Vincenzo Mannino, Professore emerito dell’Univerità Roma Tre
Spesso il modo in cui raccontiamo un problema finisce per impedirci di affrontarlo. Pensiamo alla formula: «Condanno ogni forma di violenza, però…». Quel però può introdurre una spiegazione legittima, ma può anche finire per giustificare proprio ciò che si è appena condannato. È un meccanismo che possiamo definire, in senso retorico, «falsa condanna» o «doppio messaggio»: una premessa moralmente rassicurante che prepara una conclusione assai meno rassicurante.
Mi chiedo se qualcosa di simile non accada anche nel dibattito sulla diversità culturale.
Il punto, infatti, non è celebrare la diversità in astratto, limitandosi a proclamare la necessità di promuovere l’inclusione, ma capire come trasformare quest’ultima in una convivenza effettiva. È una prospettiva da considerare più concreta dell’esaltazione incondizionata del multiculturalismo, quasi fosse una garanzia automatica di armonia, senza interrogarsi adeguatamente sulle politiche necessarie a realizzare un progetto concreto di integrazione, partecipazione e rispetto delle differenze.
La diversità può essere una ricchezza, certo. Ma lo è automaticamente?
L’integrazione, inoltre, è un processo reciproco: richiede responsabilità da parte di chi arriva e condizioni effettive di partecipazione da parte della società che accoglie. Questo vale anche per la scuola, dove l’inclusione deve tradursi in scelte concrete, capaci di favorire l’apprendimento e la partecipazione di ogni studente.
In questa prospettiva si colloca il criterio del 30% nella composizione delle classi, previsto da un recente decreto-legge promosso dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, nell’ambito delle misure volte a favorire l’integrazione scolastica degli alunni stranieri, con particolare attenzione all’apprendimento della lingua italiana. L’obiettivo è creare condizioni più favorevoli all’acquisizione delle competenze linguistiche e alla piena partecipazione alla vita scolastica. La finalità non è escludere qualcuno per la sua provenienza, bensì favorire una distribuzione equilibrata degli alunni, così da rendere più proficuo l’insegnamento e promuovere l’apprendimento, tenendo conto delle esigenze linguistiche e formative. La questione, quindi, non dovrebbe essere affrontata – come pure troppo spesso si tende a fare – in termini di contrapposizione tra inclusione ed esclusione, ma interrogandosi su quali condizioni possano favorire concretamente l’apprendimento e l’integrazione scolastica.
D’altro canto, la composizione equilibrata delle classi si inserisce in un insieme più ampio di condizioni che possono contribuire al successo dell’integrazione scolastica. Tra queste rientrano anche il sostegno agli insegnanti e opportunità reali di partecipazione alla vita scolastica. Si tratta di aspetti che concorrono a rendere più efficace l’impegno della scuola nel creare condizioni favorevoli al percorso formativo di ciascuno.
Ma allora perché, talvolta, affrontare le difficoltà concrete dell’integrazione viene interpretato come una forma di intolleranza, se non addirittura come un atteggiamento discriminatorio?
È qui che può emergere il doppio messaggio: si proclama l’inclusione, ma si rischia di scoraggiare le domande sulle condizioni necessarie a realizzarla, come se interrogarsi sulle difficoltà concrete dell’integrazione significasse mettere irrimediabilmente in discussione l’inclusione.
In effetti, se le difficoltà della convivenza vengono negate, minimizzate o liquidate come pregiudizi, le preoccupazioni dei cittadini, ben al di là della sfera scolastica, non scompaiono. Al contrario, possono persistere e intrecciarsi con criticità sociali, senza trovare risposte adeguate. In questo vuoto, peraltro, possono trovare spazio interpretazioni delle difficoltà della convivenza che non contribuiscono a comprenderle, ma rischiano di accentuare la contrapposizione e le diffidenze nei confronti di intere comunità. Le difficoltà dell’integrazione, se non vengono affrontate in modo adeguato, rischiano di diventare terreno di contrapposizione anziché occasione per individuare spazi di confronto e possibili soluzioni. Per questo è importante che le questioni legate alla convivenza siano affrontate nel merito, senza pregiudizi e senza tabù. Se vogliamo favorire un’integrazione effettiva, dobbiamo avere il coraggio di riconoscerne le difficoltà e cercare gli strumenti più adeguati per superarle.
Promuovere l’integrazione, condizione essenziale per rendere effettiva l’inclusione, non significa limitarsi a generiche dichiarazioni di principio. Significa ascoltare le domande, riconoscere i problemi e costruire le condizioni perché le risposte siano efficaci. Solo così le differenze possono diventare una risorsa per la convivenza, senza trasformarsi in un motivo di divisione.

