Germania, affanno occidentale

Fabrizio Sciacca, Ordinario di Filosofia Politica Università di Catania

Per decenni la Germania è stata il punto di equilibrio dell’Europa: grande industria, finanze pubbliche ordinate, stabilità politica, amministrazione puntuale. La forza del modello tedesco non consisteva soltanto nell’export, ma nella coincidenza fra ordine economico e ordine giuridico: proprietà garantita, regole affidabili, disciplina fiscale, uno Stato capace insieme di limitare il proprio potere e di esercitarlo.

Questa solida architettura ha oggi certamente perso sicurezza. La crisi tedesca è anche una crisi dell’idea di ordine su cui una parte dell’Occidente ha costruito la propria prosperità: libertà e autorità, diritti e doveri, apertura e confine, decisione e responsabilità.

Dopo il calo del 2023 e la stagnazione del 2024, il Pil è cresciuto appena dello 0,2% nel 2025. Nell’estate del 2026 i disoccupati hanno superato i tre milioni. Il gas russo a basso costo è scomparso, la Cina da mercato di sbocco è diventata concorrente, l’industria dell’auto attraversa una trasformazione profonda e l’uscita dal nucleare ha reso più delicato il rapporto fra energia e politica climatica. Se si trattasse della rappresentazione di un collasso, tutto sarebbe molto chiaro. In realtà, si è davanti a qualcosa di più insidioso: la distruzione lenta di un sistema che aveva fatto della propria prevedibilità una forma di potenza.

La domanda decisiva non è quanto crescerà la Germania, ma quale struttura produttiva possa sostenere salari, welfare e consenso politico. Pensioni, sanità, infrastrutture e transizione energetica competono per risorse finite, mentre l’invecchiamento restringe la base contributiva.

A queste voci si è aggiunta la difesa. Berlino sta ricostruendo una capacità militare che per decenni aveva compresso. Che il riarmo non sia soltanto una svolta strategica, è ovvio. Aumentare stabilmente la spesa militare significa decidere come allocare risorse pubbliche limitate. È  dunque in parte una scelta distributiva. Anche la deterrenza nucleare è tornata centrale: senza perseguire un arsenale nazionale, la Germania resta nella condivisione nucleare della Nato, approfondendo con la Francia il confronto sulla deterrenza europea.

La finanza pubblica rende visibile ciò che la politica tende a occultare. La Schuldenbremse – una previsione fiscale inserita nella Legge Fondamentale tedesca – nasceva dall’idea che la maggioranza presente non possa disporre senza limiti della capacità fiscale delle generazioni future. Il debito può essere necessario quando finanzia infrastrutture, sicurezza e capacità produttiva; altra cosa è usarlo per rinviare decisioni.

Lo stesso limite attraversa lo Stato sociale. L’Occidente ha affinato – e probabilmente esasperato – il linguaggio dei diritti, molto meno quello dei doveri. Una prestazione è esigibile solo se qualcuno ne produce le condizioni materiali. Quando aumentano le aspettative verso lo Stato e diminuisce la disponibilità ad assumere obblighi, la crisi finanziaria è anche crisi di legittimità. Il bilancio pubblico è quasi una costituzione materiale espressa in cifre: rivela quali fini una comunità considera prioritari e quale parte del loro costo trasferisce al futuro.

Anche l’immigrazione va sottratta tanto alla retorica umanitaria quanto alla ricerca del capro espiatorio. Se non spiega la crisi industriale tedesca, è sicuramente un banco di prova dell’effettività dello Stato. Un ordinamento deve rispettare il diritto d’asilo, ma anche distinguere fra cittadino, residente, richiedente protezione e persona priva di titolo. Una società aperta non è senza porte, bensì un luogo nel quale ingresso e permanenza sono regolati secondo criteri applicabili. Dal 2015 una parte dei tedeschi ha maturato la sensazione che fosse più semplice discutere dei doveri della Germania verso chi arrivava che di quelli di chi arrivava verso la Germania. Tale percezione non può essere espulsa dal conflitto politico mediante una qualificazione morale preventiva. Anche una comunità politica possiede un interesse legittimo alla propria continuità. Confine, autorità e responsabilità non sono incompatibili con un ordinamento libero. Limitare il potere non significa rendere lo Stato indifferente alle condizioni della propria esistenza. Dentro questa distanza fra decisione ed effettività va letto il successo dell’AfD. In uno Stato costituzionale, il giudizio politico su un partito, la valutazione morale delle sue posizioni e la qualificazione giuridica noncoincidono. La Brandmauer – l’isolamento di alcune forze politiche – appartiene alla strategia parlamentare e non modifica, di per sé, lo status giuridico del soggetto cui è rivolta. Resta una domanda alla quale il diritto non può rispondere: perché parte dell’elettorato considera quel partito capace di rappresentarne gli interessi e le domande.

Neppure la Dexit sfugge alla distinzione fra forma e sostanza. Per una Germania inserita nel mercato europeo, recuperare competenze formali distruggendo parte dell’ordine economico da cui deriva la propria forza potrebbe significare maggiore autonomia normativa e minore capacità reale. Pure l’integrazione perde legittimità quando diventa difficile stabilire chi e in che modo decide, e davanti a chi risponde.

La crisi tedesca diventa dunque il sintomo più evidente della crisi dell’Occidente. L’ordine occidentale non si è affermato soltanto grazie ai diritti individuali, ma per esser riuscito a tenere insieme libertà e autorità, mercato e istituzioni, apertura e confine, proprietà e responsabilità. Ciò che viene presentato come inevitabile tende però a sottrarsi alla responsabilità: se nessuno ha realmente scelto, nessuno può essere chiamato a rispondere.

La Germania non è condannata al declino: conserva industria, capitale e istituzioni robuste. Però un ordine libero non si conserva da solo. Deve saper distinguere il diritto dalla pretesa, l’apertura dalla rinuncia al governo, il dissenso dall’illegalità, l’investimento dal consumo del futuro. Una società non è soltanto la somma degli interessi di chi oggi la abita: è soprattutto un patrimonio ricevuto, materiale e culturale – e un’obbligazione verso chi verrà dopo.