Dino Cofrancesco, professore emerito di storia delle dottrine politiche dell’Università di Genova
Nella filosofia della modernità, tutto ciò che è particolare, che riguarda solo unicità irriducibili, fuoriesce dal campo etico, caratterizzato dall’altruismo (come capacità di andare oltre il proprio utile) e dall’universalizzabilità (come posizione di norme di condotta, di valori, riconosciuti da tutti gli esseri umani). Nei confronti del ‘privato’, di ciò che attiene a un individuo, alla sua famiglia, alla sua comunità si nutre una disposizione mentale ispirata al ‘sospetto’: quel che viene da là non può che essere ‘interessato’ e inevitabilmente egoistico, fondato sulla dicotomia noi/loro e, quindi, sul principio “meglio a te ch’a uno e nuie”, pr citare un classico della Nuova Compagnia di Canto popolare di Napoli.
In realtà, le cose non sono così semplici. Dal punto di vista della libertà e della dignità umana, battersi pro aris et focis contro conquistatori o liberatori, che vogliono imporci modelli di vita, codici morali, leggi, istituzioni politiche conformi a idealità (presunte) universali, significa salvaguardare la varietà che rende il mondo una “bella d’erbe famiglia e d’animali”. Gli insorti spagnoli che, nel 1808, si opposero all’invasore francese (immortalati nel quadro di Francisco Goya), i tedeschi che si batterono contro Napoleone attivando il patriottismo dei Discorsi alla Nazione tedesca di Johann G. Fichte, i danesi che animarono la resistenza contro Hitler per difendere la propria identità contro l’assimilazione nazista (in seguito avrebbero visto—e a torto– nell’Europa Unita la realizzazione del sogno del Fuhrer), sono esempi di una libertà invocata non per tutto il genere umano ma per gruppi etno-culturali protesi a preservare la propria particolarità e la propria ‘diversità’. La libertà è autodeterminazione, è rivendicazione del diritto di ciascuno a ‘vivre sa vie’, a scegliere il suo modello di vita, senza essere condizionato da nessuno: né da chi vuole incatenarlo al passato, né da chi vuole reclutarlo, con la forza, tra i rematori della nave del progresso.
L’essenza del totalitarismo è l’imposizione dell’uniformità, il progetto di rendere tutti gli uomini eguali, sia che si trovino nel gruppo dei ‘redenti’ sia che finiscano in quello dei ‘dannati’. Tendono a scomparire le patrie, i recinti naturali e comunitari che fanno l’identità delle persone: si è sempre meno polacchi o francesi, spagnoli o inglesi, per diventare , a seconda dell’ideologia al potere, soprattutto proletari o borghesi, ariani o subumani. Sia nel caso del comunismo che in quello del fascismo, ’compagno’ e ‘camerata’ non hanno più a che fare col vecchio passaporto nazionale (Hannah Arendt ha scritto pagine magistrali su questo tema) ma indicano una ‘razza umana’ disseminata nell’intero globo, che impone un ordine destinato a cancellare ogni storica appartenenza. La comunità più non aiuta : a Milano o a Roma il meridionale non può contare sugli amici o sugli amici degli amici: a proteggerlo è il colore della camicia che indossa.
Non è un caso che il fascismo, via via che si inoltrava sulla strada del totalitarismo, da movimento sociale di ceti emergenti intenzionati a salvare l’Italia dal pericolo bolscevico e a salvaguardare l’eredità del Risorgimento, si trasformava, sempre di più, in ideologia universalista: prima col richiamo alla Romanità poi col progetto della Nuova Europa (v. l’Anti-Europa dell’antinazionalista Asvero Gravelli). Tra fascismo e nazionalismo si scaverà un abisso sempre più incolmabile e saranno gli esponenti del secondo a prevalere la notte del 25 luglio.
Se si riflette sine ira ac studio sulla politica ideologica dell’Anpi, ci si accorge che l’universalismo fascista è divenuto l’universalismo antifascista.
Il 25 aprile, Festa della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, è diventata, nella retorica anpista, un simbolo universale, la celebrazione della lotta senza quartiere a tutti i regimi politici violenti e liberticidi. Come il fascismo era espressione di un nuovo ordine mondiale, così l’antifascismo diventa espressione della liberazione dei popoli a livello planetario. In tal modo, il 25 aprile non è più una cosa solo italiana e, quindi, una sfilata dei veri liberatori — anglo-americani, soprattutto ma anche francesi, australiani, brasiliani, polacchi, ebrei e, last but not least ,i partigiani rossi, bianchi e verdi — ma diventa un’assise mondiale, la convocazione generale dei movimenti di resistenza alle dittature sparse per il globo terracqueo.
Temo che non si abbia più la sensibilità culturale, prima ancora che etico-politica — per cogliere non solo il grottesco ma, altresì il virus totalitario di questa pretesa. L’Italia diventa l’unico paese al mondo, che, grazie all’Anpi, si erge a Tribunale internazionale delle dittature e pertanto ne accoglie trionfalmente gli oppositori. Il 25 aprile viene snazionalizzato, non riguarda più solo il passato dell’Italia, non ricorda più solo la tragedia della guerra, i patimenti delle popolazioni, la resistenza militare dei partigiani sulle montagne e dei militari lasciati senza ordini, sui vari fronti di guerra, la ‘zona grigia’ di quanti cercavano di sopravvivere per mettere in salvo le proprie famiglie (non era anche questo eroismo?) ma guarda al presente e al futuro dell’umanità. È come invitare a una festa familiare — di compleanno, di battesimo, di nozze — quanti casualmente passano sotto casa adducendo il motivo che siamo tutti ‘figli di Adamo’e che, pertanto, la campana sia del di’ di festa che del rito funebre suona sempre eguale per tutti.
Forse si dovrebbe riflettere sulle ragioni storiche e culturali per le quali l’Italia sia l’unico paese al mondo a fare di una festa nazionale il momento di un ‘banchetto universale’. “La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa” scriveva Karl Marx, ne Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte (1852). La ‘farsa’ anpista fa venire in mente una sua corrispondente ‘prima volta’: la ‘Lega dei popoli oppressi ‘ricordata da Eugenio di Di Rienzo, nel suo denso saggio D’Annunzio diplomatico e l’impresa di Fiume (Ed. Rubbettino 2022). Ma allora si trattò di una tragedia epocale da cui trasse ispirazione Lenin oggi siamo in presenza di un episodio di provincialissima fielosità ideologica. Sennonché, come tutti gli universalismi totalitari, anche quello antifascista è taroccato. Una gran parte degli Stati riuniti nell’ONU sono caratterizzati da regimi violenti e sanguinari, che ammazzano gli avversari politici, reprimono ogni voce libera. Il 25 aprile non dovrebbero sfilare tutti i resistenti della Terra? Anche quelli cinesi, nordcoreani, cubani, venezuelani, russi, bielorussi, algerini, ucraini etc. etc? Il fatto che le bandiere vengano selezionate, la dice lunga sullo ‘stile di pensiero’ della nostra sinistra antagonista, di cui l’Anpi è diventata il braccio militare (sia pure di militari in congedo).

