Educazione sessuata. Una riflessione a partire da una recente sentenza

Roberto Leoni, Presidente della Fondazione Sorella Natura

Questa riflessione è indotta  dalla notizia, ”choccante”, che il Tribunale di La Spezia ha autorizzato la ratifica della modifica del sesso nell’atto di nascita, con cambio di nome, di una tredicenne che ha (avrebbe?) concluso il percorso di cambiamento di genere da femminile a maschile.

I giudici hanno “preso atto dei disturbi dell’identità di genere, accertati dal Centro di Andrologia ed Endocrinologia dell’Ospedale Careggi di Firenze” e del fatto che “il percorso psicoterapico (è stato seguito)  seguito con costanza, le terapie ormonali praticate con successo “ – quali terapie? Quelle di blocco dello sviluppo puberale, che già tante perplessità avevamo destato tempo fa, sino a giungere ad interrogazioni parlamentari, e che avevano accertato carenze di supporto psichiatrico nell’uso dei farmaci che bloccano la pubertà?

L’avvocato che ha seguito questo percorso parla di sentenza storica ed afferma che “a 13 anni l’identità di genere è già consolidata come hanno accertato anche le perizie medico legali è ferma la sua volontà (della bambina che vuol esser bambino) con piena capacità di discernimento”. 

L’affermazione, fatta dall’avvocato del soggetto e, a quanto risulta, avallata dagli “esperti”, è stata presa per buona dalla magistratura.

Che a soli 13 anni – cioè in periodo prepuberale – il soggetto, qualsiasi soggetto, possa aver consolidata l’identità di genere e avere piena capacità di discernimento è veramente priva di ogni fondamento oggettivo; si può giustificare l’avvocato, che di queste problematiche è digiuno, ma che vi siano “esperti” che avallano questo e che i magistrati si fondino per decisioni così delicate su questi “esperti” è cosa da far cadere le braccia!

Se è vero, come è vero, che lo sviluppo psicosessuale ha una tappa fondamentale  nella pubertà, con il consolidamento del ciclo ormonale maschile o femminile, come si fa dire che prima della pubertà una bambina possa aver maturato, definita, la propria identificazione sessuale in senso opposto alla sessualità fisiologica? 

Come è accettabile bloccare lo sviluppo ormonale, la pubertà, in soggetti  con difficoltà di identificazione psicosessuale e che, proprio per questo, hanno diritto allo sviluppo puberale, solo dopo il quale l’identificazione sessuale si stabilizza e, magari, lo sviluppo ormonale naturale porta a superare le remore precedenti ed il soggetto si accetta per ciò che è, cioè maschio o femmina?

Assecondare, con terapie di blocco ormonale, le difficoltà di identificazione  psicosessuale in bambini prepuberi è un’azione che mi sembra:  scientificamente scorretta, eticamente riprovevole e giuridicamente inaccettabile… è qualcosa di simile al tagliare le gambe ad un paralitico… anziché cercare di curarlo per farlo riprendere a camminare.

Sull’identità sessuale il dato oggettivo da cui muovere è che il corpo umano  è differenziato in maschile e femminile, non solo per i due diversi apparati riproduttivi ma anche avendo differenziati l’apparato scheletrico, muscolare, neurologico., ormonale … psichico; tutti fattori che danno luogo a differenziazioni comportamentali, la cui base è istintuale, così come lo è nella maggior parte dei mammiferi, cui noi umani apparteniamo.

Tali differenze si manifestano già nei primi mesi ed anni di vita, cioè prima che lo sviluppo ormonale, con la pubertà, porti a maturazione gli apparati sessuali.

Con la pubertà si assumono anche le caratteristiche del dimorfismo sessuale, cioè caratteri sessuali secondari, come la crescita dei seni nelle femmine e della barba nei maschi, altri aspetti inerenti lo sviluppo muscolare, i depositi corporei di adipe, la crescita dei capelli.

Con il superamento  della pubertà si assume, come detto, la base identitaria psicosessuale definitiva, cosa diversa da quelli che saranno i comportamenti, non solo sessuali, che differenziano maschi e femmine, sia su base istintuale  che su base socioculturale.

L’aggregazione umana  basica è quella fra maschio e femmina, che, di norma, dà luogo alla riproduzione e all’assunzione dei ruoli genitoriali, che le società sanciscono come famiglia e con i riti matrimoniali.

Per tutta una serie di cause profonde lo sviluppo della psicosessualità a volte, oggi forse più di ieri, non avviene coerentemente con il sesso genitale e si ha allora una identificazione non allineata al sesso genitale.

La mancate identificazione col sesso genitale  può sembrare una libera scelta personale – come afferma la così detta teoria gender –  ma in realtà è frutto di condizionamenti, che iniziano da come la gravidanza ed il sesso del nascituro sono accettati dalla madre e dal padre; se i genitori vogliono un figlio maschio ed invece lo hanno femmina possono sviluppare meccanismi di non accettazione che trasmettono a livello profondo  e che inducono modalità identificatorie e comportamenti di tipo maschile nella femminuccia, che questa subisce e fa propri. Ovviamente avviene la stessa cosa nel caso inverso.

Forse  tutto ciò è capitato alla ragazzina che a 13 anni ha cambiato sesso? Non posso certo affermarlo ma lo ipotizzo.

Ogni bambino ed ogni bambina ha diritto ad una positiva identificazione sessuale, coerente con il sesso genitale e che, se questo non avviene, ciò  non è da assecondare, specie con le “sperimentazioni” mediche (le sperimentazioni sul corpo umano lasciamole ai lager e gulag degli anni ’30 del secolo scorso) di blocco delle pubertà,  ma sia da “prevenire”.

L’episodio dal quale ho introdotto queste considerazioni mi induce ad una riflessione più generale sul tema della così detta ”Educazione Sessuale”. della quale si è tornato recentemente a parlare, sia per episodi di violenza sessuale, che hanno coinvolto dei giovanissimi, sia per l’entrata in vigore delle Nuove Indicazioni per la Scuola dell’Infanzia e per il Primo Ciclo Scolastico.

In questi giorni la stampa ed i mezzi di comunicazione hanno annunciato che  il ministro Valditara ha informato che saranno  emanate “linee guida” per l’introduzione dell’educazione sessuale, con il consenso dei genitori, nelle Scuole. Condivido pienamente.

Negli anni 70/80 del secolo scorso il tema “educazione sessuale” era all’ordine del giorno nel dibattito educativo… poi però, in stile prettamente italico, non se ne è fatto niente sino ad oggi, salvo aver recentemente introdotto a livello sociale e, surrettiziamente,  in diverse Scuole, la tematica  della così detta teoria gender”.

Affermo, anche se può sembrare un  paradosso, che l’educazione sessuale, in quanto momento a se stante non esiste, tantomeno come disciplina da inserire nei curricula, ma dico che l’educazione  deve esser, tout court, Educazione Sessuata”, nel senso che deve tener conto delle diversità strutturali, corporee, fra maschio e femmina, diversità che sono istintuali e, poi, derivanti da archetipi culturali e condizionamenti socioculturali e quindi, permeare tutta l’educazione.

L’educazione  quindi deve operare per favorire lo sviluppo psicosessuale in armonia con il genere sessuale di appartenenza, cioè l’identificazione sessuale maschile o femminile.

Dalla nascita alla maturità, cosi come si sviluppano corpo e psiche, si sviluppa la  psicosessualità che, passando per le tre fasi fondamentali, orale, anale e genitale, attorno al quinto anno dà luogo alla prima assunzione dell’identità sessuale che, nella maggior parte dei casi, è coerente con l’apparato genitale. Si ha quindi l’identificazione maschile e femminile che, nei tempi e nelle culture, si svolge con ruoli e comportamenti differenziati ma sempre volti alla sessualità etero ed alla riproduzione.

Il processo di identificazione non si conclude, ovviamente, nell’infanzia, attraversa una fase di criticità fra pubertà ed adolescenza, che perdura anche successivamente, specie in una società “liquida”, come quella occidentale attuale.

La mancate identificazione col sesso genitale sessuale può sembrare una libera scelta personale ma in realtà è frutto di condizionamenti, in genere a causa della mancanza di positivi modelli di identificazione sessuale, che dovrebbero esser forniti dai genitori, padre e madre e, poi, dalla Scuola per l’Infanzia.

Che l’assunzione di un’identità psicosessuale non corrispondente a quella corporea, fisiologica, sia una “libera scelta”, reversibile, appartiene alla  teorizzazione LGBT, che è una ideologizzazione giustificatoria di identificazione sessuale disarmonica ed è priva di basi scientifiche. 

Non c’è dubbio che ogni bambino ed ogni bambina  abbiano diritto ad una positiva identificazione sessuale coerente con il sesso genitale. Se questo non avviene, la situazione del soggetto non è  da “condannare” ma neppure da considerare un “progresso”.

L’azione educativa, dei genitori e della Scuola, delle società nel suo complesso, non può, non deve , correr dietro alle mode, mediaticamente diffuse, ma attrezzarsi culturalmente ed eticamente per impartire un’educazione sessuata che tenga basicamente conto del fatto che “maschio e femmina li chiamò, li benedisse e li chiamò Uomo”.

L’aggregazione umana basica è quella fra maschio e femmina, eterosessuale, che dà luogo alla riproduzione e all’assunzione dei ruoli genitoriali, che le società sanciscono come famiglia e con i riti matrimoniali.

La mancata identificazione coerente con la sessualità genitale dà luogo, prevalentemente ma non solo, all’omosessualità.

Allo stato delle conoscenze scientifiche, omosessuali non si nasce (l’omosessualità non è genetica), l’omosessualità non è una malattia da curare ma una diversità da accettare. Accettazione che però non è omofilia.

Aggregazioni omosessuali possono esserci, crediamo debbano esser  accettate e regolamentate, con diritti e doveri, ma, non essendo finalizzate alla riproduzione, non sono definibili “famiglie”.

Per le teorie, LGBT, per le quali l’appartenenza sessuale di genere è ininfluente per la scelta sessuale comportamentale, maschio e femmina, padre e madre, sono termini che vanno cancellati anche lessicalmente per  adottare l’espressione “genitore 1 e genitore 2” in “famiglie” etero e omosessuali

Dal punto di vista strettamente naturale la diversità maschio femmina è finalizzata alla riproduzione eterosessuale – tecniche medicali consentono oggi forme di fecondazione artificiale che, comunque, sempre, necessitano dell’unione fra lo spermatozoo prodotto dal maschio e l’ovulo prodotto dalla femmina: tertium non datur.

Su questo tema si aprono  questioni complesse e diverse quando, nelle unioni solo femminili, si dà luogo a maternità con inseminazione artificiali ed ancor più complesse se i soggetti, in unioni solo maschili si pretende avere, in adozione, dei figli “comprati” .

La famiglia, la scuola, la società in generale, a partire dai mezzi di comunicazione, debbono, porsi in una prospettiva di accettazione delle diversità,  ma evitare di porre in atto una sorta di “irenismo” psicosessuale,  favorendo così lo sviluppo del disagio, anziché cercare di prevenirlo.

Non si può raccontare, a scuola come in famiglia, come nei social, una favola, nella quale la “principessa” era un maschio… certo non dobbiamo e non possiamo proporre, come una volta, ruoli statici femminili e maschili, ma dobbiamo ricordare che “natura non fecit saltus”.

Siamo quindi oggi difronte ad una sfida educativa, che non si risolverà sicuramente con l’introduzione di una materia in più, l’educazione sessuale, così come la questione ambientale non si risolverà introducendo la materia educazione ambientale, ma potrà risolversi ricercando una trasversalità educativa fra famiglie e scuola, con il supporto di una comunicazione sociale eticamente orientata alle “buone notizie” e non alle mode.

Occorre anche dire che attorno alle sessualità  deve iniziare, a partire  dalla famiglia, dall’Asilo Nido e, poi, dalla Scuola per l’Infanzia, un’azione di positiva differenziazione, nel reciproco rispetto, dei comportamenti maschili femminili; nella scuola primaria vanno date a livello di istruzione, le indicazioni basiche sul corpo umano  e le differenze  di apparato maschio femmina; nella secondaria inferiore occorre proseguire nel fornire conoscenza delle modalità, diverse, di maturazione genitale maschile e femminile e sulla riproduzione.

Va  sempre svolta un’educazione alla sessualità responsabile e di prevenzione degli “adescamenti” sessuali, specie in internet  e nei  social. Nella secondaria superiore le istruzioni sulla fisiologia, sulla sessualità  e riproduzione responsabile, sull’igiene e sulla prevenzione delle malattie veneree vanno approfondite.

Su tutti questi aspetti il coinvolgimento delle famiglie è fondamentale.

In tutta l’azione educativa, nei vari livelli scolastici, prevalga l‘educazione al rispetto, alla tolleranza, all’emotività ed all’affettività.

Il sesso sia presentato come elemento costituivo dell’amore, mai effettuabile come prevaricazione e violenza; mai  senza consenso; mai  come fattore di sessuo-economia, come oggi si tende spesso a ridurlo.

 Il corpo ed il sesso non sono merce ma valori costitutivi della Persona.

Occorre una pratica educativa che sia capace di riconoscere le situazioni di disagio per prevenirle e non per assecondare il disagio stesso; un Legislatore  che non corra alla ricerca di voti, di facili consensi, cavalcando i singoli egoismi… queste sono le componenti per la messa in atto di una positiva educazione, sessuata, delle giovani generazioni.