Federico Poggianti, Ricercatore di Storia Contemporanea di Unipegaso
Con la polvere sollevata dall’uragano di midterm che inizia a posarsi, è possibile ora la conta dei danni in campo repubblicano. Le prime immagini restituiscono una catastrofe: persi la Camera e il Senato; perse nella concomitante corsa a governatore il Texas, roccaforte storica, e la Georgia, guidata dai repubblicani da oltre vent’anni. Di norma, in politica, la vittoria ha sempre molti padri (e madri); al contrario, la sconfitta è sempre orfana. La stessa regola vale anche in questo caso, con il presidente Trump che, dopo aver personalizzato il voto polarizzando il paese su un referendum sulla sua amministrazione, ha scaricato la colpa sul prezzo della benzina, sui candidati e sulla propria assenza dalla scheda, dichiarandosi pronto a collaborare con i democratici, ma con il veto in mano.
È complesso, in così poche righe, tracciare un’analisi di dettaglio di quanto abbiano influito i singoli fattori che, Stato per Stato, determinano il successo o la sconfitta di un candidato. Spesso, come europei, siamo portati ad attribuire un significato manicheo alle scelte politiche degli americani, senza tenere in dovuta considerazione quanto il sistema di relazione tra il cittadino e la politica sia diverso dal nostro. Nondimeno, non è possibile non vedere quello che è davanti agli occhi di tutti: un presidente stanco, segnato da un secondo mandato che sta lasciando profonde cicatrici nella società americana. L’attacco all’Iran si è rivelato disastroso e ha inciso in maniera determinante. È l’Iran, più di ogni altro dossier, il Vietnam di Trump: una guerra impopolare, condotta senza l’autorizzazione del Congresso, che gli elettori pagano alla pompa di benzina. Non c’è, infatti, soltanto la riluttanza della base MAGA a farsi coinvolgere in iniziative lontane: pesano il costo del carburante e l’inflazione che stanno erodendo il potere di acquisto delle famiglie. Anche la guerra in Ucraina ha subito un rovesciamento di significato. L’opposizione di Trump agli aiuti a Kiev, la riluttanza continua a trattare con Zelensky e l’alzare continuamente il prezzo del proprio supporto hanno trasformato quello che rischiava di essere un nuovo Afghanistan di Putin in un dossier da cui Trump non ricava né la pace promessa né un successo da rivendicare. I negoziati di pace che non decollano hanno scoperto le debolezze, soprattutto tra gli alleati europei, della retorica incendiaria trumpiana. Il presidente governerà per i rimanenti due anni, ridimensionato certamente in parte dei suoi poteri (gli restano comunque gli ordini esecutivi, di cui ha sempre fatto largo uso, l’iniziativa in tema di politica estera e una Corte Suprema a maggioranza conservatrice che ne ha finora tutelato gran parte delle prerogative, pur bocciandone i dazi), ma la «Presidenza imperiale», per citare il libro che Arthur Schlesinger Jr. pubblicò nel 1973, l’anno in cui il Congresso, dopo il Vietnam, tentò con la War Powers Resolution di riprendersi il controllo sulle guerre del presidente, sembra avviata al tramonto. Certo, pesa l’ego di un uomo che non ha mai fatto mistero di voler entrare nella storia – in un modo o nell’altro – e che ci ha abituati a colpi di scena continui. Tuttavia, in controluce, sembra già di poter intravedere qualcosa per il dopo-Trump.
I democratici, che possono certamente cantare vittoria, devono ancora decidere cosa proporre al popolo americano tra due anni. Archiviata frettolosamente la stagione woke con modalità che ricordano le rettifiche di linea di maoista memoria, il partito è sempre più aperto alle istanze dell’elettorato musulmano. Il sindaco di New York Zohran Mamdani, eletto un anno fa, il neo-senatore del Michigan Abdul El-Sayed, primo musulmano a sedere al Senato, e Adam Hamawy, il chirurgo che ha prestato servizio a Gaza, eletto alla Camera per il New Jersey, segnano l’avanzata di candidati fortemente identitari nella sinistra americana. È un’alleanza tutt’altro che scontata. L’elettorato musulmano non è progressista per vocazione: nel 2024 Dearborn, capitale simbolica dell’America araba, aveva premiato Trump per protesta contro la politica di Biden su Gaza, e nella vicina Hamtramck un consiglio comunale interamente musulmano aveva vietato le bandiere arcobaleno sugli edifici pubblici. Se ora torna a sinistra, è per la stessa ragione per cui l’aveva abbandonata: il Medio Oriente. Ne nasce una convergenza fondata sulla politica estera più che su una visione condivisa della società, e il prezzo si vede già: secondo gli exit poll NBC, gli elettori ebrei che si dichiarano democratici sono scesi dal 64% del 2018 al 50%. Per un partito che da Roosevelt in poi ha contato sul voto ebraico come su uno dei suoi pilastri, è il segno di una questione di compatibilità di valori che il campo progressista non potrà eludere a lungo. Complici anche le difficoltà di Benjamin Netanyahu, che dovrà trovare una complessa quadra per il suo nuovo esecutivo, la nuova composizione della Camera e del Senato renderà difficile tornare indietro sulla sterzata che lo stesso Trump ha annunciato il giorno del voto, con lo stop agli aiuti annuali a Israele: una mossa pensata per togliere un argomento ai democratici, che finisce per certificare quanto il sostegno a Gerusalemme sia diventato un costo politico in entrambi i partiti.
Nel campo conservatore la delusione per questa tornata ha più di un segnale, e il più rilevante, se confermato, è lo spostamento del voto latino verso i democratici: secondo gli exit poll NBC, i candidati repubblicani alla Camera si sono fermati al 35% tra i latinos, contro il 46% raccolto da Trump due anni fa. È un dato che peserà quando si apriranno, lontano dai riflettori, le manovre per la successione. Tra i nomi che salgono c’è quello di Marco Rubio, segretario di Stato, figlio di immigrati cubani e da sempre tra i grandi beneficiari del voto latino. La sua Florida ha retto l’urto, sia pure di misura: Ashley Moody, che gli è subentrata al Senato, ha vinto con tre punti di scarto in uno Stato che Trump aveva conquistato con tredici. Il profilo di Rubio interessa proprio perché intermedio: fedelissimo di Trump, ma con un’impostazione che richiama il conservatorismo tradizionale e un piglio, dall’Iran a Mosca, che lo fa sembrare a tratti un neo-con redivivo. È anche il suo limite: è stato lui a giustificare davanti al Congresso la guerra con l’Iran che gli elettori hanno appena punito.
Ha scelto un’altra strada J.D. Vance. L’ex enfant prodige della politica americana – che con il memoir Elegia americana aveva conquistato in tempi non sospetti anche i recensori progressisti, prima di diventare l’uomo ombra di Trump – ha attraversato in silenzio la notte elettorale. Il giorno dopo ha parlato, con una franchezza inattesa: la guerra è la causa della sconfitta, ha scritto su X, invitando chi la ritiene giustificata a spiegare se valesse la perdita del Senato per i prossimi sei anni. Si è smarcato dalla guerra usando le parole dello stesso Trump. È la riscoperta di quell’America First non interventista di cui Vance era stato, prima dell’Iran, uno degli interpreti più riconoscibili. Trump insegna che un outsider non va mai sottovalutato, e due anni sono un’era geologica in politica: al momento, però, in campo repubblicano sembra profilarsi una sfida a due. Da un lato c’è il post-trumpismo di Vance, che cerca di ereditare stile e contenuti del capo senza il suo «carisma magico», ma che prende le distanze dalla sua guerra. Dall’altro c’è Rubio, che può sulla carta riportare prassi e metodi della politica conservatrice sepolti da Trump stesso, ma che resta legato al conflitto che gli elettori hanno punito. In mezzo, una presidenza azzoppata, due guerre, una crisi energetica e, sullo sfondo, Pechino.
God bless America.

