Giampaolo Azzoni, ordinario di Teoria Generale del Diritto all’Università di Pavia e membro del Comitato per il SI di Lettera 150
Il referendum rappresenta un’occasione storica per adeguare il nostro ordinamento giurisdizionale al principio costituzionale del giusto processo.
L’obiettivo è quello di avere un giudice che sia e appaia:
- pienamente terzo, cioè nettamente separato dalle altre due parti del processo e, in particolare, dalla pubblica accusa che è esercitata dal pubblico ministero;
- pienamente imparziale, cioè libero da condizionamenti e, in particolare, da quelli personali e politici delle correnti organizzate presenti nel CSM;
- pienamente responsabile, cioè che risponda anche dal punto di vista disciplinare per i suoi errori senza disparità di trattamento.
Si tratta di completare un percorso che era iniziato, agli albori della Repubblica, con la settima disposizione transitoria e finale della Costituzione, secondo cui l’ordinamento giudiziario doveva essere adeguato alla Costituzione stessa. Diverse sentenze della Corte costituzionale e della Corte di Cassazione andarono in questa direzione per assicurare il diritto di difesa all’imputato. Una grande svolta positiva fu rappresentata dall’emanazione nel 1988 di un nuovo codice di procedura penale che, come esplicitamente indicava la legge di delega legislativa, doveva “attuare i caratteri del sistema accusatorio” e quindi la “partecipazione dell’accusa e della difesa su basi di parità in ogni stato e grado del procedimento”. Nel 1999 si ebbe poi l’importantissima ricezione del giusto processo nell’articolo 111 della Costituzione secondo cui “ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo ed imparziale”.
Votare ‘no’ al referendum significa interrompere questo processo di costituzionalizzazione dell’ordinamento giudiziario con il rischio di pericolosi ritorni al passato. Non è un caso che alcuni sostenitori del ‘no’ siano in realtà critici del modello di processo costituzionale in cui accusa e difesa sono sullo stesso piano di fronte ad un giudice terzo e imparziale. Asseriscono che quello del nostro ordinamento sarebbe in realtà un modello di processo “ibrido” e non accusatorio, vedendo ciò come un dato positivo e arrivano a criticare lo stesso articolo 111 della Costituzione.
Ma votare ‘no’ significa anche legittimare la deriva politica del CSM che da organo di governo della magistratura potrebbe sempre più trasformarsi in una sorta di parlamento della magistratura in cui i componenti sono espressione di precisi orientamenti politici con interferenze non solo in una corretta gestione delle carriere dei magistrati, ma anche sull’equilibrio tra i poteri costituzionali.
Non si tratta, pertanto, di un voto politico, bensì di ribadire un fondamentale principio di civiltà giuridica comune alla totalità dei paesi democratici e liberali. È questa la ragione per cui i contenuti della riforma sono condivisi anche da numerosi e prestigiosi esponenti della sinistra che si sono dichiarati per il ‘sì’.
Così come, ovviamente, non si tratta di un referendum sulla magistratura, bensì a favore di una sua organizzazione che ne rafforzi l’autonomia e l’indipendenza, per cui i giudici siano soggetti soltanto alla legge.
E si tratta soprattutto di una riforma a favore di tutti i cittadini che possano entrare il più possibile sereni in un’aula giudiziaria, siano essi vittime o imputati, avendo ancora più fiducia che il giudice che deciderà di loro sia terzo e imparziale.
Non dimentichiamo poi che se perdiamo questa occasione, non se ne parlerà più per decenni.
Votiamo e facciamo votare ‘sì’.
