Vincenzo Vespri, Professore di Analisi Matematica dell’Università di Firenze
Sono stato recentemente alla Rutgers University, nel campus di Camden, dall’altra parte del Delaware rispetto a Philadelphia, per lavorare con un matematico che conosco da moltissimi anni. Ci occupiamo di modellazione del traffico: un settore nel quale equazioni, sistemi complessi, intelligenza artificiale e sperimentazione sul campo possono incontrarsi e produrre risultati concreti.
La sua storia è, per certi versi, una storia italiana esemplare. Studente brillantissimo, consegue il dottorato lavorando su argomenti di punta della ricerca matematica. Vince un concorso nazionale da professore associato, ma non riesce a essere chiamato dall’università di Padova, dove si era formato. Approda così a Salerno. L’ambiente è buono, si trova bene, lavora e ottiene risultati. Tuttavia, con il passare del tempo, comprende di non essere considerato davvero “del luogo”. In un sistema accademico nel quale l’appartenenza conta spesso più del valore, essere percepiti come estranei può rallentare una carriera, talvolta bloccarla. Decide allora di trasferirsi a Roma, al Consiglio Nazionale delle Ricerche. Anche lì lavora, pubblica, costruisce collaborazioni. Ma avverte una crescente insoddisfazione. Ci sono incarichi, progetti e adempimenti; manca però una prospettiva. Si lavora senza che sia chiaro verso quale obiettivo. Si produce ricerca senza una visione capace di darle respiro. Il suo maestro scientifico, uno studioso di straordinario valore che si era già trasferito negli Stati Uniti, gli suggerisce di fare altrettanto. L’America, gli dice, è uno dei pochi luoghi nei quali un ricercatore può ancora seguire quella che potremmo chiamare la fiamma della conoscenza: non soltanto amministrare l’esistente, ma tentare qualcosa che non è mai stato fatto prima.
Viene chiamato dalla Rutgers University. Da quel momento la sua traiettoria cambia. Grazie alle sue capacità scientifiche, ma anche grazie a un sistema disposto a riconoscerle, diventa uno dei protagonisti di grandi progetti sulla regolazione del traffico mediante veicoli automatizzati. Il caso più spettacolare è l’esperimento condotto sulla Interstate 24, nei pressi di Nashville, all’interno del progetto CIRCLES e osservato attraverso l’infrastruttura I-24 MOTION. Nel novembre 2022 cento veicoli dotati di sistemi di controllo appositamente progettati furono immessi nel normale traffico autostradale. L’obiettivo era verificare se un numero relativamente piccolo di automobili parzialmente automatizzate potesse attenuare le cosiddette phantom jams: quelle onde di rallentamento che nascono apparentemente dal nulla, si propagano all’indietro lungo l’autostrada e producono code, consumi ed emissioni senza che vi sia un incidente o un ostacolo materiale. L’esperimento, realizzato da un consorzio comprendente Rutgers–Camden, Berkeley, Temple e Vanderbilt, ha mostrato che veicoli controllati intelligentemente possono rendere più regolare il flusso complessivo del traffico. Non si tratta di una simulazione al computer, ma di uno dei più grandi esperimenti mai condotti con veicoli automatizzati su un’autostrada aperta al traffico.
Dietro quell’esperimento vi sono anni di matematica, modelli, teoria del controllo e simulazioni. Ma vi sono anche finanziamenti consistenti, collaborazioni tra università, amministrazioni pubbliche e imprese automobilistiche, infrastrutture costruite per misurare con precisione ciò che accade su una vera autostrada. Soprattutto, vi è un sistema che accetta di affidare responsabilità, risorse e libertà a chi ha dimostrato di avere buone idee.
Questo è il punto. Gli Stati Uniti non hanno soltanto più denaro. Hanno conservato, almeno in parte, la capacità di scommettere sulle persone. Se un ricercatore dimostra di essere bravo, il sistema gli offre gli strumenti per dimostrare quanto vale davvero. Può fallire, naturalmente. Ma può anche tentare. In Europa, e in Italia in modo particolare, troppo spesso gli si chiede innanzitutto di aspettare: aspettare il concorso giusto, la chiamata giusta, il pensionamento di qualcuno, l’equilibrio tra gruppi, il consenso di chi occupa da decenni le posizioni di comando.
A Camden, parlando con il mio collega e amico, ho avuto la sensazione di trovarmi dentro un film costruito intorno a due destini paralleli. Io vedevo in lui ciò che forse avrei potuto essere se avessi lasciato il mio Paese. Lui vedeva in me ciò che avrebbe potuto essere se fosse rimasto in Italia. Una vera sliding door. Non è possibile sapere quale vita sarebbe stata migliore. Restare significa conservare legami, identità, affetti, appartenenza. Partire significa affrontare solitudine, sradicamento e competizione. Ma dal punto di vista della ricerca la differenza è evidente: da una parte un sistema che, quando riconosce il talento, tende a liberarne le energie; dall’altra un sistema che troppo spesso impiega le proprie energie per controllarlo, rallentarlo e renderlo compatibile con gli equilibri esistenti.
L’università italiana ed europea rimane in larga misura una gerontocrazia. Una gerontocrazia che comanda, si autocelebra e parla continuamente di giovani, purché i giovani non mettano realmente in discussione gerarchie e consuetudini. Si moltiplicano commissioni, piani strategici, procedure di valutazione e dichiarazioni solenni sull’innovazione. Intanto, chi possiede creatività e ambizione impara presto che è più prudente non disturbare, non rischiare e non andare troppo avanti rispetto a chi decide. In questo contesto appare poco credibile l’idea, oggi molto ripetuta, che gli scienziati americani delusi o impauriti dalla politica di Donald Trump siano pronti a trasferirsi in massa in Europa. Qualcuno certamente lo farà. Ma perché un ricercatore affermato dovrebbe rinunciare a uno stipendio spesso molto più alto, a laboratori meglio finanziati, a procedure più rapide e, soprattutto, a una maggiore libertà scientifica?
Con qualche eccezione, l’Europa riesce ad attrarre due categorie di persone: coloro che non sono riusciti a trovare una posizione stabile nel sistema americano e coloro che, pur essendo bravi e affermati, non sopportano più di vivere lontano dal proprio Paese, dalla propria lingua e dai propri affetti. Per fortuna questi ultimi sono ancora numerosi. Ma non possiamo costruire una politica della ricerca confidando nella nostalgia. Per decenni abbiamo raccontato la fuga dei cervelli come la partenza temporanea di giovani studiosi in cerca di esperienza. Oggi il fenomeno è più grave. A partire sono sempre più spesso ricercatori maturi, già riconosciuti a livello internazionale, che dispongono di collaborazioni e di una propria visione scientifica, ma si sentono soffocati da istituzioni incapaci di offrire loro autonomia e prospettive.
Non basta allora promettere incentivi per il rientro. Bisogna modificare le condizioni iniziali che inducono le persone migliori a partire: rendere le carriere meno dipendenti dall’appartenenza, anticipare l’età dell’autonomia scientifica, premiare chi costruisce progetti invece di chi controlla posizioni, ridurre il potere delle gerarchie e restituire alla ricerca il diritto di rischiare. Il problema non è riportare indietro qualche cervello dopo che ha avuto successo altrove. Il problema è costruire un Paese nel quale non sia necessario andarsene per poter diventare ciò che si è capaci di essere.

