Una Pasqua di pace in un mondo di guerre

Adriano Fabris, Ordinario di Filosofia Morale all’Università di Pisa

Ci troviamo anche quest’anno a celebrare la Pasqua. Per i cristiani è una ricorrenza fondamentale: è la celebrazione della morte e resurrezione del Figlio di Dio. Per i non credenti può essere l’occasione di ricordare quanto sia importante una convivenza pacifica fra gli esseri umani: quella pace che è simboleggiata dalla colomba che tiene nel becco un ramoscello d’ulivo.

Quest’anno, però, è proprio la pace ciò che ci manca. Nell’ultimo anno si sono moltiplicate le guerre in varie parti del mondo. A quelle già in corso se ne sono aggiunte altre ancora. Mentre scrivo, in Medio Oriente s’annuncia un’ulteriore escalation bellica. Che senso ha celebrare la Pasqua in questo momento?

Cerchiamo di capire anzitutto da che cosa tale situazione è determinata. Non mi riferisco alle cause politiche, economiche, sociali, etniche, religiose, che pure sono di grande rilievo. Parlo piuttosto di quei cambiamenti che in generale si sono imposti da qualche tempo nei nostri modi di pensare e di agire. Non abbiamo più fiducia nel potere della mediazione, nella capacità di realizzare un vero incontro con gli altri, nella necessità di costruire relazioni in cui le esigenze di ciascuno siano tenute nel giusto conto all’interno di regole comuni: regole valide per tutti e che tutti devono rispettare. Prevale invece, semplicemente, la legge del più forte. Prevale l’idea che solo io ho ragione, che, se ne ho il potere, devo impormi sugli altri e che gli altri, se più deboli di me o in apparenza tali, a questo potere si debbono sottomettere.

Non è solo il ritorno di modi di pensare che Nietzsche aveva diffuso nella seconda metà dell’Ottocento, distruggendo ciò che il pensiero occidentale in precedenza era stato in grado di elaborare, per mettersi al riparo da quelle guerre che periodicamente avevano devastato il Vecchio Continente. È anche il paradossale risultato della rivendicazione, sempre più vivace e urlata, dei diritti individuali, senza che essa sia accompagnata dal corrispettivo rispetto dei doveri, capace di riequilibrarla, e senza che ai diritti degli altri, magari diversi rispetto a quelli da me rivendicati, sia prestata la dovuta attenzione. Se poi a tutto ciò s’aggiunge il fatto che tale rivendicazione ha avuto il suo palcoscenico e la sua cassa di risonanza con le tecnologie, soprattutto con l’uso dei Social, si comprende come essa si sia trasformata in un’ideologia diffusa e spesso egemone.

Per giungere poi alla situazione attuale bastava eliminare l’ultimo freno, quello che impediva che la violenza venisse effettivamente esercitata. Ora il passo è stato fatto. Da una parte, si è giunti a metterne in questione la concreta realtà, convincendo le persone che il fare violenza era solo una rappresentazione, che in quanto tale andava celebrata e a cui facilmente ci si poteva abituare. Dall’altra parte, anche tale attuazione, e le conseguenze che ne scaturivano, sono state giustificate come inevitabili o, addirittura, come legittime. In un caso e nell’altro ci si è dimenticati ciò che insegna la storia: che la violenza genera solo violenza.

Allora che senso ha, ripeto, celebrare la Pasqua in questa situazione? Alla violenza possiamo certamente adattarci: anche perché, come ho cercato di mostrare, essa è il frutto di una mentalità comunemente diffusa, e dunque l’adattamento non dovrebbe essere molto faticoso. Oppure possiamo proporre altre soluzioni, se questa è una situazione che non riusciamo proprio a sopportare. A questo scopo l’occasione della Pasqua si rivela opportuna, sia per i credenti che per i non credenti.

Non si tratta di richiamarsi a sterili buonismi. C’è un motivo, un motivo vero per invertire la rotta. Si tratta del fatto che non ci conviene imporre ad altri scelte che non possano essere condivise: condivise da una particolare comunità e poi, più in generale, da tutta la comunità umana.  Non ci conviene perché, se scegliamo la strada della violenza, della sopraffazione, alla fine non solo ci perdiamo tutti, ma tutti ci perdiamo troppo. Meglio, dunque, che ciascuno di noi rinunci a qualcosa, e che questa rinuncia avvenga prima. Meglio mettersi anticipatamente d’accordo su quelle regole che – certamente – poi dovranno essere rispettate.

Si tratta, a ben vedere, di un criterio ragionevole per fare le nostre scelte. Si tratta, più ancora, di un criterio supportato dalla ragione: da quella ragione che si appella all’interesse degli esseri umani, e che proprio l’Occidente ha cercato di mettere al centro della sua riflessione e della sua azione. Se dunque possiamo trovare un motivo condivisibile da tutti – credenti e non credenti – per valorizzare il significato della Pasqua cristiana, questo motivo è certamente dato dal fatto che il conflitto e ciò che esso provoca – distruzione, annientamento, morte – non possono affatto prevalere. Ciò che deve invece prevalere è invece la pace. Perché ottenere la pace è nell’interesse di ciascuno di noi. Ed è ragionevole che lo sia. Buona Pasqua, dunque, a tutti gli “uomini di buona volontà”.