La strada lunga e dissestata verso la “Trendwende”: un bilancio del primo anno di Merz

Markus Krienke, titolare della Cattedra Rosmini all’Università della Svizzera Italiana

Pessimisti e sostenitori dell’AfD hanno già presentato le loro analisi: dopo un anno di governo Merz, è cambiato il colore del governo, ma non la sostanza. E apparentemente hanno molti argomenti a loro favore: l’economia sempre più in crisi, un debito pubblico inimmaginabile sotto un governo CDU, l’importanza internazionale della Germania sempre più in calo. Una tale analisi, però, non solo non renderebbe giustizia all’operato del nuovo governo, ma costituirebbe una sorta di veleno per la democrazia in quanto serve solo la retorica populista ed estremista. In primis perché non considera che con la presidenza Trump, il riarmo dell’Europa e la chiusura del mercato cinese, la situazione internazionale è fondamentalmente mutata, insieme alla necessità di affrontare gli effetti del cambiamento demografico in Germania (e le relative pressioni sui sistemi sociali), la sfida del rinnovo infrastrutturale e gli sconvolgimenti massicci della rivoluzione digitale.

Intanto, il cambiamento dello stile politico dell’uomo venuto dal mondo Blackbird è evidente: dopo 16 anni di politica Merkel che ha “narcotizzato” i tedeschi e soprattutto il “centro” della società, Merz polarizza e propone temi che fanno discutere. Così, lo scenario politico sembra vivo – ma anche traballante – come non lo era da molto tempo. Ciò con una coalizione che ha solo 12 seggi di maggioranza e una SPD che per il suo sostegno si “vende caro” e lascia in molti sostenitori dell’Unione l’impressione di “tradimento” del proprio programma conservatore. E questo non può che portare consensi all’AfD. Affrontare in tale clima le grandi sfide della ripartenza dell’economia, del riarmo, del clima, della riforma dei sistemi sociali, della politica migratoria, della politica europea e dei rapporti transatlantici (e internazionali in generale), non è stato affatto un compito facile per un cancelliere che nella sua carriera politica non si è mai trovato con responsabilità governative. Intanto, il bilancio dei tedeschi è di grande maggioranza negativo – mai un cancelliere ha subito una popolarità così bassa: solo il 25% dei tedeschi si dichiara contento del suo operato, e ciò rispecchia persino un recente aumento di tre punti – un piccolo regalo natalizio per il cancelliere.

Solo i partiti estremi – AfD e Linke – chiudono il 2025 con un bilancio positivo: l’AfD ha superato, proprio per Natale, la CDU (26 contro 24 per cento nei sondaggi), mentre anche la Linke ha potuto aumentare il suo valore di due punti rispetto ai 9% delle elezioni a febbraio. Tutti i partiti dell’“arco costituzionale” attraversano una crisi profonda – società e democrazia in Germania sono decisamente cambiate anche rispetto ai tempi di Frau Merkel.

Ad oggi, solo il 16% dei tedeschi consiglierebbe alla CDU di ricandidare Merz, e anche tra i propri membri egli non dispone di una maggioranza: qui solo il 44% opterebbe per una sua seconda legislatura. La domanda che tutti i tedeschi si pongono, però, è se l’attuale coalizione reggerà fino al 2028, e già le elezioni in alcuni Länder chiave (Baden-Württemberg, Rheinland-Pfalz, Sachsen-Anhalt, Berlino e Mecklenburg-Vorpommern) potrebbero esprimere dei verdetti dirompenti. Su troppi temi Merz non ha saputo realizzare ciò che aveva promesso prima delle elezioni: mantenimento del “freno al debito” per poi cancellare la rispettiva norma costituzionale (convocando con un atto “democraticamente ambiguo” il vecchio parlamento ancora una volta dopo le elezioni e prima dell’insediamento del nuovo), una politica a favore degli imprenditori, laddove  nel 2025 si è visto un record di fallimenti di imprese (mai così tante da undici anni), il mancato abbassamento dei costi d’energia per privati. Il cittadino nella sua quotidianità, il piccolo-medio imprenditore, il lavoratore o l’artigiano: nessuno sente un reale cambiamento della propria situazione, mentre vede l’investimento di 500 miliardi nella difesa e infrastrutture. Una cifra enorme che il governo precedente non aveva a disposizione per cui alla fine era anche fallito. E contro tali debiti Merz si era continuamente espresso nella campagna elettorale: ma ora anch’egli procede con una politica dei debiti al posto delle necessarie riforme, a partire dalle pensioni per le quali ha utilizzato un voto di fiducia “mascherato” per sostenere un sistema arrivato a capolinea e contro il quale i giovani del proprio partito avevano mobilizzato perché esauriva le loro risorse future. Quasi si riduce a nota e piè pagina – anche perché il discorso delle armi all’Ucraina è complesso – il fatto che contro il suo predecessore Scholz, Merz insistette sulla fornitura dei “Taurus” all’Ucraina, mentre fino ad oggi non ne è stato consegnato nemmeno uno.

Con la sua retorica massimalista – che poi si infrange in una realtà complessa dentro e fuori il governo – ha contribuito ad un sentimento diffuso di rassegnazione in Germania alla fine di quest’anno 2025. A ciò si sommano le affermazioni poco empatiche nei confronti di minoranze al di fuori di uno schema conservatore che egli serve molto chiaramente, nella speranza di poter portare gli elettori dall’AfD indietro alla CDU: ad esempio disse che a troppe persone mancherebbe la voglia e la motivazione di lavorare, misconoscendo gli impedimenti strutturali nel mercato di lavoro – prima di Natale il ministro del lavoro si limitava a constatare che la situazione sarebbe «difficile» – e dimostrando di essere troppo lontano dalle reali condizioni di vita delle persone. E nel continuo sottolineare con parole chiare i successi nella politica migratoria, ha anche rimarcato ad ottobre che «abbiamo ancora questo problema [causato dall’immigrazione] nel paesaggio urbano, per cui procediamo di rendere possibili e realizzare i respingimenti». Dopo le prime critiche, anziché correggere il tiro, ha addirittura rinforzato la dose: «chiedete alle vostre figlie che cosa ho inteso». E in molti si ricordano ancora che a gennaio, ancora prima delle elezioni, Merz ha fatto passare in parlamento una dichiarazione di intenti (“cinque punti”) con il benestare dell’AfD, e ciò fu percepito già come un oltrepassamento di quella “Brandmauer” (“muro tagliafuoco”) che secondo la linea del partito dovrebbe essere invalicabile. Questo sarà ancora possibile dopo le elezioni in Sassonia-Anhalt e Meclemburgo-Pomerania Anteriore dove l’AfD sta intorno ai 40%? Anche se sarà il primo partito, un primo ministro di tale partito è però poco probabile – mentre il modello di “governi di minoranza” dei partiti dell’“arco costituzionale”, come esistono già oggi in Turingia e Sassonia, potrebbe diventare il nuovo “modello della Germania dell’Est”. E la questione come combattere l’AfD divide la CDU: contro alcuni che condividono la linea di Merz, molti – tra cui presidenti di regioni – ritengono che bisognerebbe ridurre la retorica e concentrarsi alla mera risoluzione pratica dei problemi politici.

Dunque, l’anno prossimo non sarà più agevole per il cancelliere, anche perché entreranno in vigore le promesse assistenzialistiche alla SPD che faranno emergere una voragine di 30 miliardi nel bilancio. Insieme alla crisi economica e all’opposizione costosa alla Russia, per la Germania sarà un anno ancora più difficile di quello appena trascorso. Inoltre, dovrà concentrarsi a ricompattare la CDU al suo interno. Non pochi ricorderanno che per la prima volta nella storia della Repubblica tedesca l’elezione del cancelliere nel nuovo parlamento non era passata al primo tentativo. Inoltre, in quest’anno Merz non è riuscito a far passare il suo candidato alla Corte costituzionale a luglio – così come non è riuscito a imporsi poche settimane fa per la presidenza della Fondazione Adenauer. Tali questioni pongono un dubbio anche sul suo capogruppo in parlamento Jens Spahn, e circa la sua effettiva lealtà con il cancelliere.

Pertanto, Merz cercherà di puntare ancora nell’anno nuovo alla politica estera ed europea. Nel 2025, anche se non è riuscito a rendere l’Europa e la Germania indipendenti dagli USA (compito del resto molto complesso), ha contribuito in modo notevole al fatto che Trump non ha finora realizzato quel netto distanziamento dal nostro continente che avrebbe voluto sancire. Merz ha senz’altro riunito l’Europa nei confronti di Trump e la decisione del vertice europeo prima di Natale, che ha sbloccato i 90 miliardi, fa parte di tale successo – se pur avvenuto in modo rocambolesco, senza l’auspicata dimostrazione dell’unione dei Paesi UE e anche senza realizzare ciò che era il piano di Merz, ossia l’utilizzo degli asset russi per sostenere l’Ucraina. Ma la sua voce ferma contro ogni tipo di autoritarismo è diventata nel 2025 un punto di orientamento importante, specialmente nel contesto europeo.

Tutto sommato, un bilancio in chiaroscuro per il nuovo cancelliere che ha preso il timone della Germania e dunque in parte anche dell’Europa in un momento storico particolare. Il suo carattere politico è sicuramente spigoloso con la tendenza alla dialettica se non addirittura alla polarizzazione: a parole, i problemi vengono spesso estremizzati per capire chi effettivamente sta dalla sua parte e chi no, per misurarsi fino a dove può spingersi nella sua strategia di contrapporsi al governo Merkel. Inoltre, paga ancora il dazio per un decennio di assenza dalla politica, nonché per il fatto di non aver mai governato – nemmeno a livello comunale – e dunque di saper bene come “fare opposizione”, ma non come si organizzano le maggioranze. Sta qui il maggiore bisogno di miglioramento nel 2026, sempre se ne avrà il tempo necessario, date le elezioni regionali incombenti, e la convinzione dei tedeschi che la “Trendwende” – l’inversione di tendenza – non è avvenuta. Un’altra promessa di Merz – quando nel 2018 si candidò per la presidenza del partito – era quella di “dimezzare” l’AfD: un successo di tale partito nelle elezioni 2026 potrebbe significare già la fine del suo governo.