Alessandro Amadori, politologo e sondaggista
La riforma della giustizia recentemente approvata in seconda lettura dal Senato italiano (22 luglio 2025) rappresenta un cambiamento costituzionale significativo, fortemente voluto dal governo Meloni e in particolare dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Di questa riforma, il cuore è la separazione delle carriere. In forza di essa, viene introdotta una distinzione netta tra magistrati requirenti (pubblici ministeri, che sostengono l’accusa) e magistrati giudicanti (giudici, che decidono).
Questa separazione sarà sancita nella Costituzione (nuovo art. 104) e comporterà due concorsi distinti per accedere alle rispettive carriere, nonché due Consigli Superiori della Magistratura (CSM). Inoltre, è prevista l’istituzione di un nuovo organo, l’Alta Corte, che giudicherà i magistrati in caso di procedimenti disciplinari, separando così ulteriormente le funzioni di controllo.
Dal punto di vista dell’iter legislativo, il testo è stato approvato senza modifiche rispetto alla prima lettura alla Camera (gennaio 2025), il che implica che esso dovrà essere approvato una seconda volta da entrambe le Camere (probabilmente in autunno). E, in assenza di una maggioranza qualificata, potrebbe essere sottoposto a referendum confermativo nella primavera del 2026.
Per quanto concerne le reazioni politiche, Governo e Forza Italia hanno celebrato la riforma come una vittoria storica, dedicandola a Silvio Berlusconi. Le opposizioni sia politiche che istituzionali (PD, M5S, ANM) hanno invece protestato duramente, accusando la riforma di voler “addomesticare” la magistratura e minare l’equilibrio dei poteri.
Partendo dall’avvenuto passaggio in seconda lettura al Senato della riforma della giustizia, può allora essere interessante porsi una domanda demoscopica: quale potrebbe essere il risultato dell’eventuale referendum costituzionale confermativo della riforma medesima, in particolare sulla separazione delle carriere? In altre parole, che atteggiamento hanno gli italiani nei confronti della riforma in questione?
Secondo un recente sondaggio di YouTrend, il 49% degli italiani si dichiara “molto” o “abbastanza favorevole” alla riforma costituzionale sulla giustizia, mentre i contrari sono il 26% e il restante 25% è ancora indeciso. Una maggioranza quasi assoluta appare quindi favorevole. Come era prevedibile, il sostegno alla riforma si mostra fortemente polarizzato politicamente. Infatti, da una parte l’83% degli elettori di Fratelli d’Italia, il 90% degli elettori della Lega e il 77% di quelli di Forza Italia sono favorevoli. Dall’altra parte, solo il 22% degli elettori PD e il 7% di quelli di AVS lo sono.
In aggiunta, un sondaggio Eurispes indica che quasi 60% degli italiani è favorevole alla separazione delle carriere, sia pure con dei dubbi: il 44% degli intervistati ritiene che la riforma ridurrà l’indipendenza della magistratura. Questo timore è condiviso anche da molti elettori di centrodestra, il che in realtà suggerisce che la riduzione dell’indipendenza non è vista necessariamente come negativa, bensì come una “correzione” del sistema.
La verità è che, a trent’anni abbondanti da Mani Pulite, il capitale di fiducia che la magistratura aveva accumulato con la sua coraggiosa lotta contro mafia e corruzione oggi appare notevolmente eroso. Tanto da far pensare, alla maggioranza degli italiani, che una correzione del suo modo di funzionare sia diventata auspicabile.
Mettendo assieme i vari dati, si può arrivare a questa previsione finale. Se il referendum si tenesse oggi, la riforma verrebbe probabilmente approvata, grazie all’ampio sostegno nei partiti di governo e appunto a una maggioranza relativa di favorevoli tra la popolazione. In prospettiva, risulta allora determinante l’indecisione di un quarto degli elettori, che potrebbe essere conquistata dall’una o dall’altra posizione con una campagna mediatica ben costruita. In definitiva, con tutta probabilità il risultato della consultazione referendaria sarebbe positivo, anche se non schiacciante. Ci si dovrebbe insomma aspettare una vittoria con un margine contenuto, e con un dibattito acceso sul tema dell’indipendenza della magistratura. Ma, indubbiamente, l’immagine del concreto funzionamento del sistema giudiziario, nell’Italia contemporanea, è piuttosto lontana dall’ammirazione e dal consenso di cui godeva negli anni Novanta.

