Robot perturbanti: l’invasione della robotica tra scenari distopici e realtà

Andrea Venanzoni, Università Roma Tre

Nell’ormai lontano 1970 un professore giapponese di robotica, Masahiro Mori, condusse un esperimento che mirava a rilevare quante e quali emozioni suscitasse nell’essere umano il confronto con entità non-umane o mostruose. Ricorrendo a un grafico cartesiano sul quale era riprodotta una scala di mostri, robot, esseri fantastici e a una lunga serie di interviste, Mori dimostrò come al crescere del tasso di antropomorfizzazione dell’essere non-umano crescesse il disagio nell’osservatore. Quell’esperimento, vastamente dibattuto e criticato negli anni seguenti, è conosciuto oggi come ‘Valle del Perturbante’, con un nome dal chiaro aroma freudiano. Più la macchina intelligente assume sembianze simili a quelle dell’uomo, o realizza opere o gesti simili a quelli di un umano, più l’essere umano prova un profondo disagio. Una lezione in fondo recuperata dalla stessa fantascienza, si pensi all’ufficiale medico ‘sintetico’ del film Alien. Questa lezione torna preziosa in giorni egemonizzati da un dibattito vertente sulle mirabolanti imprese di robot umanoidi. In Cina sono in corso le Olimpiadi robotiche e questi esseri metallici si sfidano nelle specialità dell’atletica: un robot, Lightning, addirittura arriva a battere il record mondiale dei cento metri. Anche Elon Musk, che nel settore della robotica come noto è molto attivo, è rimasto colpito e ripostando su X le immagini di queste Olimpiadi robotiche ha detto che a suo giudizio la Cina potrebbe divenire leader mondiale nel settore.
Intanto dal Giappone ci arrivano le immagini dei robot Mitsubishi che ordinatamente, come una legione d’acciaio, sostituiscono gli esseri umani nei processi industriali. Ma il vero tema dirompente sarà senza dubbio alcuno l’Embodied AI, ovvero l’intelligenza artificiale fisicamente connessa a un supporto robotico: a differenza di molti robot, programmati in maniera più o meno standardizzata e quindi capaci di svolgere solo alcune, per quanto complesse, mansioni, un robot con Embodied AI presenta possibilità operative molto più estese.
Se, all’inizio, quando assistevamo alle parate e alle danze tradizionali di robot cinesi eravamo avvinti da uno stupefatto senso di meraviglia, questa accelerazione ci riporta nel cuore del ‘perturbante’.
Perché un dibattito già reso assai sensibile dalle narrazioni distopiche sull’intelligenza artificiale, molto spesso caldeggiate dagli stessi giganti del Tech per fini di marketing e di cattura del regolatore, si trova ora a dover fare i conti con l’eterna paura della sostituzione dell’essere umano con la macchina.
La questione dell’incidenza quali-quantitativa dell’IA e della robotica, e di entrambe le dinamiche tra loro combinate, sul mondo del lavoro è seria, senza dubbio alcuno, ma va governata, non drammatizzata.
Quando tra gli anni settanta e gli anni ottanta, la fascia industriale degli Stati Uniti è decaduta a ‘cintura della ruggine’ a causa anche della automazione dei processi industriali quella decadenza è stata propiziata dall’inazione della sfera politica e dall’incapacità imprenditoriale di formare, riqualificare e specializzare il personale, non da un complotto delle macchine.
Utilizzare robot per garantire condizioni lavorative migliori, più sicure ed efficienti non può essere considerato uno scenario apocalittico. A patto, ovviamente, che i decisori politici e pubblici e gli imprenditori vogliano armonizzare questa rivoluzione nel tessuto di una società che ogni giorno di più appare come la risultante di un mondo nuovo.
Ricordando sempre che in uno scenario tanto globale e complesso la regolazione da sola non basta più, come ha dolentemente ormai appreso l’Europa politica. All’innovazione altrui si deve, per forza di cose, rispondere con l’innovazione propria.