Noemi Sanna, psichiatra, docente di psichiatria clinica e forense
Premessa
Le resistenze nei confronti della riforma Nordio sia da parte di chi è direttamente interessato sia nell’opinione pubblica, vanno oltre la semplice contrapposizione dialettica. Sono un fenomeno complesso in cui si intrecciano una moltitudine di fattori. La Giustizia tocca dimensioni profonde: sicurezza, colpa, punizione, ordine simbolico e ogni proposta di riforma, inevitabilmente, attiva una intensa reazione oppositiva al cambiamento.
Nelle righe seguenti vedremo come dinamiche del tutto fisiologiche, tipiche di gruppi ad alto contenuto normativo come la magistratura, possano, in situazioni di crisi, divenire disfunzionali con il rischio di sconvolgere equilibri istituzionali e generare un diffuso senso di incertezza nella cittadinanza.
Dimensione identitaria
Tutte le istituzioni sviluppano nel tempo una identità collettiva. Il Sé professionale della magistratura italiana si è costruito anzitutto sul fondamento costituzionale che la colloca tra i pilastri dell’assetto repubblicano, riconoscendole autonomia e indipendenza. Questo riconoscimento non ha solo valore giuridico, ma ha contribuito a strutturare un’identità forte centrata sulla funzione di garanzia dell’ordinamento.
Con la stagione di Mani Pulite, tale identità si è ulteriormente rafforzata. Di fronte alla crisi e alla delegittimazione del ceto politico, la magistratura ha assunto, anche simbolicamente, una funzione di supplenza morale, di guida etico-normativa della collettività ben oltre il mandato formale. Ne è derivato un deciso incremento del prestigio associato all’ordine giudiziario rispetto agli altri poteri dello stato. Ciò ha contribuito alla percezione di una asimmetria morale tra la politica: spazio della degenerazione e la magistratura spazio della rettitudine.
Questa architettura identitaria è sostenuta anche da un marcato senso di appartenenza interna, favorito dall’assetto ordinamentale unitario e da una cultura tecnico-giuridica condivisa tra le diverse funzioni.
In tale contesto, ogni intervento riformatore, anche quando circoscritto, tende a essere vissuto non solo come modifica tecnica, ma come potenziale alterazione di un equilibrio identitario consolidato.
Narcisismo istituzionale
L’enorme credito morale ricevuto dall’opinione pubblica durante la stagione di Mani Pulite, quando una larga maggioranza di cittadini sosteneva con convinzione l’operato dei giudici considerandoli come salvatori della Patria, continua ad avere, a distanza di 40 anni, importanti ripercussioni.
Il riconoscimento sociale non è mai neutro: contribuisce a modellare la percezione che un’istituzione ha di sé. Quando una comunità attribuisce a un corpo dello stato una funzione salvifica, questo riconoscimento, alla lunga, viene interiorizzato. Si viene a creare una sovrapposizione tra ruolo svolto e identità percepita. In altri termini, se un’istituzione viene investita del ruolo di eroe collettivo, può finire per percepirsi tale. Ciò per almeno due ragioni: da un lato mantenere la coerenza con le aspettative sociali; dall’altro consolidare il senso di utilità e di legittimazione pubblica che le viene attribuito.
Il passaggio da una identità autorevole, fondata su competenza e funzione, a una possibile forma di narcisismo istituzionale può riguardare qualunque istituzione caratterizzata da forte coesione interna, elevato capitale simbolico e missione eticamente connotata. Ciò va inteso in chiave interpretativa dei processi identitari collettivi e non come giudizio morale nei confronti di un ordine costituzionale della Repubblica, la cui indipendenza e autorevolezza restano elementi fondamentali per l’equilibrio democratico e per la fiducia dei cittadini nello Stato.
Conservatorismo istituzionale
Ogni struttura sociale, particolarmente se complessa e ad alto contenuto normativo, sviluppa una naturale tendenza a preservare nel tempo il proprio assetto. Il bisogno di mantenere un equilibrio interno, l’incertezza legata ad eventuali ridefinizioni di ruolo e il timore di un indebolimento dei confini simbolici, sono elementi che oppongono una forte resistenza ad ogni tentativo di modifica dello status quo. Quando il sistema è esposto a intense pressioni esterne reali o percepite, come nel caso della riforma in questione, le dinamiche si irrigidiscono. La fisiologica coesione interna può trasformarsi in chiusura corporativa; la legittima difesa dell’autonomia in resistenza indiscriminata al cambiamento; il senso di appartenenza in polarizzazione identitaria.
Si assiste a una iperattivazione dei meccanismi omeostatici: l’energia del gruppo non viene investita nell’adattamento creativo ad un mondo che cambia, ma nella conservazione difensiva. Sul piano psicologico collettivo emergono semplificazioni dicotomiche, attribuzioni esterne di responsabilità, sospettosità istituzionale.
Comprendere questa trasformazione di una funzione che da regolativa diviene rigidamente difensiva, è cruciale per distinguere tra fisiologica tutela dell’identità istituzionale e dinamiche regressivo-conservative che, nel tentativo di proteggere il sistema, in realtà ne indeboliscono le capacità adattative e di rinnovamento.
Brevi conclusioni
Le resistenze alla riforma non possono essere lette esclusivamente in chiave politica o giuridica. Affondano in dinamiche identitarie profonde tese alla difesa dell’assetto consolidato. Ciò che appare come contrapposizione ideologica può essere, almeno in parte, l’espressione di un processo collettivo di tutela dell’identità istituzionale.
La sfida, per ogni sistema democratico maturo è riconoscere e governare tali dinamiche, distinguendo tra difesa legittima dell’autonomia e irrigidimento regressivo ed evitando che la protezione dell’equilibrio interno si trasformi in fattore di indebolimento della fiducia pubblica nella Giustizia.
