Vincenzo Mannino, Professore emerito all’Università di Roma Tre
Le notizie di cronaca giudiziaria che investono il mondo politico si susseguono.
Ha cominciato la Procura di Milano, con l’iscrizione del sindaco PD, Giuseppe Sala, nel registro degli indagati. Si ipotizza una qualche responsabilità nella ‘degenerazione della gestione urbanistica’ di Milano.
La Procura di Pesaro indaga su presunti affidi diretti ‘sotto soglia’ a due associazioni no-profit, per gestire eventi, progetti culturali e lavori di manutenzione. Nell’indagine si trova coinvolto l’ex sindaco della città ed europarlamentare PD Matteo Ricci, candidato alle prossime elezioni regionali delle Marche.
La procura di Torino ha concluso le indagini su una cooperativa operante nel settore della vigilanza, sicurezza e multiservizi. La conclusione delle indagini è stata comunicata a 8 indagati, tra cui il deputato Mauro Laus, l’assessore comunale ai Grandi Eventi e la presidente del Consiglio comunale, tutti e tre esponenti del Pd.
Nel mese di giugno, si era dimessa Ilaria Bugetti, sindaca PD di Prato, a seguito di un’indagine che avrebbe evidenziato un sistema di favori, come interventi su tariffe di depurazione e autorizzazioni per progetti industriali.
Insomma, si colpisce a ‘sinistra’, ma lo si era fatto abbondantemente in un passato recente anche a ‘destra’. Vedremo gli sviluppi delle varie vicende giudiziarie. Intanto, nessuno tra chi sia impegnato o si voglia impegnare in politica può essere sereno.
D’altro canto, è indubitabile che il comune cittadino resta sconcertato di fronte al susseguirsi di procedimenti che sono quasi inevitabilmente destinati a incrociare le prossime elezioni per il rinnovo di ben 4 Consigli Regionali più quello della Valle d’Aosta e il probabile referendum confermativo della riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati ormai in dirittura d’arrivo parlamentare.
È fuori discussione qualsiasi retropensiero. Invece, quello su cui riflettere è proprio l’oggettiva interferenza dei procedimenti giudiziari sulla dialettica politica. Non è certo una peculiarità italiana, né colpa di chi le indagini deve svolgere. La responsabilità va ascritta, piuttosto, a quella cattiva politica che ha negato e si ostina a negare l’esigenza di armonizzare gli effetti del fisiologico esercizio della funzione giudiziaria con la libera dialettica politica. Negli ultimi 35 anni in Italia si è ripetutamente verificato un corto circuito funzionale. Però, senza il coinvolgimento di tutta la magistratura, bensì, primariamente, della parte di essa che ha l’onere di svolgere la funzione accusatoria. Per di più, trovando pendant nella prassi barbara dei processi mediatici conseguenti al semplice avvio delle indagini. Questo connubio fattuale determina una sorta di condanna anticipata del malcapitato inquisito. Sia esso un privato cittadino o un politico. Si impone, perciò, un riequilibrio della situazione. Deve essere chiaro nell’immaginario collettivo che l’avviso o informazione di garanzia serve a rendere noto all’interessato l’apertura di un’indagine penale. Ne potrà poi derivare la formalizzazione di un’accusa, la cui sostenibilità, però, rimane subordinata alla valutazione finale di un giudice in posizione di piena terzietà fra pubblico accusatore e difesa. Bisogna consolidare nell’immaginario collettivo questa consapevolezza e smetterla finalmente con la diffusa criminalizzazione prima del giudizio, secondo una prassi che peraltro inquina la dialettica politica. Sotto questo punto di vista, la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati può dare un contributo fondamentale. È, del resto, un passaggio che allinea l’Italia alle democrazie liberali degne di questo nome, dove, in larga misura, la separazione fra chi accusa e chi giudica già esiste e non da oggi. Inoltre, si porta alla sua logica conseguenza la riforma Vassalli, che nel 1989 diede al processo penale italiano uno stampo accusatorio. È puerile individuare nella riforma chissà quale torsione antidemocratica e continuare a sostenerlo con argomentazioni dal sapore formalistico, che si sentono, si leggono e appaiono francamente lontane dalla realtà dei fatti.

