Antonio Angelosanto, Professore di Diritto Romano e Fondamenti del Diritto Europeo all’Università di Roma “La Sapienza”
Si è appena concluso, presso la Facoltà di Giurisprudenza della Sapienza Università di Roma, il percorso di Formazione Scuola-Lavoro “Educazione civica e diritto romano. Dalle radici romane alla Costituzione”, realizzato in collaborazione con la Scuola Superiore di Studi Avanzati dello stesso Ateneo. Un’esperienza che, al di là della sua dimensione didattica, ha offerto l’occasione per tornare a interrogarsi su una questione tutt’altro che marginale: che cosa significa, oggi, educare alla cittadinanza. Al progetto, svoltosi tra gennaio e febbraio 2026 per un totale di venti ore, hanno partecipato sessanta studenti, di età compresa tra i 16 e i 18 anni, provenienti da dodici istituti secondari superiori del Lazio.
Il punto di partenza del percorso è stato netto. L’educazione civica non può ridursi a un insieme di nozioni, né a un insegnamento ancillare affidato all’attualità o all’emergenza del momento. Essa chiama in causa il senso stesso dello studio del diritto, inteso non soltanto come formazione professionale, ma come autentica scuola di cittadinanza. Prima di formare giuristi, lo studio del diritto è chiamato a formare cittadini consapevoli, capaci di comprendere che cosa voglia dire appartenere a una comunità politica: la Repubblica.
Questa impostazione recupera un’idea antica, che nella cultura romana era chiarissima. Nella Roma repubblicana la famiglia non era soltanto una sfera privata, ma il primo luogo di educazione civica: il seminarium rei publicae, il vivaio della cosa pubblica. Lì si formavano i futuri cittadini. Oggi, accanto alla famiglia, è la scuola – e con essa l’università – a essere chiamata a svolgere questa funzione: preparare alla vita nella Repubblica, non soltanto al mercato del lavoro.
Da qui la scelta, tutt’altro che neutra, di collocare l’educazione civica dentro una cornice storica. Il diritto romano non viene proposto come un reperto museale, ma come una delle grandi matrici culturali dell’Europa e quindi dell’Italia. Accanto alla filosofia greca e all’umanesimo cristiano, esso rappresenta la radice attraverso cui si impara che in Europa la convivenza civile è il frutto dell’appartenenza ad una comunità fondata sulle regole. Non a caso, nel corso dei secoli, le istituzioni europee hanno continuamente dialogato con il diritto romano.
Questo dialogo attraversa direttamente anche la nascita della Repubblica italiana. Tra i membri dell’Assemblea costituente vi furono studiosi di diritto romano, come Giorgio La Pira, che portarono nel dibattito costituzionale la concezione romana della Repubblica come comunità fondata sul diritto al servizio della persona. La Costituzione non nasce, dunque, in una terra vergine, ma all’interno di una tradizione giuridica lunga e stratificata, come mostra anche la riflessione storiografica più recente. In questa direzione si colloca, ad esempio, il volume pubblicato dal prof. Giuseppe Valditara, dal titolo “Alle radici romane della Costituzione”, che ricostruisce il dialogo tra Costituzione italiana e diritto romano, mettendo in luce i richiami – talvolta espliciti, talvolta impliciti – che emergono nel corso dei lavori dell’Assemblea costituente.
In questa prospettiva, lo studio del diritto romano diventa educazione civica nel senso più pieno. Non una disciplina antiquaria, ma un esercizio di consapevolezza storica. Non è un caso che, nel secondo dopoguerra, la riflessione sull’educazione civica si sia collocata fin da subito all’incrocio tra diritto e storia. Un riferimento significativo resta il volume “Cultura civica per le Scuole Secondarie Superiori”, pubblicato nel 1968 dal romanista Gabrio Lombardi, che concepiva l’educazione civica come sintesi di formazione storica, giuridica e istituzionale.
Il cuore simbolico di questa tradizione è rappresentato dalle Leggi delle XII Tavole. Intorno alla metà del V secolo a.C., Roma decide di rifondare la città sulle leggi e di rendere pubbliche le proprie regole fondamentali, esponendole nel Foro. È un gesto politico prima ancora che giuridico: la legge non appartiene a pochi, ma a tutti. Quelle tavole, pur lontane dalle costituzioni moderne, svolgevano una funzione essenziale: offrire ai cittadini un linguaggio comune della convivenza civile.
Per secoli i giovani romani impararono le XII Tavole a memoria, come ricorda Cicerone. Non per diventare giuristi, ma per diventare cittadini. Eduard Norden le ha definite la “grammatica nazionale” dei Romani: il testo attraverso cui si apprendeva, insieme, a leggere e a vivere nella città. In questa prospettiva, un celebre gioco di parole di Don Lorenzo Milani conserva tutta la sua forza polemica. Nella “Lettera a una professoressa” osservava che la scuola aveva più in onore la grammatica che la Costituzione. Ma forse il punto non è scegliere tra l’una e l’altra. La stessa Costituzione potrebbe essere insegnata come una grammatica: non come un testo da venerare, ma come un abbecedario civile da interiorizzare e dal quale imparare il linguaggio della cittadinanza.
La conclusione del percorso alla Sapienza ha rimesso al centro proprio questa intuizione. Una Repubblica vive solo nella misura in cui le sue regole fondamentali sono conosciute, comprese e interiorizzate dai suoi cittadini come grammatica di base della cittadinanza.
