La guerra dei mondi (filosofici) al tempo delle Indicazioni nazionali

Loredana Perla, Ordinario di Didattica Generale all’Università di Bari

C’è un tratto ricorrente del dibattito pubblico italiano che meriterebbe esso stesso una riflessione filosofica: l’incapacità di discutere di scuola senza trasformare ogni confronto in uno scontro ideologico. È accaduto ancora una volta con la bozza delle nuove Indicazioni Nazionali per l’insegnamento della filosofia, che nel giro di pochi giorni ha generato un appello da parte di sessanta sottoscrittori. Un testo, quello dell’appello, involontariamente comico nel denunciare la presunta “politicizzazione” della sottocommissione, prontamente sponsorizzato dal sostegno pubblico della deputata del Partito Democratico Cecilia D’Elia. Il copione, del resto, è noto. Da una parte la denuncia del rischio di una torsione ideologica nell’impostazione della riforma; dall’altra i coordinatori della commissione ministeriale, Adriano Fabris e Massimo Mugnai, che hanno rivendicato il pluralismo del lavoro svolto e respinto l’accusa di voler orientare ideologicamente l’insegnamento liceale della filosofia. Ne è derivato un conflitto che, al di là del merito specifico della bozza delle Indicazioni, rivela qualcosa di più profondo sul rapporto che l’Italia intrattiene con la scuola e con la cultura. La prima impressione è che la discussione abbia rapidamente abbandonato il terreno pedagogico per spostarsi su quello simbolico-politico.

In teoria il nodo centrale dovrebbe essere relativamente circoscritto: quale modello di insegnamento della filosofia sia oggi più efficace nei licei. Un approccio prevalentemente storico-cronologico? Oppure un approccio più tematico e problematico, capace di mettere al centro le grandi questioni filosofiche senza ridursi a una successione enciclopedica di autori? Si tratta di questioni didattiche serie, legittime. E tuttavia, nel dibattito, queste questioni sono state immediatamente caricate di un significato ulteriore: chi controlla il racconto della filosofia controlla anche l’orizzonte culturale del Paese.

È questo il punto che rende questa piccola vicenda, tipicamente italiana e peraltro rapidamente sgonfiatasi, interessante. Perché la filosofia insegnata a scuola, almeno in Italia, non è mai stata percepita soltanto come una disciplina. È stata vista come uno dei luoghi di formazione della classe dirigente, uno spazio di legittimazione culturale e persino morale. Non sorprende, allora, che ogni tentativo di modificarne l’impianto produca reazioni tanto intense.

Il problema è che spesso queste reazioni finiscono per assumere toni sproporzionati.

A leggere con attenzione il documento, infatti, appare difficile sostenere che ci si trovi di fronte a un progetto di “occupazione culturale” della scuola. Piuttosto, sembra emergere un tentativo, del tutto legittimo, di ripensare l’insegnamento della filosofia in modo meno rigidamente storicistico.

La filosofia, poi, amplifica inevitabilmente la tensione se si introduce qualche elemento di novità. Perché il canone filosofico non è mai neutrale. Decidere quali autori privilegiare, quali correnti enfatizzare, quali problemi considerare centrali significa sempre offrire un’immagine della modernità, della ragione, della politica e perfino dell’uomo. In molte classi, inutile nasconderlo, la filosofia si è trasformata progressivamente in una storia delle idee appresa in forma mnemonica, più vicina a una catalogazione erudita che a un esercizio reale del pensiero critico. La domanda che la commissione sembra porre è dunque nitida: è ancora sufficiente questo modello per parlare agli studenti contemporanei?

La questione è tutt’altro che banale. Oggi gli studenti vivono immersi in un universo culturale frammentato, rapido, dominato dalla simultaneità delle informazioni e dalla continua esposizione ai social network. In questo contesto la filosofia rischia facilmente di apparire come un archivio di concetti lontani, incapaci di dialogare con l’esperienza concreta.

Naturalmente il rischio opposto esiste. Una filosofia troppo “tematica” potrebbe perdere profondità storica e trasformarsi in una generica educazione al dibattito. È qui che il confronto dovrebbe diventare serio: non sulla denuncia reciproca di presunte egemonie, ma sull’equilibrio fra tradizione storica e attualizzazione problematica.

Colpisce inoltre la distanza crescente tra il dibattito accademico e la realtà concreta della scuola. Mentre intellettuali e editorialisti discutono del destino della filosofia italiana, gli insegnanti continuano quotidianamente a confrontarsi con problemi molto più immediati: classi eterogenee, tempi ridotti, difficoltà linguistiche, dispersione dell’attenzione.

La verità è che nessun documento programmatico ministeriale, da solo, può bastare a salvare o incrinare la filosofia nei licei. Fondamentale è la mediazione degli insegnanti. Un cattivo insegnante continuerà a trasformare la disciplina in un esercizio puramente mnemonico anche con le Indicazioni più innovative del mondo. Il valore del Magister conta.

Per questo sarebbe forse utile abbassare il tono apocalittico del confronto. La scuola italiana ha bisogno di discussioni rigorose, non di mobilitazioni permanenti. Ha bisogno di una riflessione autentica sul senso dell’insegnamento filosofico nel XXI secolo, non dell’ennesima guerra culturale combattuta a colpi di appelli e controappelli.

La filosofia dovrebbe insegnare prima di tutto la complessità del reale, il dubbio critico, la capacità di distinguere tra argomentazione e appartenenza ideologica. Sarebbe auspicabile che il dibattito sulla sua presenza nella scuola riuscisse almeno in parte a esserne all’altezza.

Dal dibattito in corso, infine, emerge un elemento interessante. Ovvero che quanto di nuovo non è stato notato dai firmatari dell’appello è stato invece notato e apprezzato dai giovani professori di filosofia che, nei social, ne vanno decantando le positività. Suggerisco una breve navigazione in Facebook e Istagram (soprattutto ai sessanta firmatari dell’appello).

In realtà, dietro molte di queste polemiche si nasconde una difficoltà più profonda: accettare, ed era ora, che la scuola non sia proprietà culturale permanente di una sola élite intellettuale. E accettare che vi sia un Ministro, Valditara, che ha deciso, da liberale qual è, di riscattare l’istruzione dal condizionamento politico permanente monocolore.

La scuola vive e si fortifica nel pluralismo delle idee. E invece. Diciamoci la verità. Per decenni una certa area culturale ha considerato naturale detenere il monopolio implicito del discorso scolastico (e universitario). Ora che emergono impostazioni diverse, scatta l’allarme democratico. È una dinamica prevedibile: quando il pluralismo produce idee non coincidenti con le proprie, improvvisamente il pluralismo diventa “egemonia”.

La scuola italiana ha certamente bisogno di riforme serie. Ma la prima riforma necessaria sarebbe liberarla dall’ossessione della militanza culturale permanente. Ci stiamo provando.

E, dunque, meno appelli apocalittici.

Meno intellettuali e parlamentari in cerca di battaglie simboliche.

Meno editorializzazione ideologica delle Indicazioni nazionali. Meno ideologizzazione dell’istruzione, insomma. E magari, idea rivoluzionaria, questa sì, un po’ più di fiducia nella scuola militante: negli insegnanti, negli studenti. E perfino nella filosofia stessa, che dovrebbe insegnare il dubbio critico e non il riflesso tribale dell’appartenenza politica.