attacchi informatici,che hanno avuto come obiettivo non solo lo spionaggio, ma soprattutto il sabotaggio delle Infrastrutture Critiche Nazionali (ICN) con target come reti elettriche, sistemi idrici, server ospedalieri e borse valori. Gli strumenti che sono stati utilizzati vanno dai ransomware di Stato all’uso di Intelligenza Artificiale generativa per creare malware capaci di mutare autonomamente per eludere le difese.
La componente più insidiosa peraltro può essere considerata la guerra cognitiva e di disinformazione che attraverso l’uso di deepfake ultra-realistici e bot alimentati dall’intelligenza artificiale inquinano il dibattito pubblico riuscendo a esacerbare le divisioni sociali (razziali, religiose, politiche), manipolare le elezioni ,minare la fiducia nelle istituzioni democratiche ed influenzare i processi decisionali. Tutto ciò con un obiettivo specifico portare una popolazione a non riuscire più a distinguere il vero dal falso e conseguentemente renderla incapace di reagire coesa a una minaccia esterna.
Il sabotaggio economico e infrastrutturale è stato realizzato aprendo anche una nuova frontiera: la guerra nei fondali marini come testimoniato dal sabotaggio dei gasdotti Nord Stream. Una guerra con la possibilità di danni incommensurabili ove si consideri che il 97% del traffico internet mondiale e trilioni di dollari in transazioni finanziarie passano attraverso cavi sottomarini vulnerabili. Un attacco coordinato a questi nodi potrebbe isolare interi continenti in pochi minuti.
Non si può sottacere inoltre che nel corso del 2024 e del 2025, vi sia stato un uso dei migranti come “armi cinetiche”,con regimi che hanno di fatto facilitato l’afflusso di migliaia di persone verso i confini europei per destabilizzare i governi locali, sovraccaricare i sistemi di accoglienza e alimentare il consenso dei partiti populisti.
Su tutto quanto sempre più rilevante il ruolo dell’Intelligenza Artificiale perché se prima la guerra ibrida richiedeva migliaia di operatori umani per gestire campagne di disinformazione o attacchi hacker, oggi gli algoritmi possono identificare vulnerabilità nei software dell’avversario in pochi secondi, generare milioni di post social personalizzati per singoli profili psicologici (micro-targeting) o possono, sul campo di battaglia, coordinare sciami di droni per attacchi congiunti su obiettivi strategici.
In sostanza, la guerra ibrida ,a differenza della guerra tradizionale, non ha necessariamente come obiettivo la conquista territoriale immediata, ma tende ad erodere l’avversario incidendo sulla sua coesione sociale, stabilità economica e volontà politica di resistere.
A questo si aggiunge il fatto che quasi sempre gli effetti che la guerra ibrida causa non possono essere addebitati con criteri di legittimità e certezza ad un Paese specifico, come invece ovviamente avviene in caso di guerra convenzionale.
All’accusa corrisponde molto spesso la negazione delle azioni addebitate anche perché le stesse vengono in genere compiute da entità non statuali , Stati falliti, organizzazioni terroristiche e criminali, gruppi economici e finanziari, pirati informatici e agenti e non rappresentano quindi una dichiarazione manifesta di conflitto in senso classico tra Stati.
In sostanza, la guerra ibrida non viene dichiarata ma produce effetti concreti sulla vita quotidiana disinformando, delegittimando ,dando cioè immagini distorte dalla realtà, senza bisogno di dichiarare guerra in modo convenzionale. Proprio per questo la NATO sta adattando le proprie strategie per rispondere a minacce che non sempre attivano l’Articolo 5 (difesa collettiva), poiché spesso gli aggressori mantengono una “negabilità plausibile”. Il concetto strategico approvato di recente prevede che attacchi ibridi ripetuti possano, in casi estremi, essere considerati “attacchi armati”, aprendo la strada a risposte collettive.
Per fare fronte alla pericolosità di una guerra ibrida, Paesi come l’Italia non possono che attingere a tutte le sue risorse civili e militari, pubbliche e private, perché nessun ente ha le competenze, le conoscenze, le esperienze e le risorse per affrontare da solo questa minaccia esistenziale.Ecco perché anche il nostro Paese si sta adoperando per affiancare con urgenza all’autorità di vertice del potere esecutivo strutture di gestione del livello politico-strategico e del livello operativo idonee a contrastare la guerra ibrida, una guerra combattuta senza regole, e proprio per questoutilizzata maggiormente da quegli Stati dove la catena burocratico-decisionale ha un solo o pochissimi riferimenti.
Merita inoltre sottolineare che la guerra ibrida sfrutta i buchi neri del diritto internazionale. Se un attacco informatico dovesse provocare dei malfunzionamenti con conseguenze anche mortali sarebbe un atto di guerra o un crimine comune? La mancanza di una risposta chiara permette agli aggressori di muoversi con impunità; ecco perché occorre anche con urgenza definire un nuovo Codice di Condotta Internazionale per il dominio digitale e cognitivo. La situazione non è ovviamente prevista nemmeno dal nostro ordinamento statuale: basti pensare che il conferimento al governo dei poteri straordinari per fronteggiare un’aggressione è regolato dalla complessa procedura prevista dall’art. 78 della Costituzione : “Deliberazione dello stato di guerra.”
La guerra ibrida, in sostanza può permettere di inibire le funzioni essenziali di uno Stato senza dichiarare guerra ovvero senza sparare, quasi ispirandosi al concetto centrale dell’opera sull’Arte della Guerra del noto generale e filosofo cinese Sun Tzu, che ci ha indicato come chi è veramente esperto nell’arte della guerra sa vincere l’esercito nemico senza dare battaglia, prendere le sue città senza assieparle e rovesciarne lo Stato senza operazioni prolungate. Ecco perché la guerra ibrida non si vince coni carri armati , ma con la consapevolezza abbinata all’alta tecnologia e la principale preoccupazione di uno Stato deve pertanto essere l’individuazione e la messa in opera di misure difensive contro chi fa utilizzo di strumenti di guerra ibrida , specie ove si tratti di grandi potenze come la Russia. Uno sforzo collettivo che ha trovato il recente richiamo di Ursula von der Leyen che ha chiesto di prepararsi almeno alla guerra ibrida, condotta a colpi di attacchi informatici, disinformazione, droni che violano lo spazio aereo,in un contesto in cui gli Stati Uniti non sono più i gendarmi del mondo, pronti a difendere la democrazia con le armi ed hanno interessi strategici prioritari fuori dall’Europa.
