Domenico Rossi, Generale, già Capo di stato Maggiore dell’Esercito
Dopo la conclusione del secondo round di negoziati tra i rappresentanti dell’Iran e degli Stati Uniti il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva parlato di “buoni sviluppi”, alimentando l’idea di un accordo all’orizzonte .Nella realtà non sembra esserci nessun effettivo progresso ove si consideri che il Presidente Trump parlando alla prima riunione del Board of Peace a Washington ha più che ventilato un possibile attacco americano all’Iran dichiarando “Forse faremo un accordo” e “lo scopriremo nei prossimi 10 giorni“, per poi precisare: “Dobbiamo raggiungere un accordo significativo, altrimenti accadranno cose brutte“.
Addirittura se si prende a riferimento il sito di informazione Axios, che in genere attinge notizie da fonti interne all’amministrazione USA, il Paese è “più vicino a una guerra su larga scala in Medio Oriente di quanto la maggior parte degli americani pensi” e potrebbe “iniziare molto presto”.
D’altronde occorre prendere atto che è già arrivata nel Mediterraneo la super-portaerei USS Gerald R. Ford, appena tornata dai Caraibi – dove era schierata per fare pressione sul governo venezuelano di Nicolàs Maduro (esfiltrato dagli USA a gennaio) che si è pertanto aggiunta all’altra portaerei USS Abraham Lincoln e alle altre navi presenti nella Regione. La più grossa concentrazione di forze aeree USA dall’invasione dell’Iraq nel 2003.
La USS Ford d’altronde appare opportuna/necessaria non solo per aumentare le potenzialità di attacco ma anche per proteggere Tel Aviv e le altre città israeliane da un eventuale contrattacco dell’Iran. Anche in Giordania la presenza di aerei militari americani è aumentata e secondo il New York Times, che cita alcune immagini satellitari, nella base di Muwaffaq Salti sono parcheggiati almeno 60 aerei da combattimento, il triplo rispetto a sole poche settimana fa e sono atterrati anche 68 aerei cargo.
Non ci possono infine essere dubbi che in caso di attacco americano Israele comunque si prepari a fare la sua parte, forte dell’appoggio statunitense, in una possibile campagna offensiva che a seconda degli obiettivi potrebbe anche essere lunga e massiccia.
L’Iran d’altra parte è in grado di minacciare/limitare/impedire i traffici nel Golfo tramite lo Stretto di Hormuz e colpendo USA e alleati nella regione. Non è un caso che , secondo il New York Times, centinaia di soldati siano stati evacuati dalla base di Al Udeid in Qatar e altri anche dalle basi in Bahrein . Inoltre,al di là del nutrito arsenale di missili a disposizione, proprio in coincidenza con questa fase di negoziati la Marina del Corpo delle guardie della rivoluzione ha testato con successo una variante navale del missile di difesa aerea a lungo raggio Sayyad-3. Il test, secondo quanto riporta l’agenzia Mehr, è avvenuto nell’ambito di un’esercitazione su larga scala nello Stretto di Hormuz. Il Sayyad-3G è stato lanciato dalla nave da guerra “Shahid Sayyad Shirazi”.
Teheran in sostanza può compiere una risposta diretta, con missili e droni su basi e asset regionali. Tra gli obiettivi non c’è solo Israele, come negli anni scorsi, ma l’architettura militare americana nella regione, incluse basi, radar, logistica, e asset navali,con una spirale di violenza capace di interessare anche gli Stati del Golfo.
Hormuz come segnale di deterrenza iraniano: Le esercitazioni e le chiusure temporanee di aree dello Stretto da parte dell’Iran hanno una funzione politica: ricordare che gli ayatollah possono alzare il costo sistemico della crisi,perché anche senza effettivamente chiudere Hormuz, Teheran può aumentare rischio percepito, premi assicurativi, e nervosismo sui mercati.
In merito ai passi che sta compiendo l’Iran da un articolo del Guardian si evince che il Ministro degli Esteri ha colloquiato con l’Ispettore ONU per le armi nucleari Raphael Grassi per discutere i dettagli su come l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) avrebbe potuto visitare i siti nucleari iraniani per verificare la situazione attuale e l’eventuale diluizione delle scorte di uranio arricchito. Grassi avrebbe affermato che si iniziano a vedere progressi ma il problema è “che non abbiamo molto tempo”.
L’offerta dell’Iran,sempre da detto articolo, sembrerebbe quella di sospendere l’arricchimento dell’uranio domestico per un periodo fisso fino a cinque anni e sarebbe disposto ridimensionare la scorta di uranio arricchito al 60% al 3-6%.
Una proposta che ricalca l’accordo del 2015 che richiedeva una sospensione di 15 anni della produzione e che l’Iran mantenesse la propria scorta di uranio sotto i 300 Kg arricchita fino a un massimo del 3,67%. La proposta non è stata presentata formalmente . Nonostante ciò a riguardo comunque si registra una dichiarazione positiva da parte del Ministro degli Esteri russo Lavrov .
C’è da prendere atto ove questa fosse effettivamente la proposta iraniana di come al momento la stessa non prende in esame una limitazione della portata del suo programma missilistico balistico che è invece una richiesta chiave israeliana.
Teheran continua a dire che entro pochissimi giorni presenterà una proposta formale ma forse come evidenzia un’analisi di Foreign Policy, Teheran “pensa di avere i negoziati con gli Stati Uniti sotto controllo, ma le conseguenze potrebbero essere catastrofiche”, anche perché gli USA potrebbero giudicare la linea d’azione iraniana unicamente come la volontà di rimandare sine die l’attacco al cuore della Repubblica.
Questo anche perché la tattica dilatoria di Teheran si scontra con l’approccio di Trump, che punta a risultati immediati. Tra l’altro l’Iran non sembra cogliere quanto il contesto negoziale sia cambiato rispetto a quello che nel 2015 condusse al JCPOA e conta sul fatto che, alla fine, la diplomazia farà il suo corso.
All’epoca infatti il nucleare era ancora una leva negoziale rilevante e anche la rete di alleanze regionali di quel tempo ha perso gran parte della sua efficacia.
Al contempo, il coinvolgimento di Ali Larijani, segretario del Supremo Consiglio per la sicurezza nazionale, nei negoziati potrebbe rispondere a tre obiettivi: persuadere gli Stati Uniti a limitare eventuali attacchi; coordinare una ritorsione calibrata per ridurre il rischio di escalation; gettare le basi per una nuova fase di trattative.
In sintesi, mentre Washington sembrerebbe puntare su obiettivi molto ambiziosi, tra cui la cancellazione del programma nucleare iraniano e lo stop ai missili balistici, Teheran,rivendica il diritto all’arricchimento e considera il programma missilistico parte integrante della deterrenza nazionale..
Bisogna prendere atto che fino a questo momento, per quanto noto il Presidente Trump non ha dato il via libera all’operazione contro Teheran. Una decisione che dovrà tenere innanzi tutto conto del reale obiettivo di una azione offensiva che può andare da attacchi mirati e strategici ,sul tipo di quello di pochi mesi condotto durante la cosiddetta “guerra dei 12 giorni”, fino a un intervento risolutivo tendente al cambio della attuale governance iraniana.
Anche perché persiste la possibilità che un attacco non risolutivo potrebbe innescare una effetto boomerang ovvero rendere coeso intorno alla bandiera e quindi al regime ,per quanto odiato, un paese diviso politicamente e dilaniato dalla repressione , ma unito di fronte a quella che potrebbe essere percepita come una minaccia esterna.
Inoltre sempre Axios, sottolinea che una guerra massiva potrebe avere anche implicazioni importanti per i restanti tre anni della presidenza Trump, salito al potere criticando aspramente l’interventismo americano nel mondo, in generale, e in Medio Oriente in particolare. In tal senso un attacco all’Iran, dagli esiti imprevedibili, rischia di pregiudicare la strategia di lungo termine americana nella regione, che resta improntata a un disimpegno o – quantomeno – a una razionalizzazione delle forze.
In conclusione ci troviamo di fronte a una evidente pressione militare usata come leva negoziale in cui cioè il rafforzamento del dispositivo Usa non è solo una misura difensiva ma un modo per rendere credibile sia l’alternativa dell’accordo che quella dell’attacco. I tempi per una delle due soluzioni sono sempre più stretti.
