Adriano Fabris, Ordinario di Filosofia Morale all’Università di Pisa
Anche all’inizio del 2026, come di consueto, possiamo impegnarci a fare buoni propositi per l’anno a venire. O, almeno, alcuni di noi possono continuare a farlo. Altri, invece, ritengono di potervi rinunciare, perché di fare propositi, più o meno buoni, hanno perso la voglia. Ritengono forse che sia consigliabile lasciarsi andare al corso degli eventi, che ciò che ci capita sia ineluttabile e che sia inutile cercare di cambiarlo. Possono avere le loro ragioni, ma è un peccato.
Noi, invece, non la pensiamo in questo modo. Noi non vogliamo adeguarci alla realtà, e poi lamentarci se le cose non vanno come vorremmo. I buoni propositi li facciamo ancora. Cerchiamo di far sì che il mondo, almeno per quanto ci è possibile, possa andare meglio.
Questo modo di pensare è alla base di ciò che, fin dal mondo antico, viene chiamato “virtù”. È virtù, infatti, scegliere di agire per il bene. È virtù assumere atteggiamenti che possano consentirci di agire bene. La nostra tradizione elenca alcuni di questi atteggiamenti virtuosi. È virtuoso, per esempio, agire con prudenza, operare secondo giustizia, affrontare ciò che ci capita in maniera ferma, ma sempre con il dovuto equilibrio. Sono promosse e valorizzate la fiducia nei confronti degli altri, l’apertura speranzosa al futuro, la benevolenza nei confronti di tutti gli esseri.
Ecco: queste virtù noi dovremmo impegnarci ad assumere e praticare anche oggi, se vogliamo vivere in maniera costruttiva e feconda le nostre relazioni con il mondo, con i nostri simili, con noi stessi. Dovremmo farlo tutti. E questo è già un problema, perché – come ben sappiamo – non sempre ciò accade. Dovremmo poi applicare le varie virtù alla situazione concreta in cui viviamo. Nel nostro tempo, infatti, alcune sono più importanti di altre, più urgenti e dunque più richieste. Invece molte persone si lasciano andare a comportamenti che risultano, alla fine, controproducenti e che, per questo motivo, possiamo chiamare “vizi”. Le virtù che tutti dovremmo far nostre, che dovremmo esercitare nel nuovo anno, sono proprio quelle che fanno da contraltare a tali vizi.
Quali sono i vizi oggi più diffusi? E quali sono le virtù che rappresentano il loro antidoto? I vizi di cui parlo sono soprattutto tre, fra loro strettamente connessi: la chiusura in sé, accompagnata dalla convinzione di avere sempre ragione; la conseguente diffidenza nei confronti di tutto ciò che è diverso da noi, oscillante tra paura e disinteresse; la convinzione che ogni nostro rapporto possa in definitiva essere regolato unicamente dalla forza.
Non occorre soffermarsi troppo ad analizzare questi atteggiamenti. Il primo di essi è anche il portato di un certo uso delle tecnologie della comunicazione, che sostituisce le relazioni con le connessioni, che ci persuade che lo stare sempre in rete aumenti il nostro benessere, che ci rinchiude all’interno di una bolla nella quale non incontriamo quasi mai chi la pensa altrimenti e dove, senza un autentico contraddittorio, ci convinciamo di possedere la verità. Ciò ha conseguenze importanti, che investono soprattutto le generazioni più giovani. Quel che resta fuori dalla rassicurante bolla in cui siamo abituati a vivere o non ci importa, oppure – quando non possiamo fare a meno di occuparcene – suscita timore, inquietudine. E così non riusciamo a gestire adeguatamente ciò che è nuovo, ciò che, incontrandolo, ci permette di crescere. Preferiremmo che non ci fosse, o che scomparisse. Anzi, se possibile, facciamo in modo che avvenga: anche se, per ottenere questo risultato, dobbiamo esercitare la violenza.
Tutto ciò non funziona. Ho parlato in questi casi di vizi perché, nonostante le apparenze, si tratta di comportamenti che non ci consentono di star bene: né con gli altri, né con noi stessi. Ci impediscono di godere, chiusi nelle nostre gabbie tecnologiche, di quelle esperienze che possono essere fatte solo confrontandoci con la realtà. Ecco perché, proprio per evitare questi esiti, dobbiamo valorizzare altri modi di pensare e di essere. Sono le virtù che hanno origine nella saggezza antica dell’Occidente e che vanno riproposte anche nel nostro tempo. Le ho già menzionate: la prudenza, la giustizia, la fermezza, la moderazione. E poi anche la fiducia, la speranza, la buona disposizione nei confronti della realtà intera.
Ma per qual motivo farle proprie, perché addirittura farne l’oggetto di un proposito impegnativo per il nuovo anno, quando nel mondo le cose vanno diversamente? Perché questa situazione, magari, non ci sta affatto bene. Perché ci accorgiamo che quelli che abbiamo chiamato “vizi” suscitano sempre disagio e sofferenza. E che se, in prima battuta, li possono provocare solo negli altri, prima o poi finiranno per produrli anche in noi. Perché, in definitiva, siamo alla ricerca di relazioni vere, non già simulate artificialmente. Non vi paiono tutti buoni motivi per impegnarci in questa direzione, anche nel nostro piccolo, nel corso del 2026?
