Rossana Veneziano, Vicepresidente della sezione lombarda della Società Filosofica Italiana
Nella babele linguistica contemporanea, tra le tante parole in libertà, mi colpisce il richiamo ricorrente alla parola ghetto, che pensavo da tempo sepolta in un passato tragico e lontano.
Il pensiero filosofico, d’altra parte, se qualcosa ha significato, scuote e ripensa da sempre la parola, tentando di sviscerarne la natura essenziale e di verità.
Dal primo ghetto ebraico a Venezia nel 1516 a quello di Roma, il cammino sofferto della discriminazione è stato un processo antico e lungo, tra aperture e chiusure, tra divieti e persecuzioni, nel nostro passato italiano ed europeo, fino all’emancipazione connessa all’apertura dei ghetti nell’Ottocento. La parola torna sul palcoscenico della storia, tristemente, con i ghetti nazisti voluti dalla barbarie ritornata, con le centinaia di migliaia di donne, uomini e bambini ebrei ammassati nel centro di Varsavia, in tanti luoghi dell’Europa nord-orientale, dai ghetti “modello di Teresin a quelli cosiddetti “aperti”, luoghi di miserie, di fame e di morte.
Ritorna alla mente una esperienza vissuta qualche anno fa. Mi rivedo impegnata nelle attività di testimonianza sulla memoria: con tanti piccoli allievi di una scuola primaria nei pressi della città, ad un certo punto iniziamo con altri volontari a ricordare con la dovuta delicatezza le due donne che tra il ‘43 e il ‘44, con coraggio e umanità, riescono a salvare la vita di Yehudith Kleinman, una bambina ebrea di cinque anni. Sono Suor Colomba Tamanza, la Madre Superiora del convento della città e la signora Elvira Cattaneo, di recente riconosciute “Giuste tra le nazioni” dallo Yad Vashem. Vedo le voci sofferenti di Anna e di Lea, la mamma e la nonna di Yehudith, trascinate nel vagone che dal Binario 21 di Milano condurrà entrambe alla morte, appena arrivate ad Auschwitz.
Ad un certo punto, mi accorgo di parlare piano; molti di quei bambini, la maggioranza straniera, paiono non così avvezzi alla lingua italiana. Sembra, ci viene raccontato con amarezza, che le altre famiglie preferiscano iscrivere altrove i propri figli.
Continuo a narrare la storia della salvezza della piccola Giuditta. I volti dei bambini si illuminano, e accompagnano con partecipazione tutti i momenti della cerimonia.
La vicenda pare emblematica e suscita diversi interrogativi.
Che cosa indica quella situazione, se non una separazione di fatto, linguistica e culturale? Non è stato invece e da sempre il proficuo interscambio tra diversità culturali e linguistiche a trasformare differenze e contraddizioni in nuove forme di vita, di arte, di immaginazione e di saperi? Non è stata la questione della lingua uno dei fattori più discussi, nella considerazione delle sue conseguenze discriminanti, per il suo mancato e tardivo possesso anche nella storia italiana? Non è forse la conoscenza sicura della lingua veicolare di un Paese il vero volano dell’emancipazione, dell’uscita di una minoranza dalla minorità, dall’emarginazione, dall’esclusione economico-sociale e politico-culturale?
Bene hanno richiamato le più alte cariche dello Stato, esortando con forza al rifiuto delle classi-ghetto; bene ha agito il Ministro Giuseppe Valditara nel contrastare e arginare tale condizione di separatezza di fatto.
Per esigenze di brevità, non è possibile qui affrontare le problematiche sollevate da quegli interrogativi. Troppo ampia e complessa la questione sollevata, per dirimerla in poche righe.
Almeno una breve considerazione consente questo poco tempo, mentre resta e fugge insieme.
Quelle domande, infatti, meritano una risposta operativa, fattiva o almeno una riflessione: il rischio è di non fare nulla, attraverso l’indifferenza, lasciando che la separazione e l’emarginazione conseguente agiscano con i loro potenti effetti disgregatori etico-sociali, politici e culturali.
Se non si vuole vedere ciò che appare manifesto, se si negano o si affermano al contrario due, tre verità al posto di quella evidente, è perché
gli uomini d’Europa, abbandonati alle ombre, si sono distolti dal punto fisso e irraggiante. Scordano il presente per l’avvenire, la preda degli esseri per il fumo della potenza, la miseria dei sobborghi per una città radiosa. Disperano della libertà della persona e vanno fantasticando di una strana libertà della specie […]. Non credono più a ciò che è, al mondo e all’uomo vivo. […] L’impazienza dei limiti, il rifiuto del loro duplice essere, la disperazione d’essere uomini li ha gettati infine in una dismisura inumana.
Restano allora il divenire senza l’essere e l’eterno, le parti considerate isolatamente dal tutto, mancano il fine e il senso. E se non esistono fatti ma solo interpretazioni, anche i valori sfumano nelle nebbie di una nullificazione senza requie. Perché richiamando ancora la grande letteratura, che «trasforma la ricchezza spirituale, il cuore del singolo in patrimonio di tutti», la verità è una. Una sola, non due. Vivere senza verità, o con qualche sua briciola, qualche suo frammento, con una verità tosata o potata è difficile. Perché un pezzo di verità non è più verità. In quella notte splendida e silenziosa si meritavano di averla tutta nel cuore, la verità, tutta quanta.

