Giustizia e immaginario: realtà tecnica e percezione collettiva della Riforma

Noemi Sanna, psichiatra e docente di psichiatria clinica e forense

La riforma dell’ordinamento giudiziario viene discussa in Parlamento con linguaggio tecnico e argomentazioni normative, ma è percepita dall’opinione pubblica attraverso il filtro di categorie emotive e simboliche. Tra ciò che è formalmente conoscibile e ciò che è realmente conosciuto si apre uno spazio significativo, colmato non da analisi sistemiche ma da narrazioni, rappresentazioni mediatiche e vissuti personali. In questo scarto si gioca una parte decisiva del dibattito pubblico sul prossimo referendum.

Quanto si conosce e quanto si ignora della riforma

Sul piano formale, i dati oggettivi relativi alla riforma dell’ordinamento giudiziario sono pubblici e la discussione parlamentare è ben documentata. La possibilità di accesso, tuttavia, non sempre coincide con una reale fruizione.

Quanti cittadini consultano queste fonti? Verosimilmente una minoranza: addetti ai lavori, studiosi e una quota limitata di persone particolarmente interessate.

La maggior parte della popolazione in realtà:

  • non conosce le funzioni del CSM;
  • non distingue chiaramente tra giudice e pubblico ministero;
  • ignora che appartengono allo stesso ordine;
  • non ha familiarità con il funzionamento del processo accusatorio;
  • non è consapevole dell’incidenza delle garanzie sulla qualità e sull’equità del giudizio.

Queste lacune conoscitive aprono uno spazio significativo alla dimensione emotiva. Esperienze personali di giustizia o malagiustizia, simpatia o ostilità verso la classe dirigente, diffidenza verso le istituzioni o atteggiamenti oppositivi nei confronti dei simboli di autorità, diventano variabili determinanti nella formazione della opinione. L’adesione a una o all’altra posizione tende così ad assumere una connotazione emotiva e identitaria più che informativa.

La disinformazione mediatica

Un ulteriore fattore di distorsione è rappresentato dal sistema mediatico.

In Italia, l’informazione su temi complessi come l’ordinamento giudiziario è spesso parziale e fortemente orientata alla spettacolarizzazione. Le logiche dell’audience privilegiano il conflitto e l’emotività rispetto all’approfondimento tecnico. Il risultato è che i media offrono spesso:

  • questioni complesse ridotte a slogan;
  • titoli emotivamente orientati che precedono la comprensione;
  • framing selettivi che orientano la percezione prima ancora dell’analisi del contenuto;
  • personalizzazione del dibattito attorno a casi emblematici o figure pubbliche;
  • assenza di confronto con modelli occidentali alternativi e con le evidenze empiriche dei loro effetti.

Questioni ordinamentali vengono trasformate in scontri tra persone, talora con evidente sproporzione comunicativa tra le parti coinvolte e con preoccupanti derive moralistiche. In questo clima, la posizione referendaria o politica rischia di essere orientata prevalentemente, se non esclusivamente, da fattori emotivo-identitari.

Livello di consapevolezza diffuso

In sintesi, si può affermare che la conoscenza tecnica e oggettiva della riforma è circoscritta a una minoranza della popolazione e la comprensione sistemica dell’assetto ordinamentale è limitata. Al contrario, la conoscenza narrativo-mediatica è ampia e l’adesione emotivo-identitaria è diffusa e diviene potenzialmente determinante nelle scelte collettive.

La dimensione simbolica della giustizia

La giustizia, in ragione dei suoi attributi universali come equilibrio, imparzialità e forza del diritto, anche trascritti nella icona che la rappresenta (una donna bendata che tiene in una mano la bilancia e nell’altra la spada) ha una dimensione simbolica profondamente radicata nella coscienza collettiva. Forse è proprio in ragione di questa forte simbologia che può diventare un amplificatore di distorsioni comunicative.

la potente dimensione simbolica è connaturata alla stessa natura umana e precede la nascita del pensiero razionale. Un linguaggio universale inscritto nell’inconscio collettivo prima ancora che nei codici. Contiene profondi significati che attengono al senso stesso dell’essere in quanto essere. Rappresenta l’ordine contro il caos; il limite contro la smoderatezza; l’innocenza contro la colpa; il diritto contro la forza. Incarna rassicuranti aspettative di protezione contro l’arbitrio.

Sul piano psichico attiva bisogni primari di equità, regolazione dell’aggressività, riparazione. Il senso di ingiustizia compare precocemente nel bambino ed è carico di attivazione emotiva. Nell’adulto questa sensibilità primaria viene trasferita sulla giustizia istituzionale.

Sul piano collettivo svolge una funzione di contenimento dell’ansia sociale e dell’aggressività intra-gruppale. Quando funziona rassicura; quando appare inefficiente o opaca, attiva fantasie di persecuzione o, all’opposto, di impunità.

Giustizia e funzione paterna

Da una prospettiva psicoanalitica, la giustizia contiene la stessa matrice archetipica della funzione paterna normativa e protettiva. Non il padre autoritario, ma il “padre buono” che introduce la legge come struttura organizzativa dell’esperienza prima che come punizione. Il padre che garantisce che nessuno si ponga sopra la legge o sia lasciato senza tutela.

La giustizia, come la figura paterna, è strutturalmente ambivalente perché sa proteggere ma sa anche e sanzionare. La percezione pubblica, infatti, oscilla costantemente tra queste due rappresentazioni. Quando la funzione simbolica della giustizia è stabile e legittimata, la società si sente contenuta e al sicuro. Quando vacilla, emergono diffidenza, paura, rabbia, desiderio di vendetta.

Brevi conclusioni

La distanza tra conoscenza tecnica e percezione collettiva rende il confronto sulla riforma vulnerabile alla semplificazione e alla polarizzazione. Quando la comprensione strutturale è limitata, a orientare il giudizio intervengono emozioni, appartenenze e rappresentazioni simboliche.

Poiché la giustizia non è solo un apparato normativo ma rappresenta l’archetipo del bene e del male ed è garante dell’ordine e dell’armonia, ogni sua modifica viene vissuta come possibile alterazione di un equilibrio primario. In questo senso, il terreno del conflitto non è solo giuridico, ma profondamente psicologico e simbolico.