Anna Maria De Luca, Psicologa e dirigente scolatico
Per la prima volta nella storia della Repubblica, l’Italia ha raggiunto un tasso di dispersione scolastica inferiore alla media dell’Unione Europea. Un risultato che ribalta decenni di ritardo e che il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha definito, senza mezzi termini, “storico”. Come è successo? Per spiegarlo basta guardare i dati dati Eurostat ed incrociarli con quelli del Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM), dell’Istat e del Joint Employment Report della Commissione Europea.
I numeri
Secondo i dati pubblicati da Eurostat, l’Italia si attesta all’8,2% di early school leavers, vale a dire il tasso dei giovani tra 18 e 24 anni che hanno abbandonato il percorso formativo senza conseguire un titolo di istruzione secondaria superiore. La media europea si ferma al 9,1% e l’Italia la supera oggi con quasi un punto di vantaggio.
Se andiamo confrontarci con altri grandi Paesi europei il risultati dell’Italia è ancora più significativo: la Germania registra il 13,1%, la Finlandia da sempre considerata un modello scolastico d’eccellenza è al 9,9%. Persino storici “virtuosi” dell’istruzione si trovano ora alle spalle dell’Italia.
Non basta: l’obiettivo europeo fissato dall’Agenda era di scendere sotto il 9% entro il 2030. L’Italia lo ha raggiunto con cinque anni di anticipo. Solo sei anni fa, nel 2020, il tasso nazionale era al 14,2% ben quattro punti oltre il traguardo UE dell’epoca, fissato al 10%.
Cosa è la dispersione scolastica e come si misura
La dispersione scolastica, in inglese early school leaving, è il fenomeno per cui giovani tra i 18 e i 24 anni escono dal sistema educativo senza aver conseguito almeno un diploma di scuola secondaria superiore o una qualifica professionale equivalente. Eurostat la misura su base annuale attraverso indagini sulle forze lavoro nei Paesi membri.
Non riguarda solo chi abbandona fisicamente la scuola, ma anche chi non completa percorsi formativi di secondo livello, rimanendo senza titoli spendibili nel mercato del lavoro. È un indicatore considerato strategico dall’Unione Europea perché lega istruzione, occupazione e coesione sociale.
Le politiche di Valditara: una strategia a tre livelli
Il risultato è frutto delle politiche scolastiche del ministro Valditara. Tra il 2023 e il 2025 il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha costruito un sistema articolato che ha operato simultaneamente su tre livelli distinti: la responsabilità legale delle famiglie, il potenziamento dell’offerta scolastica nelle aree a rischio e la personalizzazione dei percorsi educativi per ogni singolo studente. Una combinazione strutturale che ha prodotto il salto di qualità nei dati.
1. Il Decreto Caivano: la responsabilità diventa cogente
Il punto di partenza della svolta è stato il decreto-legge 123 del 2023, noto come Decreto Caivano, approvato dopo i fatti di cronaca che avevano portato all’attenzione nazionale il degrado del quartiere partenopeo. Il decreto ha introdotto una riforma strutturale del sistema sanzionatorio sull’obbligo scolastico.
Prima del decreto, la sanzione per i genitori che non mandavano i figli a scuola era un’ammenda fino a 30 euro, una cifra talmente bassa da essere, nella pratica, del tutto inefficace. Con il decreto Caivano l’impianto è stato completamente rovesciato: per i casi di dispersione assoluta (minori mai iscritti a scuola) i genitori rischiano oggi la reclusione fino a due anni; per le assenze prolungate e ingiustificate, dopo un doppio ammonimento da parte del dirigente scolastico e del sindaco, la pena sale fino a un anno di carcere.
Il meccanismo funziona attraverso una catena istituzionale precisa: le scuole sono obbligate a segnalare le mancate frequenze al Comune, che ammonisce la famiglia; se l’ammonimento viene ignorato, scatta la segnalazione all’autorità giudiziaria. Questo sistema ha spostato la responsabilità dal bambino alla famiglia e dall’istituzione scolastica alla comunità locale nel suo insieme.
I risultati in Campania sono diventati il caso di studio nazionale. Nell’anno scolastico 2024/2025, circa ottomila studenti precedentemente dispersi sono tornati sui banchi, con la provincia di Napoli in testa con 4.285 alunni recuperati, seguita da Caserta (1.660) e Salerno (1.075). Il caso simbolo è l’Istituto Comprensivo del Parco Verde di Caivano, l’istituto da cui il nome al decreto, dove su 750 iscritti i frequentanti nell’anno 2025/26 sono stati 751: un bambino si è iscritto nel corso dell’anno. Piena frequenza, mai registrata nella storia dell’istituto.
Il decreto ha anche rafforzato il contrasto alla criminalità minorile con misure collaterali, come il divieto per i minorenni di accedere a siti pornografici e l’obbligo per le piattaforme di verificare l’età degli utenti, misure ritenute utili a ridurre percorsi di devianza precoce che spesso si sovrappongono all’abbandono scolastico.
2. Agenda Sud (e Agenda Nord): il rilancio strutturale del tessuto scolastico
Se il Decreto Caivano ha alzato il costo dell’abbandono, Agenda Sud, varata con decreto ministeriale n. 176 del 30 agosto 2023 ha alzato il valore del restare. Il piano è stato concepito per intervenire direttamente sulle cause strutturali della dispersione nelle aree piú vulnerabili del Paese, e si basa su una logica semplice: uno studente che trova a scuola stimoli, spazi accoglienti, docenti motivati e attività significative è meno tentato di abbandonare.
Il programma, con una dotazione complessiva di 325 milioni di euro (265,5 milioni dal Programma Nazionale “Scuola e competenze” 2021-2027 del FSE+ e 59,5 milioni di risorse ministeriali aggiuntive per organico e incentivi al personale), è rivolto alle scuole statali primarie, secondarie di primo e di secondo grado delle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Nella sua seconda annualità ha raggiunto oltre 2.000 istituti, con attenzione speciale alle 245 scuole individuate dall’INVALSI come le più fragili in termini di apprendimenti e rischio dispersione.
Il piano si articola in dieci linee d’azione concrete:
Didattica personalizzata e orientamento: ogni scuola è tenuta a costruire percorsi su misura per gli studenti a rischio, con tutoraggio individuale e attività di orientamento estese anche al primo ciclo. L’obiettivo è intercettare il disagio prima che diventi abbandono, seguendo ogni ragazzo nel proprio percorso invece di gestire classi omogenee.
Più docenti nelle materie di base. il piano ha finanziato il potenziamento degli organici nelle scuole secondarie di primo e secondo grado, con docenti aggiuntivi in italiano, matematica e inglese, le materie in cui le lacune accumulate più facilmente alimentano la demotivazione e l’abbandono. I docenti vengono retribuiti anche per incarichi aggiuntivi oltre l’orario scolastico.
Scuola aperta tutto il giorno: le scuole partecipanti attivano un’offerta pomeridiana ricca, con attività extracurricolari anche nei periodi di sospensione delle lezioni e orari più flessibili. L’obiettivo è trasformare la scuola in un presidio territoriale permanente, sottraendo i ragazzi ai contesti a rischio nelle ore pomeridiane.
Sport, arte, teatro e laboratori: il programma finanzia attività di pratica sportiva, laboratori di coding e robotica, percorsi artistici e teatrali. Per le palestre delle scuole secondarie di secondo grado è stato aggiunto un investimento di ulteriori 255 milioni di euro, oltre allo stanziamento iniziale del PNRR. Le attività non curriculari sono considerate strumenti fondamentali di motivazione e inclusione.
Coinvolgimento delle famiglie: vengono organizzati gruppi di supporto alla genitorialità, con condivisione di esperienze e strategie. La famiglia non è trattata solo come soggetto passivo dei provvedimenti sanzionatori del Decreto Caivano, ma come partner attivo del percorso educativo.
Formazione dei docenti tramite INVALSI: l’INVALSI non svolge solo il ruolo di valutazione esterna, ma coordina la formazione dei docenti sulla didattica orientativa, sulla progettazione didattica data-driven e sull’utilizzo dei risultati delle prove per migliorare gli esiti. Ogni scuola partecipante viene accompagnata in un percorso di auto-riflessione e monitoraggio continuo degli apprendimenti.
Partnership con enti locali e imprese: le scuole possono attivare convenzioni con cooperative, associazioni e realtà imprenditoriali del territorio per offrire agli studenti opportunità di alternanza e formazione sul campo, rafforzando il senso di utilità del percorso scolastico.
Il modello è stato successivamente esteso con Agenda Nord, un programma analogo rivolto a 300 scuole del centro-nord con le maggiori fragilità negli apprendimenti, con una dotazione di 45 milioni di euro e un contributo di 150.000 euro per istituto. Gli investimenti totali tra i due programmi superano oggi il miliardo di euro. La Commissione Europea, nel Joint Employment Report, ha riconosciuto Agenda Sud come buona pratica replicabile a livello continentale.
3. Il docente tutor: la prevenzione individuale
La terza misura strutturale introdotta dal Ministero Valditara è la figura del docente tutor introdotta nelle scuole secondarie di secondo grado. A differenza delle misure precedenti che operano a livello sistemico, il docente tutor agisce al livello più granulare possibile: il singolo studente.
Ogni studente ha un insegnante di riferimento che monitora costantemente i progressi, intercetta i primi segnali di disagio o disaffezione e interviene prima che una difficoltà si traduca in abbandono. Il tutor non è un counselor esterno né una figura burocratica: è un docente dell’istituto, con una conoscenza diretta dello studente e del contesto familiare, che costruisce un rapporto di fiducia nel tempo.
Il meccanismo si basa sulla prevenzione precoce: non aspettare che uno studente accumuli assenze o bocciature per intervenire, ma identificare il rischio quando è ancora reversibile nel rendimento, nei cambiamenti comportamentali, in difficoltà relazionali. È un cambio di paradigma rispetto al modello tradizionale, in cui la scuola registrava l’abbandono ma raramente lo anticipava.
4. Il fronte aperto: studenti stranieri e investimento linguistico
L’unica area in cui i risultati restano parziali riguarda gli studenti di cittadinanza straniera, che nel 2025 registrano ancora un tasso di dispersione del 26,2%, comunque in calo rispetto al 30,1% del 2022, ma molto lontano dal 6,7% degli studenti italiani. Il ministero ha avviato un piano specifico con un investimento di oltre 13 milioni di euro per il potenziamento dell’insegnamento della lingua italiana e la formazione di 1.000 docenti specializzati nell’alfabetizzazione degli studenti di recente immigrazione. Il principio è che la barriera linguistica è la prima causa di dispersione per questa fascia di studenti, e nessun intervento strutturale può essere efficace se non si affronta la questione alla radice partendo appunto dalla lingua italiana.
Come si combatte la dispersione negli altri Paesi europei
Il confronto internazionale offre uno spaccato di approcci diversi, spesso convergenti nei principi ma distinti nelle modalità .
Spagna e Portogallo sono tradizionalmente tra i Paesi con tassi più alti che hanno investito negli anni in programmi di reinserimento per giovani già usciti dal sistema e in percorsi professionali alternativi come seconda chance formativa. Entrambi hanno ridotto sensibilmente il divario nel corso dell’ultimo decennio.
Paesi Bassi e Danimarca rimangono tra i migliori in Europa grazie a sistemi di orientamento precoce, scuola dell’obbligo estesa e stretti legami tra istruzione professionale e mercato del lavoro. L’integrazione tra scuola e impresa riduce il senso di inutilità percepita del percorso scolastico, una delle cause psicologiche più diffuse dell’abbandono.
Germania, paradossalmente, vede oggi una tendenza inversa rispetto all’Italia. Il sistema duale in cui gli studenti alternano formazione scolastica e apprendistato aziendale è rimasto a lungo un modello mondiale, ma la crescente immigrazione, le difficoltà di integrazione linguistica e i cambiamenti del mercato del lavoro stanno spingendo al rialzo il tasso di abbandono, arrivato al 13,1%.
La Francia adotta politiche di zones d’éducation prioritaire (ZEP) sin dagli anni Ottanta: scuole in aree svantaggiate ricevono risorse supplementari, insegnanti più qualificati e programmi di supporto specifici. Un modello per certi versi analogo ad Agenda Sud, ma più antico.
I Paesi nordici come Finlandia e Svezia, pur mantenendo sistemi di alta qualità non sono immuni: il 9,9% finlandese èun segnale che anche modelli consolidati possono incrinarsi di fronte a nuove pressioni demografiche e sociali.
In Italia la tendenza al miglioramento della dispersione scolastica è in corso da tempo, il salto sotto la media europea, però è avvenuto in questo biennio: le misure del Ministero Valditara hanno accelerato e concentrato il miglioramento proprio nelle aree più difficili. Il coinvolgimento delle comunità locali, la catena di responsabilità attivata dal decreto Caivano e la figura del docente tutor hanno dato risultati misurabili e documentati.
Come ha sottolineato lo stesso ministro, si tratta di un traguardo “che coinvolge i docenti, le famiglie, gli studenti e le istituzioni locali”: un risultato di sistema, costruito nel tempo, che ora porta l’Italia in una posizione che pochi avrebbero immaginato possibile fino a pochi anni fa.

