Raffaele Fiume, Ordinario di Economia Aziendale dell’Università di Napoli “Parthenope”
La provocazione può apparire eccessiva, ma aiuta a descrivere un tratto caratteristico della nostra epoca: la crescente centralità del giudizio nella vita pubblica.
Scuola e università sono oggi tra le realtà maggiormente esposte allo scrutinio sociale. Docenti, dirigenti, professori, ricercatori e operatori dell’educazione sono costantemente osservati, valutati, commentati da studenti, famiglie, opinione pubblica e mezzi di comunicazione.
Naturalmente, questo non rappresenta un problema in sé. In una società aperta, nessuna istituzione può sottrarsi alla critica. Il confronto, anche severo, costituisce una componente essenziale della vita democratica.
La questione è un’altra. Sempre più spesso il giudizio sembra precedere la comprensione, e l’opinione sembra sostituire la conoscenza dei contesti nei quali determinate scelte maturano.
Le cronache più recenti ne offrono esempi significativi. Nel caso della docente accoltellata da un tredicenne, una parte del dibattito pubblico si è immediatamente interrogata sulle possibili responsabilità dell’insegnante, prima ancora che sulle dinamiche culturali, familiari e sociali che possono condurre a episodi di tale gravità. Non si tratta di negare che gli educatori possano commettere errori. Al contrario. Ma colpisce la rapidità con cui l’attenzione si sposta dall’evento alla valutazione dell’operato di chi vi è coinvolto professionalmente.
Questa tendenza non riguarda soltanto la scuola.
L’affermazione dei social media ha ampliato enormemente le possibilità di partecipazione al dibattito pubblico, producendo effetti largamente positivi. Parallelamente, però, ha contribuito ad attenuare la distinzione tra diritto di esprimere un’opinione e possesso delle competenze necessarie per formulare un giudizio consapevole.
È un passaggio culturale rilevante. In passato il confronto con l’esperto avveniva riconoscendo preliminarmente l’esistenza di un sapere specialistico da comprendere o eventualmente contestare. Oggi accade più frequentemente che il confronto si svolga assumendo implicitamente una perfetta equivalenza tra tutte le posizioni.
La televisione contemporanea ha trasformato questa dinamica in un vero e proprio format culturale. Dai talent show ai programmi di cucina, dai reality dedicati all’ospitalità a quelli dedicati alle professioni più diverse, il momento centrale della narrazione non è più la performance, ma il giudizio sulla performance.
Qualcuno canta, cucina, insegna, accoglie clienti o realizza un progetto. Qualcun altro osserva e valuta. Lo spettatore, a sua volta, osserva il valutatore e ne giudica il giudizio. In questo processo, la dimensione valutativa tende progressivamente ad occupare più spazio dell’attività valutata.
Si produce così una sorta di moltiplicazione infinita dello sguardo critico, nella quale l’esercizio del giudicare acquisisce una rilevanza autonoma rispetto alla comprensione di ciò che viene giudicato e, soprattutto, non necessita di effettiva autorevolezza.
Un processo vagamente narcisistico di auto-attribuzione di competenze o esperienze o di nullificazione delle competenze o esperienze altrui.
Le istituzioni educative sperimentano questa condizione in modo particolarmente intenso. Alla scuola e all’università viene chiesto di affrontare sfide sempre più complesse: la formazione civica, l’inclusione, la cittadinanza digitale, l’orientamento, la lotta alle disuguaglianze, la preparazione al lavoro, la costruzione del senso critico. Al tempo stesso, però, il capitale di fiducia riconosciuto a chi opera quotidianamente in questi contesti sembra progressivamente ridursi.
Ne deriva una tensione evidente. Da un lato cresce la domanda di educazione; dall’altro si indebolisce il riconoscimento sociale di coloro che dell’educazione hanno fatto una professione.
La risposta non può essere il rimpianto di modelli autoritari del passato, né la richiesta di sottrarsi al controllo pubblico. Al contrario. La strada da percorrere passa attraverso una maggiore apertura delle istituzioni formative verso le proprie comunità di riferimento.
Occorre spiegare di più, condividere di più, coinvolgere di più. Occorre rendere più comprensibili i processi educativi e costruire alleanze più solide con studenti e famiglie. Ma perché questo accada è necessario anche recuperare una distinzione che appare sempre meno scontata: partecipare non significa sostituirsi; collaborare non significa delegittimare; valutare non significa presumere di sapere.
Forse una delle sfide culturali più importanti dei prossimi anni consiste proprio nel ricostruire un equilibrio tra spirito critico e riconoscimento delle competenze. Una società democratica ha bisogno di cittadini capaci di interrogare l’autorità, ma anche di riconoscere il valore dell’esperienza e dello studio.
Quando questa capacità viene meno, il rischio è quello di una comunità nella quale tutti giudicano e sempre meno persone sono disposte ad assumersi la responsabilità di educare.

