Perché un ‘SI’ convinto al referendum per la separazione delle carriere dei magistrati

Vincenzo Mannino, Professore emerito all’ Università Roma Tre

La riforma che costituzionalizza la separazione delle carriere dei magistrati inquirenti e di quelli giudicanti arriverà presto al vaglio referendario. Il dibattito si fa di giorno in giorno più intenso. Al netto delle varie fake circolanti, si susseguono argomentazioni sempre più analitiche in merito a vari aspetti tecnici che l’intervento normativo implica. Si tratta di uno sforzo senz’altro apprezzabile, anche se è alto il rischio di una frammentazione problematica che può lasciare indifferente chi non abbia specifiche competenze giuridiche e di allontanare dal voto. In definitiva, i cittadini sono chiamati a dare il loro ‘SI’ o ‘NO’ sulla riforma nel suo complesso e, perciò, è di sicuro più promettente soffermarsi su due suoi pilastri che ne qualificano la portata.

La riforma introduce un significativo cambiamento nell’ordinamento giudiziario allo scopo evidente di fare crescere nei cittadini la sensazione di imparzialità e di autorevolezza dei magistrati con funzione giudicante. Si è così invertito un pericoloso trend di segno opposto. Gli avvenimenti di cronaca del passato e quelli più recenti stanno lì a dimostrarlo. Soprattutto per responsabilità di parte della magistratura inquirente, con negativi riflessi reputazionali anche su quella giudicante. In particolare, viene dato seguito con colpevole ritardo alla riforma del Codice di Procedura penale risalente al lontano 1988, con cui si è introdotto in Italia il processo accusatorio. Dandosi attuazione all’art. 111, co. 2 della Costituzione, si era allora formalizzato che il magistrato sostenitore dell’accusa si trova sullo stesso piano della difesa, mentre il magistrato giudicante deve essere in posizione di terzietà nella sua attività decisoria. La ‘novità’ era rimasta praticamente lettera morta e ora si porrebbe finalmente rimedio alla lacuna, dandole un rango costituzionale. Con la riforma che sarà sottoposta a referendum permane la comune appartenenza di tutti i magistrati a un unico ordine giudiziario, ma, per il fatto di sancire la netta separazione delle funzioni, scioglierebbe ogni possibile ambiguità nella relazione fra chi svolge la funzione di pubblico accusatore e chi deve giudicare, rafforzando la fiducia dei cittadini nella dinamica processuale.

In linea con questo fine si è anche coerentemente prevista l’operatività di due distinti organi di auto-governo (CSM) della magistratura: uno per i magistrati giudicanti, l’altro per gli inquirenti. Questa scelta viene pure criticata dal fronte del ‘NO’, non tanto attaccando la distinzione dei due CSM, quanto, piuttosto, per la previsione normativa che i componenti dei due organi saranno individuati per sorteggio e non a seguito di elezione come avviene per l’unico CSM attualmente operativo. In una visione retrospettiva, va ricordato che la scelta dell’elezione fu evidentemente operata dai Padri costituenti per contrastare possibili forme di ingerenza politica, ma le cose da allora sono cambiate non poco. La protezione dei magistrati da indebite pressioni grazie all’elezione di loro rappresentanti nell’organo di auto-governo si è tramutata in un meccanismo dagli effetti opposti a quelli originariamente immaginabili. L’entrata in scena nella magistratura delle ‘correnti’ a forte connotazione politica ha prodotto la formazione di cordate e gruppi di potere da cui dipendono la determinazione delle carriere e l’affidamento degli incarichi direttivi. Peraltro, corollario inaccettabile di queste spinte deteriori è divenuta la gestione inappagante delle procedure disciplinari. Oggi spetta all’unico CSM. La riforma sottoposta a referendum prevede l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare esterna ai due nuovi CSM per contrastare la fattuale ‘impunità’ derivante dall’attuale meccanismo disciplinare. Restando ai tempi più vicini, è emblematico che fra il 2017 e il 2024 si siano avute più o meno 6000 ingiuste detenzioni. Lo Stato si è visto costretto a pagare circa 254 milioni di euro a titolo di risarcimento delle vittime di malagiustizia, ma sono poche decine i magistrati coinvolti nei relativi procedimenti giudiziari a essere stati sanzionati per il procurato danno, con aggravio per le casse dello Stato e, perciò, di noi tutti.

Insomma, non si può certo dire che l’intervento riformatore sia stato inopportuno e che non meriti la conferma nel prossimo referendum, con un auspicabile ‘SI’ da parte dei cittadini.