Noemi Sanna, psichiatra
Esiste una certa cultura progressista che, in base ad un esasperato universalismo morale, considera i confini tra stati un ostacolo al pluralismo, al contrasto alle disuguaglianze e auspica la loro abolizione o il ridimensionamento. In tal modo viene offerta una idea distorta e strumentale del confine come barriera escludente ed ostile. In realtà sono luoghi che definiscono il senso di appartenenza, di continuità identitaria e culturale di un popolo e sanciscono il diritto di ogni comunità politica di regolare, con leggi proprie, gli ingressi nel territorio.
La vita stessa si organizza intorno ai confini. Ogni organismo vivente esiste in quanto è capace di distinguere un dentro da un fuori. La membrana cellulare, la pelle, il sistema immunitario, la delimitazione territoriale presente in numerose specie mostrano, a livelli diversi, la stessa necessità: vivere significa avere confini che possano regolare gli scambi attraverso di essi. Il confine, dunque, non è una barriera che impedisce la relazione; è una soglia che la rende possibile senza cancellare l’identità delle parti che entrano in rapporto.
Sul piano antropologico l’abolizione dei confini è un nonsenso. Non si può abolire quella delimitazione simbolica che consente ad una comunità di riconoscere ciò che appartiene al proprio spazio di identità, di responsabilità e di significato perché ogni comunità, dalla famiglia allo stato, vive all’interno di uno spazio simbolico che definisce ruoli, diritti, doveri e le regole della convivenza civile.
I confini, infatti, non sono solo geografici, ma anche simbolici e riguardano l’ordine giuridico; linguistico; culturale; normativo. Tutti insieme preservano la memoria collettiva; trasmettono le tradizioni; proteggono norme condivise; creano il sentimento di appartenenza e la fiducia reciproca. Senza confini non esisterebbero identità, appartenenza, responsabilità, convivenza, cultura o civiltà
Svolgono anche una funzione di protezione culturale. La cultura, infatti, nasce, si consolida e si trasmette all’interno di comunità che possiedono confini, materiali o simbolici, capaci di preservarne una certa continuità nel tempo. In questo caso fungono da punti di contatto rappresentando il luogo di incontro privilegiato di scambio. Porti, città di frontiera sono sempre stati luoghi di fervidi incontri tra lingue, religioni e differenti know how, dando origine a nuove sintesi culturali.
Il confine, quindi, non è soltanto ciò che separa, ma anche ciò che permette l’incontro tra identità differenti. Delimita uno spazio di appartenenza, responsabilità e significato, consentendo al tempo stesso uno scambio ordinato con ciò che è al di fuori. Non ostacolano gli scambi ma consentono ad una società di mantenere una propria continuità storica.
I confini sono un elemento essenziale per la vita psichica. Distinguono il sé dagli altri e consentono all’individuo di riconoscere i sentimenti, i pensieri, i desideri come propri, distinguendoli da ciò che appartiene agli altri. Un confine psicologico efficace permette relazioni interpersonali meno intrusive, permette di amare senza dipendenza affettiva, di dissentire senza vivere il conflitto come una minaccia alla relazione. Non è distanza affettiva, ma la condizione che rende possibile una relazione autentica tra due soggetti distinti.
Nello sviluppo del bimbo la costruzione dei confini accompagna il processo di crescita e di separazione-individuazione consentendo il progressivo passaggio da una condizione di dipendenza totale alla acquisizione di una totale autonomia. Nella educazione del bimbo è il “NO” che ha una funzione strutturante: introduce la differenza tra desiderio e realtà, tra impulso e regola, tra ciò che si vuole e ciò che è possibile.
Quando i confini sono troppo fragili possono comparire dipendenza, confusione identitaria, eccessiva influenzabilità. Quando invece sono eccessivamente rigidi possono emergere isolamento, difficoltà nell’intimità, diffidenza e scarsa capacità di affidarsi.
In conclusione. Senza una qualche delimitazione tra un “dentro” e un “fuori”, la trasmissione delle tradizioni, della lingua e delle istituzioni diventa più difficile. Ogni cultura è uno specifico patrimonio di lingua, valori, norme, credenze, riti, memoria storica, arte e modi di interpretare il mondo che richiede di essere rispettato.
Non sono solo controllo territoriale, ma tutela della continuità culturale, certezza del diritto e garantiscono la capacità di una comunità politica di governare i processi di integrazione, la cui gestione è un processo complesso che richiede tempo e può solo costruirsi su una rigorosa reciprocità istituzionale
Quando la permeabilità dei confini determina una gestione dei flussi migratori inefficace o non controllabile, non aumenta soltanto la pressione sui servizi e sulle istituzioni, ma può indebolirsi anche la fiducia dei cittadini nella capacità dello Stato di esercitare una delle sue funzioni fondamentali: governare il proprio territorio secondo regole condivise. Anche in questo caso, come nella educazione del bimbo, il “NO” ovvero l’applicazione di regole rigorose e coerenti, introducendo la differenza tra desiderio e realtà, tra disordine e regola, tra ciò che si vuole e ciò che è possibile, ha una funzione strutturante indispensabile per una convivenza basata sul rispetto reciproco.

