Domenico Rossi, Generale, già Capo di Stato Maggiore dell’Esercito
La massiccia campagna congiunta aerea, navale e missilistica lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, ha prodotto effetti distruttivi rilevanti, ma al momento non ha raggiunto l’obiettivo strategico auspicato tenuto conto che il regime appare ben saldo né si è aperto alcuno spazio credibile per un cessate il fuoco immediato. A ciò si aggiunge che non è ravvisabile nemmeno un realistico interlocutore negoziale. Al momento quindi la guerra non si sta avvicinando a una conclusione rapida, come più volte annunciato , ma al contrario si sta consolidando come una campagna prolungata.
Nessuna delle due parti appare infatti vicina a una posizione dalla quale possa dichiarare credibilmente vittoria o imporre delle condizioni. Fermo restando che per Teheran, la sopravvivenza del regime costituisce già un risultato politico rilevante. Per Washington, invece, gli obiettivi dichiarati appaiono troppo ambiziosi rispetto agli obiettivi perseguibili con la sola potenza aerea senza cioè una operazione terrestre.
Una possibile operazione terrestre statunitense rappresenterebbe il passaggio più capace di modificare radicalmente la traiettoria della guerra. Il punto, tuttavia, non è che una tale scelta risolverebbe il conflitto, bensì che lo trasformerebbe completamente. Tra l’altro, al di là della disponibilità di forze necessarie, occorre considerare che l’Iran non può non essersi preparato per una simile eventualità, dispone del vantaggio del terreno e può contare su forze di terra addestrate. L’unica ipotesi perseguibile potrebbe essere una limitata operazione terrestre su una infrastruttura strategica per l’Iran come l’eventuale presa statunitense dell’isola di Kharg.
In ogni caso l’occupazione dell’isola costituirebbe l’occupazione di territorio di uno stato sovrano con il rischio di una espansione degli attacchi contro le infrastrutture energetiche del Golfo e un allargamento regionale della crisi, nonché di notevoli perdite. Inoltre va considerato che l’apparato di sicurezza è radicato ideologicamente e meglio preparato sul piano geografico. Ne consegue che un successo tattico potrebbe non tradursi in una trasformazione politica favorevole, ma nella nascita di un potere successore più duro, più militarizzato e più ostile.
Per quanto concerne la capacità di ritorsione iraniana sui Paesi del Golfo o meglio sulle loro infrastrutture energetiche uno degli aspetti più rilevanti del conflitto è proprio la capacità dell’Iran di continuare a impiegare droni e missili a un ritmo superiore alle attese iniziali. Dare un giudizio su quanto tale possibilità è stata effettivamente compromessa è difficile stabilirlo specie alla luce delle contrastanti dichiarazioni a riguardo statunitensi e israeliane nonchè di quelle iraniane.
Quello che mi sento di dire è che la continuità con cui l’Iran sostiene i suoi mirati lanci di missili e/o droni individua come vi sia stata una preparazione dopo la guerra dei 12 giorni più efficace del previsto. In cui dispersione delle capacità, produzione sotterranea e gestione delle risorse orientata alla durata sembrano consentire ancora a Teheran di mantenere una capacità di ritorsione più persistente di quanto ipotizzato all’inizio.
Teheran inoltre continua a disporre di uno strumento strategico di primaria importanza: lo Stretto di Hormuz che utilizza come un choke point gestito, capace di consentire un passaggio selettivo delle rotte commerciali , per i Paesi amici, ma anche di mantenerle sotto costante minaccia. Tenuto conto che nella situazione attuale lo utilizza come un choke point gestito, capace di consentire un passaggio selettivo delle rotte commerciali ma anche di mantenerle sotto costante minaccia è chiaro che mira proprio a creare una pressione strutturale sull’economia globale affinhé Usa e Israele vengano costrette ad interrompere la loro azione. Per quanto riguarda le contromisure solo l’ONU potrebbe organizzare una missione di salvaguardia delle rotte commerciali in grado di ripristinare il libero flusso dando uno specifico mandato alla già formata Coalizione Internazionale di Sicurezza (più di 40 Paesi) in relazione a sminamento e scorte navali. Va anche tenuto conto che ad esempio i leader delle principali potenze occidentali, insieme al Giappone, hanno condannato fermamente la chiusura dello Stretto da parte dell’Iran, definendola una violazione del diritto internazionale e della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS).
Questa capacità di pressione permette a Teheran di imporre costi economici e strategici elevati senza necessariamente arrivare a una chiusura totale con riflessi assoluti sulla economia mondiale il cui punto di caduta ancora non è configurabile.
Su questo quadro conflittuale c’è tra l’altro da registrare che la guerra, almeno finora, non ha provocato il collasso del fronte interno iraniano. Né la mobilitazione delle minoranze etniche né le proteste di massa appaiono, nel breve periodo, elementi in grado di destabilizzare il sistema. Sembrerebbe anzi che la pressione militare esterna stia rafforzando i meccanismi di controllo e contenimento, invece di alimentare una dinamica insurrezionale interna. Il regime iraniano mostra una capacità di tenuta superiore a quella attesa nelle fasi iniziali della campagna. L’apparato coercitivo continua a funzionare, la successione si è stabilizzata e la guerra ha offerto alla leadership una narrazione di mobilitazione nazionalista. In queste condizioni, la pressione militare non sta producendo il collasso politico ipotizzato da chi puntava a una rapida erosione del potere centrale.
Mentre gli Hezbollah stanno comunque impegnando ,per quanto nelle loro forze, gli Israeliani è comunque da prendere in considerazione anche la minaccia rappresentata dagli Houthi in Yemen.Laddove attivati dall’Iran eventuali azioni potrebbero portare all’interdizione dello stretto di Bab el-Mandeb acuendo la crisi energetica e commerciale mondiale e rafforzando indirettamente la capacità iraniana di esercitare pressione indiretta su più teatri contemporaneamente.
Sotto il profilo della comunicazione si assiste inoltre a continue minacce americane di distruzione dell’Iran ,con un ultimatum progressivamente spostato (l’ultimo al giorno 7 aprile alle ore 20) e a proposizione di piani di pace giudicati irricevibili da parte iraniani che dalla parte sua rivendica il diritto di far utilizzare lo stretto ,come per il canale di suez, con pagamento di pedaggi per compensare i danni subiti.
In sostanza l’Operazione Epic Fury, non ha finora prodotto quegli esiti politici che potrebbero arrestare il conflitto. Il regime appare più stabile di quanto ci si attendesse nelle fasi iniziali, la capacità di ritorsione iraniana si è rivelata più profonda del previsto e i disordini interni non si sono materializzati. Se questa coesione dovesse incrinarsi, a causa di un’erosione militare prolungata, delle continue perdite nella leadership o di un collasso economico, l’intero calcolo strategico cambierebbe in modo profondo. Per ora, quella frattura non si è verificata. È attorno a questo nodo che si giocherà, con ogni probabilità, la prossima fase della guerra, atteso anche che comunque l’economia mondiale che ne risente profondamente spinge per una tregua o meglio ancora per una pace duratura.
Le opzioni che potrebbero rompere lo stallo, come un’operazione su Kharg o un’invasione terrestre su larga scala, comportano però rischi che appaiono potenzialmente superiori allo stallo stesso. Ne deriva un paradosso strategico: senza escalation, la campagna aerea sembra aver raggiunto il suo limite; con l’escalation, il conflitto rischia di entrare in una fase ancora più ampia, più costosa e più pericolosa.
La contraddizione centrale della campagna resta quindi chiara: sul piano militare sono stati inflitti danni pesanti all’infrastruttura iraniana, ma tali risultati non si sono tradotti in un esito politico definito. Non è emerso un cessate il fuoco, non si è aperto un negoziato credibile, non si è prodotta una frattura del regime.
