Vincenzo Vespri, Ordinario di Analisi Matematica all’Università di Firenze
Negli ultimi giorni il dibattito sul ritorno dell’energia nucleare è stato riacceso dagli interventi del premio Nobel Giorgio Parisi e dalla netta opposizione politica del Partito Democratico guidato da Elly Schlein. Il primo continua a sostenere che la strada maestra sia puntare su rinnovabili, reti e sistemi di accumulo; la seconda considera il ritorno al nucleare una scelta sbagliata e prevalentemente propagandistica. È un dibattito legittimo. Ma rischia di trasformarsi in uno dei tanti strumenti di distrazione di massa che caratterizzano il nostro Paese. Perché la vera domanda non è se il nucleare piaccia o meno. La vera domanda è molto più semplice: come produrremo l’enorme quantità di energia di cui avremo bisogno nei prossimi cinquant’anni?
L’Italia ha detto due volte no al nucleare. La prima nel 1987, sull’onda emotiva del disastro di Černobyl’. La seconda nel 2011, pochi mesi dopo Fukushima. Entrambe le consultazioni popolari furono comprensibili nel loro contesto storico. Di fronte a immagini così drammatiche era naturale che prevalesse la paura. Ma la politica energetica non può essere costruita sulle emozioni del momento. Negli anni Ottanta gli ambientalisti sostenevano che il nucleare sarebbe stato presto sostituito dalle energie rinnovabili. Si immaginava una rapida transizione verso un sistema quasi interamente alimentato dal sole e dal vento. Oggi possiamo giudicare quella previsione con il vantaggio del senno di poi. Non si è realizzata. Le energie rinnovabili hanno fatto progressi enormi e stanno finalmente diventando economicamente competitive, ma ci sono voluti quasi quarant’anni. Nel frattempo, l’Italia non ha sostituito il nucleare con il fotovoltaico o con l’eolico. Lo ha sostituito soprattutto con il gas naturale. Abbiamo quindi rinunciato a una fonte a bassissime emissioni di CO₂ per utilizzare, per decenni, combustibili fossili più costosi, più inquinanti e fortemente dipendenti dalla geopolitica internazionale. È difficile sostenere che quella sia stata una scelta lungimirante.
Non bisogna però cadere nell’errore opposto, quello di dipingere il nucleare come una tecnologia perfetta. Non lo è. Il vero grande problema resta quello delle scorie radioattive. Si tratta di quantità relativamente piccole di materiale, ma che richiedono depositi geologici sicuri e una gestione rigorosa per tempi molto lunghi. È una questione reale, seria, che non deve essere minimizzata. Se oggi disponessimo di una tecnologia capace di produrre energia continua, pulita, abbondante e a basso costo senza generare questo problema, sarebbe ragionevole scegliere quella. Ma questa tecnologia, semplicemente, oggi non esiste.
Una centrale nucleare è un investimento particolare. Costa moltissimo costruirla. Costa molto smantellarla. Ma costa pochissimo farla funzionare. Il combustibile rappresenta una frazione minima del costo complessivo dell’energia prodotta e i costi operativi sono estremamente bassi. Per questo una centrale diventa economicamente conveniente soltanto se rimane in funzione per sessanta, settanta o persino ottant’anni. Il vero motivo degli elevati costi iniziali è però un altro. Negli ultimi decenni quasi ogni centrale costruita nel mondo è stata, di fatto, un prototipo. Normative differenti, modifiche progettuali continue e procedure autorizzative lunghissime hanno impedito quella standardizzazione che in tutti gli altri settori industriali permette di ridurre drasticamente i costi. È come costruire ogni volta un’automobile completamente nuova.
Per questa ragione oggi l’interesse mondiale si concentra soprattutto sugli SMR (Small Modular Reactors). La loro importanza non deriva semplicemente dalle dimensioni ridotte. L’idea è completamente diversa. Gli SMR sono progettati per essere costruiti in larga parte all’interno di stabilimenti industriali, utilizzando moduli standardizzati che vengono poi assemblati sul luogo dell’installazione. Se questo modello industriale manterrà le promesse, sarà possibile produrre decine o centinaia di reattori praticamente identici, riducendo tempi, rischi e costi proprio come accade in qualunque produzione di serie. Naturalmente nessuno può ancora garantire quale sarà il costo finale degli SMR. Le prime realizzazioni sono ancora poche e serviranno anni per verificarne la reale competitività economica. Ma è questa, oggi, la direzione nella quale stanno investendo Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia e molti altri Paesi.
Anche la sicurezza è cambiata profondamente. Quando si parla di nucleare, l’immaginario collettivo è ancora fermo a Černobyl’ o, più recentemente, a Fukushima. Ma i reattori di nuova generazione hanno una filosofia completamente diversa. La grande innovazione è rappresentata dai cosiddetti sistemi di sicurezza passiva. Nei vecchi impianti, in caso di incidente, era necessario intervenire rapidamente per mantenere il controllo del reattore e garantire il raffreddamento del nocciolo. I nuovi reattori sono invece progettati affinché, in presenza di un’anomalia grave, la reazione nucleare si arresti automaticamente e il calore residuo venga dissipato sfruttando fenomeni fisici naturali, come la gravità, la circolazione naturale dei fluidi e la convezione, senza richiedere pompe alimentate elettricamente o interventi immediati degli operatori. In altre parole, se qualcosa va storto, il sistema tende spontaneamente a portarsi in una condizione sicura. Questo non significa che il rischio sia nullo. Nessuna tecnologia complessa può garantire il rischio zero. Significa però che il livello di sicurezza è incomparabilmente superiore rispetto ai reattori progettati negli anni Sessanta e Settanta.
Qualcuno sostiene che non abbia senso investire nel nucleare perché presto arriverà la fusione. È una speranza che tutti condividiamo. Ma non può diventare una strategia energetica. La fusione controllata rappresenta probabilmente una delle più grandi sfide scientifiche dell’umanità. I progressi degli ultimi anni sono straordinari e meritano entusiasmo. Ma trasformare un successo sperimentale in una tecnologia industriale è un’altra cosa. Anche nello scenario più ottimistico, è difficile immaginare centrali a fusione economicamente competitive prima della seconda metà di questo secolo. Pensare che possano risolvere il problema energetico europeo nei prossimi venti o trent’anni significa ignorare la complessità tecnica, industriale e regolatoria che separa un laboratorio da una rete elettrica nazionale. In altre parole, la fusione potrebbe essere il nostro futuro. Ma non sarà sicuramente il futuro dei prossimi decenni.
Anche le energie rinnovabili stanno migliorando rapidamente. I pannelli fotovoltaici sono sempre più efficienti. Le turbine eoliche aumentano di potenza. Gli accumulatori stanno facendo passi avanti impressionanti. È molto probabile che tra cinquant’anni un sistema quasi completamente basato sulle rinnovabili sia tecnicamente ed economicamente possibile. Me lo auguro. Ma oggi non è ancora così. Il problema non è produrre energia quando c’è il sole o il vento. Il problema è averla disponibile ogni secondo dell’anno. Finché i sistemi di accumulo non saranno in grado di garantire questo equilibrio su scala nazionale, sarà necessario disporre di fonti programmabili. La domanda è semplice. Possiamo aspettare altri cinquant’anni?
Fino a pochi anni fa la risposta, almeno per me, sarebbe stata diversa. Avrei pensato che qualche decennio di ritardo nella transizione energetica fosse sopportabile. L’intelligenza artificiale cambia completamente il quadro. L’AI è straordinariamente energivora. Ogni grande modello linguistico richiede enormi data center, milioni di processori e una disponibilità continua di elettricità. La competizione tecnologica mondiale si giocherà anche sulla capacità di produrre energia abbondante e a basso costo. Un Paese che non dispone di energia sufficiente rischia di restare escluso dalla rivoluzione industriale del XXI secolo.
Forse tra cinquant’anni le rinnovabili, insieme a sistemi di accumulo molto più avanzati, renderanno superfluo il nucleare. Sarebbe la soluzione migliore. Ma oggi siamo chiamati a decidere con le tecnologie disponibili, non con quelle che speriamo di avere domani. La domanda, quindi, non è se il nucleare sia perfetto. La domanda è se, nelle condizioni attuali, esista davvero un’alternativa capace di garantire contemporaneamente sicurezza energetica, decarbonizzazione, competitività industriale e partecipazione alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Per il momento, la risposta sembra essere no. Per questo il confronto sul nucleare dovrebbe finalmente liberarsi dalle contrapposizioni ideologiche e tornare a fondarsi sulla scienza, sull’ingegneria, sull’economia e su una visione strategica di lungo periodo. È in gioco il futuro energetico, tecnologico e industriale dell’Italia. È in gioco il benessere delle prossime generazioni. Un tema di questa portata merita un dibattito serio, informato e lungimirante, non slogan, paure del passato o strategie elettorali di corto respiro.
