Iran: un attacco americano? Con quale obiettivo?

Domenico Rossi, generale, già Capo di Stato Maggiore dell’Esercito

Da qualche giorno in Iran al dissenso all’attuale regime, da sempre esistente, a causa della durezza  e delle limitazioni che vengono imposte alle libertà che invece caratterizzano una democrazia, si è unita una protesta di carattere generale frutto principalmente del caro vita ovvero dell’inflazione e degli stipendi ridotti.

Da qui lo sciopero dei bazar, sintomo inequivocabile di una rabbia sociale diffusa che il regime sta contenendo a fatica, con una repressione sempre più brutale e diverse migliaia di persone uccise. Teheran e varie altre città sono state teatro di scontri tra giovani ribelli, manifestanti e le forze del regime.

In tale contesto, il presidente Donald Trump ha diverse volte ipotizzato un intervento militare americano anche se secondo varie fonti non c’è ancora un consenso sulla linea d’azione da intraprendere e non sono stati ancora mobilitati né equipaggiamenti militari né personale in preparazione di un eventuale attacco. Non sembrerebbero in sostanza sussistere  segnali di un raid imminente contro Teheran,

A riguardo l’unica possibilità che può essere a priori esclusa è evidentemente quella di un attacco con soldati americani su terra iraniana ovvero un attacco terrestre. Come d’altronde fatto capire anche dal Presidente Trump che ha precisato circa il possibile intervento americano “non significa che invieremo truppe sul terreno, ma vuol dire che li colpiremo molto, molto duramente, là dove fa male”.

Sicuramente sussistono altre possibilità che di massima potrebbero configurarsi come un attacco missilistico ed aereo condotto dalle varie basi americane presenti in Medio Oriente e da navi o sottomarini già presenti o dislocati in zona. Attacchi che potrebbero riguardare il programma nucleare iraniano oppure le sedi dell’apparato di sicurezza impegnate contro i manifestanti o infrastrutture strategiche ovunque dislocate, ivi compresi i sistemi missilistici e di controaerea. Ciò ricordando anche che alcuni mesi fa, nel pieno della crisi Israele-Iran, gli Usa hanno già mostrato le loro grandi possibilità colpendo il programma nucleare di Teheran, attaccando i siti di Fordow, Natanz e Isfahan.

La United Against Nuclear Iran, un’organizzazione no-profit con sede a Washington, ha dichiarato in esclusiva al Daily Mail di  avere compilato  un dossier con 50 obiettivi e di averlo consegnato  ai funzionari della Casa Bianca prima di importanti riunioni sulla sicurezza. Il documento dicono le fonti rivelerebbe  le coordinate esatte del quartier generale Thar-Allah del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (Irgc), centro nevralgico della repressione nonché include quattro sotto-quartier generali chiave che sovrintendono a diverse regioni della capitale: il sotto-quartier generale Quds, che sovrintende alle operazioni di repressione nel nord e nel nord-ovest di Teheran, il sotto-quartier generale Fath nel sud-ovest, il sotto-quartier generale Nasr nel nord-est e il sotto-quartier generale Ghadr, che controlla il sud-est e il centro di Teheran. Da tutto ciò ne deriva la possibilità per gli Stati Uniti di indentificare con maggiore precisione e colpire più efficacemente  questi siti decisamente rilevanti per la continuazione del regime.

Altro elemento da considerare è il possibile tentativo ,da effettuare congiuntamente o meno all’attacco, di paralizzare ancor più l’economia iraniana. Il boicottaggio dell’industria energetica infatti potrebbe dare un colpo molto duro agli ayatollah.

Peraltro appare evidente che un attacco americano magari con supporto anche israeliano possa avere due scopi . Il primo è quello di infliggere delle perdite e diminuire la forza del regime il secondo è la reale possibilità del rovesciamento del regime.

Il primo obiettivo è realisticamente  raggiungibile in specie tenendo conto della consistenza delle basi americane in medio oriente e della potenza militare americana in generale.

Sulla possibilità di raggiungere il secondo obiettivo la risposta in linea di massima appare negativa a meno che vi sia effettivamente unitarietà e  coordinamento nelle proteste e un leader in grado di coordinarle, tenerle insieme e a sviluppare ipotesi alternative al regime nonché ove necessario contrapposizione armata interna.

Su questo punto occorre analizzare vari aspetti.

Intanto una importante novità costituita dal fatto che sembrerebbe  che  migliaia di persone in diverse province – soprattutto a Teheran, Mashhad e in tutta la regione del Fars –siano  scese in piazza  forse per rispondere alle sollecitazioni di Ciro Reza Pahlavi, il figlio del deposto Shah, che dagli Stati Uniti, sulla piattaforma X, aveva indotto a tali manifestazioni.  Ciò anche se sembra che tali slogan filo monarchici siano emersi soprattutto o  unicamente in regioni a grande maggioranza persiana. A fronte di ciò vi sono decine di minoranze, più o meno rappresentate, che non si oppongono soltanto alla Repubblica islamica ma anche ad un ritorno della monarchia.

E’ comunque  nelle regioni a maggioranza curda, baluci, araba, azera e Lur, che la repressione delle forze armate sembra sia stata  più dura stimolando estesi scioperi nel Kurdistan stesso e nel Lorestan, ma anche episodi di guerriglia armata nelle città di Kermanshah e Ilam, con un certo numero di poliziotti uccisi.

La ribellione popolare in città come Teheran e Mashhadsi potrebbe invece  paradossalmente  avere avuto uno scontro molto meno violento con l’apparato statale e, rivolgendosi anche o solo a   fermate della metro, autobus, mausolei, vetture della polizia.

Fonti affermano che le “madri di park Laleh” (un parco di Teheran, ndr), storico gruppo di genitori di attivisti arrestati o uccisi dalla violenza statale nel corso degli anni, hanno rilasciato una dichiarazione nella quale collegano le attuali proteste agli altri cicli dell’ultimo decennio, condannando le ulteriori uccisioni, chiedendo il rilascio dei prigionieri politici ma avvertendo sul rischio che un intervento straniero possa trasformare il paese in un nuovo Iraq.

A fronte di ciò  i collettivi di studenti delle più importanti università del paese, come la Shahid Beheshti, Tarbiat Modarres e Allameh Tabatabai, sembra che nel rigettare il sistema attuale ipotizzi  un ritorno della monarchia o un ruolo futuro del Mek di Mariam Rajavi. I gruppi organizzati dei lavoratori e dei pensionati hanno dato a loro volta pieno appoggio alle proteste, definendo la crisi “strutturale” ed insistendo sulla necessità che esse siano guidate dai lavoratori.

L’associazione degli scrittori, così come un gruppo di 17 famosi attivisti iraniani – tra cui Narges Mohammadi – hanno sottolineato il rischio di un intervento esterno ma hanno ribadito in modo esplicito la necessità di un percorso verso un Iran democratico.

Decine di diversi attori sociali si stanno mobilitando, da un lato ribadendo il rigetto dei tentativi di interferenza straniera e dall’altro chiarendo per l’ennesima volta come la questione sia ineludibile, perché il sistema deve riformarsi o andare incontro ad una crisi impossibile da ricomporre, oltre che ad un potenziale bagno di sangue se la situazione dovesse degenerare.

In sostanza dalle varie posizioni emerge che  da un lato viene sostenuto che il sistema deve riformarsi ma dall’altro si rigettano tentativi di interferenza straniera. Forse  anche perché  i problemi economici e redistributivi dell’Iran odierno sembrano paradossalmente molto simili a quelli delle fasi finali della monarchia.

Per quanto esposto probabilmente  l’ipotesi di un intervento militare americano in certi momenti frena e in altri accelera, tenuto anche conto che attacchi aerei e missilistici non portano da soli al rovesciamento di un regime ed espongono a ritorsioni possibili sulle basi americane nell’area nonché a destabilizzazione nella regione.