L’Italia è ancora una repubblica fondata sul lavoro?

Adriano Fabris, Ordinario di Filosofia Morale all’Università di Pisa

Anche quest’anno in gran parte del mondo – esclusi Stati Uniti e Canada, in cui è stata scelta un’altra data – il primo maggio si celebra la Festa del Lavoro. Si tratta, almeno in Italia, proprio di una festa: con tanto di Concertone in piazza San Giovanni. Forse però bisognerebbe chiedersi se questa è davvero un’occasione per festeggiare e che cosa, propriamente, si festeggia. Forse bisognerebbe approfittare della ricorrenza per riflettere sulle grandi trasformazioni che, nell’epoca in cui viviamo, interessano il mondo del lavoro. Bisognerebbe domandarsi che cosa significa, oggi, lavorare e, soprattutto, se lavorare ha ancora un senso. Cerchiamo, in maniera inevitabilmente breve e schematica, di mettere in fila alcune questioni.

Oggi, anzitutto, si è definitivamente rotto il legame tra il lavoro svolto e il sostentamento adeguato che da questo lavoro si dovrebbe ricavare. Oggi è venuta meno la proporzionalità tra la retribuzione, da una parte, e la quantità e la qualità del lavoro compiuto, dall’altra. Non basta, spesso, lavorare di più per aumentare i propri guadagni. E neppure lavorare in maniera più qualificata, esercitando competenze specifiche. Le competenze spesso non bastano, o passano in secondo piano. Oggi accadono due cose. Da una parte, la procedura meccanica – seguita rigidamente e velocemente – sostituisce l’attività umana. È ciò che sta avvenendo con l’uso sempre più massiccio dell’intelligenza artificiale. Dall’altra parte, guadagna, e talvolta guadagna molto, chi opera secondo modalità che in passato non sarebbero state considerate propriamente lavoro. C’è chi gioca, chi dà spettacolo, chi fa denaro con quello che già possiede.

Inoltre non vale più, almeno apparentemente, ciò che era espresso dal vecchio motto: chi non lavora non mangia. E tanto meno vale in ogni caso il rapporto proporzionale per cui chi più lavora, venendo incontro alle reali esigenze del mercato, più guadagna. Lavorare, in molti casi, non basta per garantire il sostentamento proprio e della propria famiglia: questa è un’altra novità del tempo presente. Anche chi lavora, anche chi lavora tanto, spesso non riesce a vivere dignitosamente. È il fenomeno del poor working, con tutte le sue conseguenze sul piano economico, sociale, psicologico che abbiamo sotto gli occhi.

         A ciò si ricollega poi un ulteriore elemento, forse ancora più importante.  Il lavoro, oggi, si è progressivamente squalificato come tale. Già si era trasformato in un meccanismo che non era più al servizio delle persone, ma a cui le persone stesse, invece, erano funzionali. Ora si è ulteriormente squalificato perché in molti casi è venuto meno, come abbiamo appena visto, il giusto rapporto tra lavoro e guadagno. Ma non si tratta solo dello squilibrio tra le varie forme del lavoro, da un lato, e l’adeguata retribuzione, dall’altro. Si tratta, in particolare, del fatto che, al rapporto fra domanda e offerta, si è aggiunta la questione del soddisfacimento dei bisogni: materiali e, soprattutto, immateriali. Oggi il lavoro è spesso funzionale al mero appagamento di questi ultimi: all’accumulo di denaro per una vacanza o per l’acquisto dell’ultimo modello di smartphone. E quando si è raggiunto l’obbiettivo, si smette di lavorare. Tanto, come accade in alcuni casi, la sopravvivenza è garantita dalla pensione della nonna.

Ho detto che non è più valido il detto per cui chi non lavora non mangia. Non è più valido al punto che, come accennavo prima, chi non lavora, invece, mangia. Ma questo non riguarda solo coloro possono permettersi di vivere di rendita. Oggi la garanzia di un reddito per tutti viene pretesa anche a prescindere dalle effettive situazioni di indigenza e di inabilità al lavoro. Si tratta, anche qui, di svincolare il lavoro dal guadagno, nonché di non collegare più la quantità, la qualità e la competenza nell’esercitarlo al miglioramento dell’individuo e dell’intera società.

Questo, forse, è il punto chiave. Se il lavoro è considerato una condizione fondamentale per lo sviluppo di una comunità, bisogna che esso abbia significato e che questo significato sia riconosciuto socialmente. Bisogna che la retribuzione sia collegata al significato che il lavoro assume. Bisogna fare in modo che non risulti, alla fin fine, indifferente il fatto di lavorare oppure no, lasciando spazio a comportamenti come le dimissioni volontarie o il quite quitting, o alla scelta di modi diversi, rispetto al lavoro, per procurarsi benessere.

Altrimenti finisce per venir meno ciò che la Costituzione italiana esprime non solo come un enunciato, ma anche, implicitamente, come una prescrizione. È l’assunto che ha reso possibile lo sviluppo del nostro Stato nel secondo dopoguerra: l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Se invece si ritiene che in Italia ci possa essere sviluppo, oggi, anche in assenza di lavoro, o almeno in assenza del lavoro a cui si riferiva l’articolo 1 della Costituzione, allora forse c’è un problema. Magari si potrebbe cogliere l’occasione del primo maggio, anche a margine dei festeggiamenti, per parlarne.