Sentinelle

Rossana Veneziano

Una voce chiama da Seir in Edom:
sentinella! Quanto durerà la notte?
E la sentinella risponde:
verrà il mattino, ma è ancora notte.
Se volete domandare, tornate un’altra volta
(Isaia, 21:11-12)

Premessa

A partire dalla recente pubblicazione dell’agile e denso volume curato da Giuseppe Valditara e da Giampaolo Azzoni (Valditara, Azzoni 2026), lo scopo dello scritto è quello di offrire qualche breve spunto di riflessione, secondo un’ottica filosofico-culturale, sul tema della “crisi destinale” dell’Occidente, nei suoi lineamenti essenziali e problematici.

1. La questione

La crisi e il tramonto dell’Occidente, quali concetti paradigmatici ormai entrati nell’uso comune, paiono non destare più allarme o richiamare l’attenzione, in quanti segnati da un’aura di quasi irreversibilità: la cancel culture e la cosiddetta cultura woke muovono in tal senso, come per una sorta di autoflagellazione, in un cupio dissolvi di una storia e di una tradizione millenaria (cfr. Valditara, Azzoni 2026, 9-21). Per gli errori e le tragedie, che peraltro non appartengono solo alla storia europea, si corre il rischio di cancellare anche un patrimonio immateriale e materiale dell’umanità intera, con le sue acquisizioni culturali e valoriali.

Sul tema del colonialismo e dell’imperialismo quali aspetti storico-sociali e politico-culturali connessi ab origine solo alla storia europea, infatti, una riflessione meno autofobica renderebbe ragione della complessità di tali fenomeni; in quanto tali, essi hanno riguardato storicamente e si sono manifestati, pur in contesti e situazioni differenti, anche presso culture e civiltà non solo occidentali.

Se quanto sopra merita di essere detto e ribadito più volte, dal punto di vista filosofico la questione merita un’attenzione particolare.

Se con il termine crisi si intende l’atteggiarsi della ragione sui saperi in senso gnoseologico oltre che ontologico-metafisico più generale, per una messa in discussione dei suoi fondamenti teorici, allora la crisi non può che appartenere strutturalmente e per consolidata tradizione alla nostra cultura. Lo stesso Occidente, quale terra dell’occàso e del tramonto, vive costitutivamente dalla nascita la condizione di crisi quale natura del suo essere (cfr. Ocone, 86 in Valditara, Azzoni 2026). 

La domanda dirimente, a questo punto, non è tanto quella relativa alla chiarificazione concettuale sui termini, pure sempre utile, quanto quella sulla supposta natura “destinale” di tale crisi, quale malattia terminale di una civiltà e dei suoi epigoni: è da tempo suonata la campana a morto dell’Occidente con i suoi valori, à la Nietzsche?  E soprattutto noi l’abbiamo ucciso?

La questione, insomma, investe la domanda metafisica sulla consistenza fondativa di tale asserzione; si tratta cioè di un ripensamento argomentato sull’ordine veritativo della questione, se può essere detta e pensata una questione che diventa decisiva, per i motivi che si possono immaginare, al fine del proseguimento stesso esistenziale e culturale della storia dell’Occidente e del suo orizzonte valoriale universale.

2. Destino della metafisica e crisi dell’Occidente

Se Dio è morto, siamo noi ad averlo ucciso, come l’uomo folle grida inascoltato tra la costernazione della folla del mercato? (cfr. Nietzsche 1965, 129-130).

Nemo/nihil contra philosophiam nisi pjhilosophia ipsa (cfr. Possenti 2025, II, 21): la questione del nichilismo e della sua ombra lunga, che giunge fino a noi, è fenomeno di natura sia ontologico-metafisica, sia gnoseologica oltre che etico-teologica, e investe di necessità anche il tema della critica all’idea di verità.

Dal punto di vista metafisico-ontologico, se il nichilismo rompe il collegamento tra pensiero ed essere, la stessa verità non è più adaequatio intellectus ad rem.  Restano il divenire senza l’essere e l’eterno, le parti considerate isolatamente dal tutto, mancano il fine e il senso. E se non esistono fatti ma solo interpretazioni, anche i valori sfumano nelle nebbie di una nullificazione senza requie. 

Al posto degli assoluti celesti si innalzano quelli terrestri, in nome di una volontà di potenza che nella tecnica consuma il suo trionfo. Una tecnica svincolata dal legame imprescindibile alla realtà dell’essere e al suo senso diventa non amica della natura, della vita e dell’uomo  ̶ quale è stata  ̶   ma una potenza autogeneratrice che tende a perpetuare sé stessa, senza limiti né vincoli da parte del Prometeo scatenato. Così riflette Hans Jonas:

il Prometeo irresistibilmente scatenato, al quale la scienza conferisce forze senza precedenti e l’economia imprime un impulso incessante, esige un’etica che mediante auto-restrizioni impedisca alla sua potenza di diventare una sventura per l’uomo. La consapevolezza che le promesse della tecnica moderna si sono trasformate in minaccia, o che questa si è indissolubilmente congiunta a quelle, costituisce la tesi da cui prende le mosse questo volume (Jonas 1990, XXVII).

È singolare cha una delle critiche più profonde, interessanti e costruttive a questa crisi tutta interna alla razionalità occidentale, di contro ai suoi esiti relativistici e nichilistici, provenga da una terra europea sospesa tra Oriente e Occidente, tra Bisanzio e Roma, dalla riflessione di un pensatore russo. Come è avvenuto sovente nei periodi di trapasso epocali, le voci più profonde che hanno indicato le direzioni possibili per una ricostruzione etico-culturale e politico-sociale sono giunte da lontano, dai confini degli imperi in crisi.

Pavel Florenskij, sacerdote ortodosso, matematico, ingegnere, filosofo, teorico dell’arte e del linguaggio esiliato e dimenticato, fucilato l’8 ottobre del 1937 dal regime di Stalin, annota:

l’unico modo di uscire da questo pantano del relativismo [e del nichilismo conseguente] è riconoscere che la ragione partecipa dell’essere e l’essere della ragione. Se è così, allora l’atto del conoscere ha non solo valenza gnoseologica, ma anche ontologica. La conoscenza è una uscita reale del conoscente da se stesso, […] un’unione reale del conoscente e del conosciuto (Florenskij 2012, 109).

Il merito di Florenskij, tra i tanti suoi innumerevoli, è di aver svelato senza infingimenti e con chiarezza l’abisso scettico e nichilistico cui è pervenuta la ragione trascendentale moderna, nel momento in cui con il suo soggettivismo esasperato e il suo riduzionismo scientista ha preteso di fare a meno della vita e della realtà nella sua pienezza.

Versus la malattia mortale del secolo, lo specialismo, per arrestare o arginare la crescita del deserto nichilista, la “metafisica concreta” del pensatore, definito il “Leonardo russo”, invita a ripensare la realtà a partire dalla sua inesplicabile e insondabile complessità, sottolineando l’imprescindibile ricerca dell’unità sostanziale, per cui «il mondo cerca invano di catturare l’anima nelle sue reti rapaci: nelle reti rimane impigliato solo il guscio, mentre il mistero della vita scorre come un’onda e fugge di nuovo nelle tenebre della caverna» (Florenskij 2012a, 62). 

Per il pensatore,

l’individualismo, che è anche nominalismo, è la malattia del nostro tempo. L’uomo antico invece doveva sforzarsi per vedere le cose individualmente separate […]. Egli vedeva la separazione come un atto di distacco intenzionale che gli si presentava come una colpa […] (ivi, 75).

E più avanti, continua:

ma noi, uomini del XX secolo, che quasi abbiamo perso la capacità di vedere l’unità, e oltre agli alberi non siamo più capaci di vedere un bosco, noi, per comprendere di nuovo questa unità del genere, dobbiamo riscattare con il pensiero l’insufficienza della nostra vista (ivi, 76).

Per affrontare la crisi e reagire ad essa, occorre riprendere in avanti la nostra tradizione. Realismo filosofico, ritorno all’essere: la via di uscita s’intravede nel ritorno a quello scambio tra Bibbia e grecità, nel riconoscere l’apporto decisivo dell’”ontologia biblica”, per una nuova alleanza socratico-mosaica (cfr. Possenti 2025, II, 533).

La metafisica del concreto, allora, riesce a rientrare nell’esperienza viva, per una conoscenza integrale dell’essere, dell’ente e della vita nella consapevolezza di quel resto, che mai potrà essere espresso, di quell’inesprimibile mistero che dà significato all’esprimibile (Wittgenstein 2009, 43).

Di contro all’alienazione dell’Occidente, il pensiero meridiano ritorna all’essere e ai suoi valori universali, non per un ritorno utopico o archeologico né per una loro mummificazione ma per attuare e riproporne le tante potenzialità inespresse (Possenti 2025, II, 539-547).

Recuperare i concetti di verità, unità e scopo rende possibile quella ripresa in avanti e tiene lontano, per quanto possibile in una lotta estenuante e difficile, il nichilismo e il suo volto speculare: quello di un razionalismo tecnocratico-scientista che tutto dispiega e tutto comprende, che nega le ombre, le ferite e le antinomie ineludibili della vita e dell’esperienza.

3. Commiato

Dai luoghi straordinari rievocati nell’epigrafe di apertura, ritornano alla mente i luoghi fondativi, da Gerusalemme a Roma, di quelle tradizioni innestatesi sul tronco vivo dell’eredità greca: con il fondamentale contributo storico-filosofico ed etico-valoriale del Cristianesimo, esse rappresentano un bene comune da salvaguardare, dal silenzio dell’oblio, con il rumore necessario della riflessione filosofica e culturale. 

Il Manifesto per l’Occidente risponde a tale esigenza, in senso costruttivo e non solo apologetico, nella convinzione che reagire alla deriva si può esi deve: a partire anche dalla consapevolezza critico-razionale delle radici conflittuali, degli scontri dialettici che hanno caratterizzato quella plurisecolare eredità e il suo millenario cammino.

Perché, come per il pensiero meridiano, «siamo a questo estremo. In fondo alle tenebre avvertiamo già l’inevitabile luce e non ci resta che lottare perché sia. Al di là del nichilismo, noi, tutti, tra le rovine, prepariamo una rinascita. Ma pochi lo sanno» (Camus 2017, 333).

E così continuiamo a rispondere, sentinelle sulle alture, vigili custodi del sacro fuoco, bianche vestali nella notte, in attesa della luce che verrà.

Riferimenti bibliografici

Camus, A.
2017, L’uomo in rivolta [tit. orig. L’Homme Révolté], trad. di L. Magrini, Prefazione di C. Rosso, Bompiani, Milano.

Florenskij, Pavel A.
2012, La colonna e il fondamento della verità. Saggio di teodicea ortodossa in dodici lettere, Introduzione di R. Revello, Mimesis, Milano-Udine.

Florenskij, Pavel A.
2012a, Il significato dell’idealismo. La metafisica del genere e dello sguardo, a cura di N. Valentini, traduzione di R. Zugan, SE, Milano.

Jonas, H.
1990, Principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, [ed. orig.: Das Prinzip Verantwortung. Versuch einer Ethik für die technologische Zivilisation, Insel, Frankfurt a./M. 1979], Einaudi, Torino.

Nietzsche, F.
1965, La gaia scienza, aforisma 125, trad. it. di F. Masini, in Opere complete, a cura di G. Colli e M. Montinari, vol. V, tomo II, Adelphi, Milano.

Ocone, C.
2026, Libertà in Valditara, Azzoni 2026, pp. 82-91. 

Possenti, V.
2025, Grandezza della metafisica. Opere teoretiche scelte, Mimesis, Milano-Udine, 2 voll.

Valditara, G., Azzoni, G., (a cura di)
2026, Manifesto per l’Occidente. I valori universali della nostra cultura, Guerini e Associati, Milano.

Wittgenstein, L.
2009, Pensieri diversi, Adelphi, Milano.