Perché la sinistra ha paura della riforma della Giustizia

Severino Nappi, Ordinario di Diritto del lavoro

Ci risiamo. Non appena un Governo di centrodestra si muove per riformare la giustizia, da sinistra si alza il solito coro: “Favoriranno le pressioni della politica sul sistema giudiziario”. Ma prima di affrontare le altre questioni sollevate dai difensori del “no”, urge chiarezza: la riforma non interviene sul primo comma dell’articolo 104 della Costituzione, che garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Venendo al merito, partiamo dalla separazione delle carriere. Una previsione che ha l’unico scopo di mettere fine ad uno stratificato meccanismo di condizionamenti legati alla logica della colleganza e dell’alternanza dei ruoli, dando attuazione ad una norma costituzionale spesso dimenticata: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale” (art. 111, co. 2). Solo così il giudice terzo, liberato da una, anche solo potenziale, ambiguità di relazione col pm, può uscire rafforzato nell’autorevolezza e nella percezione di imparzialità soprattutto da parte dell’opinione pubblica. Quanto all’introduzione di 2 Csm (uno per i magistrati giudicanti, l’altro per gli inquirenti) e al sorteggio dei componenti, la contrarietà a questo modello si fonda sul nulla. La scelta elettiva operata dai padri costituenti, nasceva per individuare la provenienza dei singoli consiglieri e impedire pericolose forme di ingerenze politiche esogene. Ma quel meccanismo di difesa dell’autonomia, nel tempo, si è tramutato in un sistema in cui l’attacco all’indipendenza del magistrato viene portato dall’interno per l’azione delle correnti dell’Anm. Gruppi di potere che, attraverso l’elezione dei propri esponenti nel Csm, tessono tele di controllo delle carriere, delle nomine e di gestione delle procedure disciplinari, come emerso nitidamente dal caso Palamara. Il sorteggio dei componenti dei 2 Csm, dunque, diviene vera garanzia di trasparenza senza tra l’altro, intaccare la qualità di quel consesso. Del resto, che la mobilitazione dell’Anm discenda dalla paura di perdere potere, emerge dalla sprezzante definizione dei sorteggiati come “monadi”, come se l’autonomia del singolo nelle scelte fosse espressione di isolamento e non di affrancamento dalle correnti. E se invece è previsto un sorteggio di secondo livello fra le figure selezionate dal Parlamento, questo assolve proprio la funzione di garantire requisiti di elevata qualificazione per accedere al sorteggio. Infine, la questione dell’Alta Corte disciplinare. Cito un dato: in Italia, tra il 2017 e il 2024, si sono avute quasi 6.000 ingiuste detenzioni a fronte delle quali lo Stato ha pagato 254 milioni di euro di risarcimenti! Quanti magistrati sono stati sanzionati per il danno? Nove. I numeri rendono plasticamente il peso di una tutela corporativa eccessiva e indebita. Il punto, quindi, è che da decenni tutti lamentano il malfunzionamento della giustizia in Italia ma poi ogni azione di riforma viene frenata da campagne di disinformazione rispetto alle quali, oggi è un dovere contrastare la menzogna con la forza della verità. Ed è quello che l’Associazione “Lettera 150” guidata dal ministro Giuseppe Valditara sta facendo, pure attraverso iniziative per spiegare le ragioni di una scelta di civiltà che impone di votare “sì” al referendum della prossima primavera. La riforma rappresenta un fondamentale passo per garantire al cittadino, insieme alla “sostanza”, anche la percezione e la fiducia di poter contare su una giustizia giusta.