Le cattive maestre

Noemi Sanna, psichiatra

Premessa
Il femminismo nasce dall’affermazione di un principio profondamente universalistico: una donna non deve avere minori libertà e opportunità per il fatto di essere donna. Le sue tesi hanno messo in discussione la subordinazione giuridica, economica e familiare delle donne, reso visibile la violenza domestica e di genere, rivendicato il diritto all’istruzione, al lavoro, alla partecipazione politica e all’auto determinazione. Il contributo culturale offerto in tema di diritti umani è stato decisivo.

Un silenzio assordante
Appare, perciò, incomprensibile il silenzio di alcuni settori del femminismo rispetto a pratiche, esecrate quando provenienti da occidente, ma ritenute normali se appartengono ad altri contesti culturali o religiosi. Eppure, si tratta di condotte fortemente discriminatorie nei confronti delle donne: controllo familiare totale sulla vita delle figlie, matrimoni imposti e le spose bambine, segregazione sociale, le mutilazioni genitali, per menzionarne solo alcune.

La solidarietà femminile è apparsa molto tiepida anche di fronte alla repressione delle donne iraniane arrestate, picchiate e uccise per essersi opposte all’obbligo del velo o condannate a morte per essersi difese da stupri di gruppo. Il rispetto delle differenze culturali deve trovare un limite invalicabile nella dignità, nell’integrità fisica e nella libertà della persona e nessuna appartenenza culturale può giustificare la coercizione, la violenza o la violazione dei diritti fondamentali.

La retorica della libera scelta
Per giustificare questo colpevole silenzio si afferma che la sottomissione delle donne al patriarcato di stato sia una scelta fatta in totale autonomia e libertà. Contraddicendo, in tal modo, le lotte intraprese contro la cultura patriarcale occidentale considerata, quella sì, oscurantista e lesiva dei diritti delle donne. Fingono di ignorare che vi è libertà solo se si può scegliere tra diverse possibilità e che spesso l’adesione soggettiva a una norma non dimostra l’assenza di coercizione.

Il femminismo ha sempre sostenuto che le scelte individuali sono influenzate dai rapporti di potere, dalle aspettative sociali e dai modelli culturali interiorizzati. È molto discutibile, quindi, attribuire questa consapevolezza alle donne occidentali e negarla a donne che appartengono ad altre realtà.

L’empatia selettiva
Si sono viste donne scendere in piazza a glorificare organizzazioni terroristiche e sminuirne i crimini contro persone inermi. Donne che difendono un sistema di valori incompatibili con il rispetto della dignità umana, che trasformano gli assassini in eroi e dimenticano le vittime per impedire al ricordo di disturbare questa glorificazione.

Quando stupri, violenze e uccisioni vengono minimizzati o negati perché le vittime appartengono al campo politico avversario significa negare che la dignità delle donne abbia valore universale, ma che il suo valore sia condizionato a seconda della parte politica di appartenenza. Se i diritti sono negoziabili perdono il loro significato e diventano strumento di lotta politica, merce di propaganda. Questo femminismo, rinunciando alla sua vocazione di rompere silenzi scomodi e di chiamare la violenza con il suo nome, tradisce sé stesso e la sua missione.

Il paradosso del dissenso protetto
Nelle piazze occidentali è possibile manifestare e criticare apertamente governo e istituzioni, mentre in molti dei regimi glorificati dai manifestanti, è molto rischioso esercitare il dissenso anche da parte di un uomo. Impossibile pensare che le donne possano partecipare ad una manifestazione pubblica di dissenso in sicurezza come succederebbe in qualunque angolo dell’occidente liberal-democratico.

La forza della democrazia consiste nel tutelare anche chi la critica. Ma questo comporta che i cittadini e le cittadine acquisiscano una saggia consapevolezza: non si può godere del dissenso protetto vituperando la fonte di tale protezione e, al contempo, celebrare quei sistemi totalitari che il dissenso lo reprimono e sono ostili verso ogni forma di libertà. È paradossale, e anche un po’ disonesto, inneggiare ai nemici della democrazia al riparo delle libertà che la democrazia garantisce.  

L’aggressività che fomenta pregiudizi
L’atteggiamento provocatorio e insultante di alcuni manifestanti, anche donne, sfocia quasi sempre in agito aggressivo, sia sul piano verbale che dei contenuti. L’indignazione, inoltre, è sostenuta dal convincimento di una propria superiorità morale, nemica dichiarata del pensiero critico, che impedisce di comprendere la complessità, sottrae spazio al dubbio e trasforma la partecipazione politica in una manifestazione di aggressività identitaria.

Tutto ciò rischia di compromettere la credibilità della tesi sostenuta e di chi pretende di rappresentarla. Quando principi dichiarati universali vengono applicati selettivamente, in funzione dell’identità delle vittime, degli autori o della convenienza politica del momento, cessano di essere principi e diventano strumenti ideologici.

Condotte simili offrono facili argomenti a quanti, mossi da pregiudizi sull’autorevolezza delle donne, attendono il comportamento censurabile di poche per formulare un giudizio denigratorio su tutte. Chiunque tratti pubblicamente temi tanto sensibili con modalità tanto aggressive dovrebbe essere consapevole delle ricadute simboliche e comunicative delle proprie azioni.

Brevi conclusioni
Queste donne sono delle cattive maestre non perché dissentono e manifestano le proprie ragioni. Ma perché insegnano che la violenza debba essere condannata a seconda dell’identità di chi la commette, che una vittima possa essere ignorata quando la sua sofferenza contraddice la narrazione del gruppo, che cultura, religione o causa politica possano rendere accettabile ciò che, in altri contesti, e considerato sopraffazione.

Cattive maestre perché destrutturano ogni principio etico quando i proclami sui diritti universali restano sulla carta perché contraddetti dalla loro applicazione reale. La dignità di una donna non cambia con la sua provenienza culturale o religiosa e la violenza non diventa meno grave quando tradizionalmente tollerata.

Cattive maestre perché inautentiche. L’autenticità consiste, infatti, nel vivere in coerenza con ciò che si pensa e si riconosce come giusto, senza dover continuamente falsificare sé stessi per conformare pensieri, valori e scelte alle aspettative altrui.