La paura del vincitore: la riforma elettorale e il difficile equilibrio tra rappresentanza e governo

Vincenzo Mannino, Professore emerito all’Università Roma Tre

A leggere certi titoli dei quotidiani, la nuova legge elettorale voluta dal Governo Meloni e approvata per il momento dalla sola Camera dei Deputati avrebbe già decretato la fine del parlamentarismo italiano. La realtà, però, racconta altro: il Parlamento continua a esistere, deputati e senatori restano al loro posto, il Governo deve ottenere la fiducia delle Camere e il Presidente della Repubblica conserva le proprie prerogative. La macchina costituzionale, insomma, non è stata smontata.

La vera contestazione alla riforma riguarda un altro aspetto: il tentativo di attribuire agli elettori un ruolo più diretto nella formazione del Governo. Se una coalizione supera il 42% dei voti, gli elettori indicano la maggioranza di riferimento e il Presidente del Consiglio che dovrà guidarla. Se nessuno raggiunge quella soglia, resta invece il meccanismo previsto dalla Costituzione, con il ruolo del Presidente della Repubblica e le dinamiche parlamentari.

La novità più discussa, quindi, non è solo la possibilità di scegliere una maggioranza, ma anche quella di non determinarla automaticamente. Se il voto non produce un vincitore netto, saranno nuovamente gli organi costituzionali previsti dalla Carta – il Presidente della Repubblica, attraverso le consultazioni e il conferimento dell’incarico, e il Parlamento, chiamato a esprimere la fiducia al Governo – a gestire la fase successiva, come avviene oggi.

Poi c’è il tema del cosiddetto “premio mostruoso”: il premio di maggioranza attribuito alla coalizione che raggiunga almeno il 42% dei voti e che, secondo i critici, trasformerebbe un consenso limitato in un vantaggio parlamentare eccessivo. I numeri, tuttavia, mostrano un quadro diverso: il tetto massimo previsto è di 220 deputati su 400, pari al 55%, e di 113 senatori su 200, pari al 56,5%.

Una maggioranza di questo tipo non avrebbe comunque il controllo assoluto delle istituzioni. Per raggiungere i due terzi del Parlamento servirebbero 267 deputati e 134 senatori, una soglia necessaria per alcune decisioni costituzionali rilevanti, come l’elezione delle istituzioni di garanzia. Mancherebbero quindi 47 deputati e 21 senatori. Non sarebbe possibile eleggere autonomamente il Presidente della Repubblica, nominare i cinque giudici della Corte costituzionale di competenza parlamentare o modificare la Costituzione senza il referendum confermativo previsto dall’articolo 138.

Il paradosso del dibattito è evidente: percentuali del 55% e del 56,5% vengono spesso raccontate come se coincidessero con il 66,7%. Più che la fine del parlamentarismo, sembra talvolta la fine della matematica.

La questione, però, non riguarda soltanto i seggi. Al centro c’è il rapporto tra rappresentanza e capacità di governo in un Paese profondamente diverso da quello del 1948, quando nacque la Repubblica.

Allora i grandi partiti di massa garantivano organizzazione del consenso, identità collettive e un rapporto stabile tra cittadini e istituzioni. Oggi lo scenario è cambiato: frammentazione politica, volatilità del voto, personalizzazione delle leadership e ruolo dominante dell’ambiente digitale hanno trasformato il funzionamento della democrazia rappresentativa.

Difendere la democrazia non significa difendere strumenti immutabili del passato. Le istituzioni devono conservare i propri principi, ma anche adattarsi alle trasformazioni della società. La governabilità non dovrebbe essere considerata un nemico della rappresentanza: senza capacità di decidere, i governi diventano fragili, la responsabilità politica si attenua e cresce la distanza tra cittadini e istituzioni.

La sovranità popolare non si esaurisce nel momento del voto. Si realizza quando quella scelta produce conseguenze chiare: sapere chi governa, con quale programma e davanti a chi dovrà rispondere.

La vera sfida non è scegliere tra Parlamento e governo, tra rappresentanza e stabilità. È costruire istituzioni e meccanismi elettorali capaci di tradurre la volontà degli elettori in una forza concreta, in grado di orientare il futuro del Paese.