La famiglia: tra sicurezza affettiva e principio di realtà

Noemi Sanna, Psichiatra

Introduzione

Nella tradizione occidentale la famiglia appartiene alla sfera privata, eppure è da essa che dipende, in larga misura, la qualità della vita pubblica. Fattori genetici, temperamento, scuola, rapporti con i pari e contesto sociale hanno la loro influenza, ma è in famiglia che il bimbo interiorizza norme, valori e modelli di comportamento che saranno le basi su cui via via agiranno la scuola, il gruppo dei pari e il contesto sociale in cui vivrà la sua quotidianità. È in famiglia che si apprendono le prime regole della convivenza sociale e che il bimbo impara a divenire adulto, intendendo con questo termine qualcuno che sappia integrare, autostima e senso di realtà, libertà e responsabilità, desiderio e limite.

Il primo ambiente educativo

La funzione educativa della famiglia è complessa perché deve coniugare cura, che protegge e sostiene, e responsabilità, che rende autonomi e consapevoli. Non è facile offrire al bimbo sicurezza affettiva che lo struttura sul piano dell’amore per sé e, al contempo, insegnargli il senso di realtà, il rispetto dell’altro, il senso del limite: tutte competenze indispensabili per la convivenza civile e lo stesso funzionamento delle istituzioni democratiche.

Non esiste un modello di famiglia ideale: ognuna ha il proprio stile educativo e in questo vi può essere un certo margine di discrezionalità. Ciò che non è negoziabile sono le funzioni educative essenziali che ogni famiglia, quale che sia la sua composizione, è chiamata a svolgere. Lo sviluppo armonico del bambino richiede due funzioni educative fondamentali e complementari. Una funzione di accudimento, protezione e sicurezza affettiva, e una funzione di emancipazione dalla vita infantile, di progressiva apertura alla realtà, al limite, alla responsabilità e all’autonomia. Funzioni tradizionalmente attribuite alla madre e al padre, che la letteratura contemporanea tende a reinterpretare come modalità educative e relazionali non necessariamente coincidenti con le figure genitoriali classiche.

La funzione materna

Una funzione materna efficace garantisce la sicurezza fisica, preservando il bambino dai pericoli che non è ancora in grado di riconoscere. Offre sicurezza emotiva, permettendogli di sperimentare il mondo senza sentirsi continuamente minacciato. Costituisce la base sicura dalla quale allontanarsi per esplorare e alla quale si può tornare nei momenti di difficoltà. Accoglie gli errori e le fragilità, e offre sempre nuove opportunità. Da al bimbo accettazione incondizionata, facendolo sentire amato indipendentemente dalle sue capacità o dai suoi successi, nutrendo, in tal modo, quel sano narcisismo alla base della autostima e del sentimento di auto validazione.

Si tratta di un apporto essenziale per la stessa sopravvivenza. I bimbi appena nati non accuditi o deprivati della funzione neurotrofica del contatto fisico presentano differenti livelli di fragilità sia sul piano fisico che psichico che possono evolvere in gravi disfunzioni biologiche e psichiche.

In termini evolutivi, il compito della funzione materna non è quello di costruire un ambiente privo di ostacoli, ma di offrire una sicurezza sufficiente perché possano essere gradualmente affrontarli.  Ma una funzione protettiva permanente che impedisce l’esposizione graduale alle normali difficoltà della vita, può trasformarsi in una paralizzante iperprotezione. La funzione protettiva raggiunge il suo obiettivo quando rende sempre meno necessaria la propria presenza.

La funzione paterna

La funzione paterna accompagna il bimbo al principio di realtà e lo accompagna nel graduale distacco dall’infanzia. Favorisce l’incontro con il mondo esterno, con le sue regole e con le responsabilità che ogni individuo è chiamato ad assumere.

Il bimbo scopre che non ogni desiderio può essere soddisfatto nell’immediato, che ogni scelta comporta conseguenze e che la libertà non può prescindere dalla responsabilità. Impara a tollerare la frustrazione, a rispettare le regole, comprendendo che il limite non è un ostacolo alla crescita, ma una condizione necessaria perché essa possa realizzarsi.

Quando questa funzione è debole o assente, il processo di separazione e di acquisizione dell’autonomia può risultare incompleto. Il rischio è vivere una infanzia senza fine. Questa condizione evoca la emprise maternelle, termine che indica una modalità relazionale caratterizzata da una influenza genitoriale così pervasiva da ostacolare il processo di separazione e individuazione del figlio.

L’equilibrio

La maturità psicologica è il risultato della integrazione delle due dimensioni: il senso del proprio valore, che nasce dal sentirsi accolti e amati, e il senso di realtà, che si costruisce nel confronto con i limiti, le regole e le responsabilità. L’autostima senza principio di realtà può alimentare aspettative irrealistiche e una particolare vulnerabilità alle frustrazioni; un principio di realtà non sostenuto da un solido senso del proprio valore può invece tradursi in insicurezza, dipendenza dal giudizio altrui e difficoltà nell’affermare se stessi.

Sono competenze che si acquisiscono precocemente in seno alla famiglia d’origine e nessun altro contesto educativo può sostituirla. Quando inizia la vita scolastica, gran parte della architettura psicologica è già consolidata.