La Divina Commedia in clinica a Camogli

Anna Maria De Luca, Psicologa e dirigente scolastico

Per tutti gli amanti della Divina Commedia, condivido il mio percorso di ricerca su una  copia dell’Inferno, del Paradiso e del Purgatorio illustrata da Amos Nattini e scovata a Camogli, in Liguria. Si tratta di una delle imprese artistiche ed editoriali più ambiziose e monumentali dedicate al poema dantesco nel Novecento.

Una Commedia in clinica
Già il contesto è una peculiarità: la copia monumentale di cui sto parlando non si trova in una biblioteca, ma in una clinica sul mare. Appartiene all’istituto cardiovascolare di Antonio Crosa, un mecenate convinto che la cura dei malati di cuore passi anche attraverso la bellezza, tanto da aver riempito la struttura di opere d’arte.
Tra i pazienti operati al cuore, la Commedia assume un valore singolare: sembra farsi ponte tra cultura e cura, invito a trovare consolazione anche nei momenti più delicati della vita. Trovo significativo che una clinica affianchi ai propri malati la forza poetica di Dante, filtrata dallo sguardo di Nattini, che continua così a raccontare il proprio viaggio tra Inferno, Purgatorio e Paradiso a chi attraversa un percorso di cura, quasi a ricordare che l’arte aiuta la guarigione.

Amos Nattini
Poter accedere a questa copia proprio nella terra di Nattini è stato un privilegio: comprendere il contesto in cui è nata mi ha aiutato a coglierne la straordinaria potenza visiva e l’altissimo pregio delle tecniche e dei materiali impiegati. Amos Nattini (1892–1985), genovese di famiglia portuale, formatosi all’Accademia Ligustica sotto Quinzio, Navone e Pilade Lachi, era un artista a tutto tondo. Il suo approccio alla Commedia è dichiaratamente simbolista: restituisce l’impianto visionario e morale del testo dantesco attraverso un linguaggio figurativo contemporaneo.

Nattini lavorò per oltre trent’anni, dal 1915 al 1941 circa, all’illustrazione delle tre cantiche, per un risultato di tre volumi con cento tavole a colori, una per ciascun canto. Frequentò Parigi insieme a Gabriele D’Annunzio fin dai primi anni Dieci, entrando in contatto con la scena artistica europea e con il gruppo “Il Bivacco”. Su sollecitazione di D’Annunzio intraprese, nell’arco di vent’anni, la realizzazione delle cento “Imagini”, dapprima ad acquerello e poi litografate su grandi tavole (82×67 cm), tra Genova, Milano e Parigi, con uno studio aperto a Parma intorno al 1930. I tre volumi uscirono a stampa tra il 1931 (l’Inferno) e il 1941, in edizione monumentale di mille copie numerate, con stampa a torchio, carta di straccio di Fabriano e testo in oro.

La copia di Camogli
L’edizione si distingue per il grande formato: tre volumi di 64×82 cm, copertina in pelle con cinque fori per le dispense, carta a mano Fabriano stampata in litografia a colori con matrici in pietra, tramite macchine da stampa piano-cilindriche a impressione diretta. Sulla prima e quarta di copertina compaiono disegni con impressioni in rilievo e stampa a caldo; sulla seconda e terza, immagini realizzate con damaschi di Lorsica. Le chiusure sono a vite, con cerniere in ottone, e i volumi sono composti da dispense raccolte in buste di due fogli per canto, più un foglio con l’illustrazione a colori.

Luigi Parodi
A Camogli ho scoperto che il progetto editoriale nacque dall’incontro tra Nattini e Luigi Parodi, direttore della Saiga. Ho quindi intervistato il nipote di quest’ultimo, Roberto Parodi, che da anni rintraccia in giro per il mondo le copie della Commedia uscite dalla fabbrica del nonno.

“Mio nonno Luigi nacque nel 1895 a Genova da una famiglia di stampatori”, racconta Parodi. Formatosi come tecnico meccanico, lavorò alle Officine Meccaniche Ansaldo. Attraverso la moglie, di una famiglia genovese di stampatori, entrò prima nella tipografia Caimo — dove si producevano carte da gioco e imballi per sigarette — poi, dopo la Prima guerra mondiale, alla Saiga, di cui divenne direttore dello stabilimento fino al 1957. Anche il figlio Giuseppino Aldo Parodi vi lavorò, coordinando il reparto grafico e firmando le prime campagne pubblicitarie del turismo. Alla chiusura della Saiga, nel 1973, Luigi Parodi aprì una calcografia di alta qualità, proseguendo la collaborazione con le principali industrie genovesi.

La Saiga
La Saiga — Società Anonima Industrie Arti Grafiche ed affini, già Fratelli Armanino — fu registrata il 7 giugno 1905. Vi lavorarono i più importanti grafici, cartellonisti, pittori e illustratori dei primi del Novecento, e l’azienda vantava il più importante gabinetto fotografico d’Italia, con una macchina di 33 metri per lo sviluppo e l’asciugatura delle fotografie. Nel 1905 si dotò di una Monotype, tra le innovazioni più avanzate del settore, e di una delle prime macchine rotative in uso in Italia, capace di stampare su lastre di alluminio anziché su pietra. Nel 1918, per difficoltà economiche legate al protrarsi della guerra, la proprietà passò ad Adolfo Barabino e Francesco Graeve, già titolari di una propria industria grafica genovese dal 1909.

Genova chiave delle illustrazioni
Comprendere la Saiga significa comprendere anche le tavole dantesche di Nattini. Vivere ed essere in loco a Genova significava, per l’artista, immergersi in un ambiente industriale-artigianale abituato a standard estetici elevati, attento alla forma, al volume, alla fusione tra funzionalità ed eleganza: valori che ritroviamo nella cura quasi maniacale di Nattini per cornici, carta e caratteri tipografici. Il Poligrafico Garavini, con la sua ricerca di qualità artigiana e di eccellenza tecnica ed estetica, costituì un microcosmo ideale per un artista capace di amalgamare tecnica, estetica e cultura letteraria.

L’ambiente genovese offrì inoltre a Nattini un prezioso networking culturale, tra legami con industria e mecenatismo, circoli artistici come Bivacco e Novecento, e il sostegno di D’Annunzio, oltre a un canale di diffusione internazionale grazie all’export dell’automobile Garavini e a mostre in Italia, Parigi, Bruxelles, Nizza, L’Aia e Ascona.

Un manifesto “pubblicitario” per ogni canto
Osservando la copia di Camogli (destinata in origine a bibliofili, collezionisti e mecenati) emerge con chiarezza come le illustrazioni di Nattini si distinguano per una visione potentemente simbolica e teatrale, in linea con le poetiche dell’Art Nouveau e del Simbolismo europeo. Nattini non ha scelto la via descrittiva: ha invece colto gli aspetti emotivi, allegorici e spirituali di ogni episodio, condensandoli in una tavola di sintesi per ciascun canto, quasi un manifesto del canto stesso. Vi si riconosce, netta, l’eredità del Poligrafico Garavini di Genova, dove Nattini ideò la sua monumentale Divina Commedia illustrata che oggi è conservata su un leggìo di Giò Ponti.

Il leggio di Giò Ponti
Per sostenere i volumi giganteschi della Commedia (che pesano molto e misurano fino a 84 cm di altezza), Nattini fece infatti realizzare all’ebanista Eugenio Quarti, su disegno di Giò Ponti ed Eugenio Buzzi, diversi mobili-leggio pensati per adattarsi ai contesti delle grandi biblioteche pubbliche e private a cui i volumi erano destinati. Il leggio è parte integrante del progetto totale voluto da Nattini  che concepiva la sua Commedia   come un’installazione, un oggetto da esporre e attorno a cui costruire un rito di lettura/contemplazione, coerente con l’ambizione “monumentale” e quasi liturgica dell’intera operazione editoriale. Il fatto che il design fosse affidato a Giò Ponti, allora già una delle figure più importanti del design e dell’architettura italiana, e la realizzazione a un ebanista di prestigio come Eugenio Quarti, colloca il progetto Nattini in un dialogo diretto con le eccellenze artigianali e progettuali del tempo: lo stesso milieu di alta qualità artigiana che la Saiga di Genova, alimentò con la sua ricerca estetica.