Cancel Culture. Una lettura psicologica

Noemi Sanna, Psichiatra, docente universitaria di psichiatria clinica e forense

La cultura woke (termine gergale afroamericano che significa tenere gli occhi aperti) nasce dall’esigenza di adottare una critica vigilanza nei confronti delle ingiustizie sociali storicamente normalizzate e legittimate da assetti di potere asimmetrici. Nella sua formulazione originaria ha svolto una funzione importante, contribuendo a rendere visibili discriminazioni a lungo rimosse e a promuovere una maggiore sensibilità verso i gruppi più vulnerabili.

Nel tempo questa tensione critica si è in parte irrigidita in un sistema normativo moralistico: il dubbio è stato marginalizzato, la complessità ridotta a polarizzazioni e il dissenso interpretato come colpa.

Nelle righe seguenti verrà messo in luce come nella filosofia Woke, particolarmente nella Cancel culture, si sviluppi una forma di regressione collettiva del pensiero in cui meccanismi primitivi di funzionamento mentale, come scissione o proiezione, diventano criteri di lettura del mondo, producendo acritico conformismo, impoverimento cognitivo ed esclusione simbolica.

Scissione e proiezione nel pensiero woke

Prima che un’ideologia compiuta, il wokismo può essere inteso come uno stile di funzionamento mentale: emerge quando il bisogno di riparazione morale incontra l’intolleranza verso la complessità. Prevale una logica dicotomica che riduce dinamiche storiche e sociali articolate in categorie rigide: buoni/cattivi, oppressori/oppressi, offrendo un orientamento semplice ma del tutto difforme dalla realtà.

Semplificare è, in sé, una operazione mentale necessaria. La mente rifugge dall’ambivalenza ed è strutturata per dividere, separare, ordinare. distingue tra giusto e sbagliato. Questo funzionamento corrisponde a un meccanismo di difesa primitivo, la scissione, che si attiva quando l’individuo percepisce la complessità come qualcosa di oscuro e minaccioso e che nel Wokismo viene impiegato in modo sistematico. Semplificare non è più uno strumento di conoscenza, diventa criterio di verità. Ne derivano travisamenti della storia e alterazioni dei dati di realtà. Ciò facilita la diffusione di false credenze che erodono le capacità critiche e favoriscono assetti ideologici approssimativi, molto prossimi al pensiero complottistico, e che finiscono per minare la fiducia reciproca e la coesione sociale.

A ciò si affianca un altro meccanismo mentale, la proiezione, in cui contenuti psichici intollerabili come aggressività, colpa, volontà di dominio, sono negati come propri e attribuiti all’esterno. L’autocritica viene silenziata e l’immagine di sé e del gruppo di appartenenza viene idealizzata. La cultura woke offre risposte rapide, semplificate, identità rassicuranti e colpevoli facilmente individuabili, ma a scapito di una progressiva rinuncia alla conoscenza e alla responsabilità.

Si tratta di meccanismi mentali arcaici utili agli uomini primitivi quando dovevano individuare velocemente la fonte di pericolo e mettersi in salvo. L’imperativo era sopravvivere, non soffermarsi a fare una valutazione accurata della situazione. Meccanismi molto attivi anche nei primi stadi dello sviluppo e in chi, da adulto, adotta gli stili cognitivi infantili del pensiero immaturo che, nella evoluzione maturativa, precede il pensiero razionale più evoluto.

La maturità psichica, sia individuale che collettiva implica, invece, capacità di tollerare l’ambivalenza, riconoscere la coesistenza di bene e male e concepire la giustizia come processo trasformativo, non come sanzione permanente. Quando polarizzazione e difese si cristallizzano, il pensiero si irrigidisce e si trasforma in ideologia. Questo è il terreno ideale per la nascita della cancel culture: la difesa diventa dispositivo culturale e il dissenso viene trattato come colpa da espellere.

La Cancel Culture e il dogma antioccidentale

Nella cancel culture i meccanismi di scissione e proiezione si radicalizzano: la complessità viene sostituita da narrazioni moralmente polarizzate, i giudizi diventano inappellabili e la sanzione simbolica prende il posto del confronto. La cancellazione assume la forma di un’esclusione pubblica, storica, culturale e identitaria, fondata su criteri morali elevati a verità assolute. In questa cornice l’Occidente e le sue matrici culturali sono i bersagli privilegiati di una lettura ideologica orientata alla costruzione di nuovi confini morali e identitari, e la storia è strumentalmente messa al servizio di una narrativa dichiaratamente antioccidentale.

Paradossalmente tale dinamica trova legittimazione proprio all’interno delle istituzioni occidentali, in particolare nel mondo accademico, tradizionalmente luogo di pluralismo e libertà critica. In alcuni contesti universitari si è assistito a un irrigidimento ideologico che ha prodotto pressioni conformistiche, revisione retroattiva di autori e tradizioni, fino a pesanti forme di censura simbolica. Autori e figure centrali della tradizione culturale occidentale sono stati sottoposti a giudizi insindacabili e condanne simboliche in un clima di epurazione che evoca drammatiche esperienze di censura e distruzione del sapere vissute nel passato, anche recente.

Conformismo morale e regressione collettiva

Un clima di cancellazione punitiva compromette il tessuto delle relazioni, inibisce il confronto autentico e alimenta il sospetto reciproco. L’espulsione del dissenso dal dialogo democratico rafforza dinamiche tribali fondate sulla contrapposizione noi/loro di gruppi chiusi e iper-identitari, e la società perde la capacità di auto correggersi poiché viene meno lo spazio del confronto critico, si riducono gli spazi del dissenso e il dibattito si impoverisce. 

Vengono utilizzate strutture di funzionamento mentale immaturo. Il ricorso costante a difese primitive, come scissione e proiezione, permette l’attribuzione di ogni male all’altro, preservando un’immagine idealizzata di sé e del proprio gruppo (io sono la ragione e posseggo la verità, tu sei l’errore e la colpa). La moralizzazione offre un vantaggio narcisistico straordinari: sentirsi giusti ed assolversi qualunque cosa si faccia o si dica, ma impoverisce l’autocritica.

Brevi considerazioni finali

Restare “svegli” dovrebbe significare non rinunciare al pensiero critico, accettare la complessità, riconoscere i propri limiti, coniugare giustizia e proporzione, critica e autocritica.

Una società matura non elimina il conflitto ma lo elabora; non cancella la complessità ma la attraversa; non espelle il dissenso ma lo integra nel confronto. La cultura della cancellazione, al contrario, tende a sostituire integrazione con scissione, etica con moralismo, riparazione con punizione, dialogo con espulsione. Il pensiero perde la sua funzione esplorativa e si riduce a dispositivo difensivo, generando un grave impoverimento intellettivo.