Alessandro Amadori, psicologo ed esperto dei processi di apprendimento
Michela Cinquilli, avvocato canonista e docente di scuola superiore
Le piazze che attraversano l’Italia e altri Paesi occidentali raccontano una storia che rischia di essere interpretata in modo riduttivo. Da una parte troviamo le mobilitazioni delle categorie produttive in difficoltà; dall’altra emergono le proteste degli studenti e delle nuove generazioni nelle grandi aree urbane. A prima vista sembrano fenomeni separati. In realtà potrebbero essere letti come manifestazioni diverse di una medesima trasformazione culturale: la crescente difficoltà delle persone, e in particolare dei giovani, nel trovare un sistema di valori capace di dare significato al proprio percorso di vita.
Per lungo tempo le società occidentali hanno potuto contare su alcuni riferimenti relativamente stabili. La famiglia, il lavoro, la comunità territoriale, le appartenenze politiche, il sentimento religioso e l’idea stessa di progresso costituivano punti di orientamento condivisi. Oggi molti di questi pilastri si sono indeboliti. Le giovani generazioni crescono così in un contesto caratterizzato da una straordinaria libertà di scelta, ma anche da una crescente difficoltà nel costruire criteri stabili attraverso cui interpretare il mondo e il proprio futuro.
In questo scenario il disagio giovanile non può essere spiegato soltanto attraverso categorie economiche. La precarietà materiale conta, naturalmente, ma non basta a comprendere la profondità del fenomeno. Dietro le difficoltà lavorative, abitative e relazionali emerge una domanda più ampia: quale significato attribuire alla propria esistenza e quale posto occupare all’interno della comunità sociale?
La psicologia sociale ha descritto da tempo il fenomeno della deprivazione relativa, cioè la frustrazione che nasce quando le aspettative individuali superano le opportunità concretamente accessibili. Le nuove generazioni vivono quotidianamente immerse in un ambiente culturale che propone immagini di successo, realizzazione personale, benessere economico e visibilità sociale. Attraverso i social media e la cultura digitale, tali modelli appaiono costantemente accessibili e raggiungibili.
Tuttavia, l’esperienza concreta racconta spesso una realtà diversa. Molti giovani si confrontano con salari modesti, percorsi professionali incerti, costi abitativi elevati e una mobilità sociale percepita come meno dinamica rispetto al passato. Le ricerche europee mostrano che questo scarto tra aspettative e possibilità reali può essere associato a una maggiore vulnerabilità psicologica e a un senso di esclusione sociale.
Ma forse il punto decisivo è un altro. Non è soltanto l’impossibilità di raggiungere determinati obiettivi a generare sofferenza. È la mancanza di criteri condivisi che consentano di comprendere perché quegli obiettivi siano davvero importanti e in quale direzione orientare le proprie energie. Quando i valori collettivi si indeboliscono, le aspirazioni individuali rischiano infatti di moltiplicarsi senza trovare una gerarchia o una sintesi.
Da questo punto di vista, interpretare il disagio giovanile come semplice narcisismo generazionale sarebbe un errore. Dietro la richiesta di consumare, viaggiare, studiare, costruire una carriera o raggiungere l’autonomia economica non si manifesta soltanto il desiderio di ottenere maggiori risorse materiali. Si esprime soprattutto il bisogno di essere riconosciuti, ascoltati e considerati soggetti significativi all’interno della comunità.
Le recenti mobilitazioni possono quindi essere lette anche come un conflitto culturale tra generazioni. Non si tratta del ritorno delle grandi ideologie del Novecento e neppure della costruzione di un progetto rivoluzionario alternativo. Al contrario, colpisce la difficoltà delle nuove generazioni a individuare grandi narrazioni collettive capaci di sostituire quelle che si sono progressivamente dissolte. I giovani contemporanei non chiedono (se non in alcune frange estremiste) di abbattere il sistema. Chiedono di capire quale sia il loro ruolo prospettico all’interno del sistema e quale contributo possano offrire alla società.
In termini sociologici, il problema riguarda il riconoscimento. Axel Honneth ha mostrato come le persone sviluppino identità positive quando percepiscono che le istituzioni attribuiscono loro dignità, valore e prospettive. Quando questo riconoscimento viene meno, emergono sentimenti di esclusione, sfiducia e risentimento. Ma oggi al deficit di riconoscimento si aggiunge anche una crescente incertezza sui valori attraverso cui definire il successo, la responsabilità, l’impegno e il bene comune.
La fragilità della risposta istituzionale appare evidente sotto questo profilo. Una parte della classe dirigente mondiale continua, infatti, a interpretare il disagio giovanile prevalentemente come un problema di ordine pubblico o di adattamento sociale. Così facendo si rischia di trascurare una questione più profonda: il progressivo allontanamento tra l’universo valoriale delle nuove generazioni e quello delle istituzioni che dovrebbero rappresentarle.
Parallelamente, il dibattito pubblico oscilla spesso tra due estremi. Da un lato la celebrazione romantica dei giovani come portatori spontanei di cambiamento; dall’altro la loro descrizione come soggetti fragili, individualisti o disorientati. Entrambe le letture risultano parziali. Il punto centrale è che molti giovani stanno cercando di costruire nuove forme di appartenenza e nuovi sistemi di significato in una fase storica in cui quelli tradizionali appaiono indeboliti.
La pandemia ha ulteriormente accentuato questa dinamica. Molti ragazzi hanno sperimentato un’interruzione dei processi di socializzazione, una riduzione delle opportunità relazionali e un aumento dell’incertezza sul futuro. Non sorprende quindi che il loro benessere psicologico continui a risultare mediamente più fragile rispetto a quello delle generazioni adulte.
La questione giovanile non può dunque essere affrontata esclusivamente attraverso misure economiche, pur necessarie (e, beninteso, perseguendo sul piano penale i comportamenti che si configurano come reati). Essa richiede anche una riflessione educativa e culturale. Una società non vive soltanto di opportunità materiali; vive anche di valori condivisi, di esempi credibili, di ideali capaci di orientare il comportamento individuale verso obiettivi collettivi. E, indubbiamente, in questo periodo storico stiamo attraversando una profonda “crisi dei valori”.
Il punto è che parlare di crisi dei valori non significa sostenere che le nuove generazioni siano prive di principi o meno etiche rispetto a quelle precedenti. Piuttosto, significa riconoscere che è in corso una trasformazione profonda delle gerarchie valoriali. Valori come l’autorità, il sacrificio differito, la fedeltà alle appartenenze tradizionali e la stabilità biografica hanno perso parte della loro forza normativa, mentre acquistano maggiore importanza l’autenticità personale, il benessere psicologico, l’inclusione, la sostenibilità e il rispetto delle differenze. Il problema nasce quando il passaggio da un sistema valoriale all’altro avviene senza che si costruisca una nuova sintesi condivisa capace di offrire orientamento e coesione sociale. Come ha sottolineato Ronald Inglehart nei suoi lavori, il tema della trasformazione dei valori, e della collegata transizione dai valori materialisti ai valori post-materialisti, deve essere tenuto ben presente.
Perciò, se il disagio delle nuove generazioni viene letto esclusivamente come conseguenza di fattori economici, si rischia di cogliere soltanto una parte del fenomeno. Accanto alle difficoltà materiali emerge infatti un’importante questione culturale e valoriale. In questo senso appare fondamentale il richiamo del Ministro Giuseppe Valditara alla ricostruzione di un patrimonio condiviso di valori civici ed educativi. Le società democratiche non si reggono soltanto sulla distribuzione di risorse e opportunità, ma anche sulla trasmissione di principi, norme e significati comuni. Quando tali riferimenti si indeboliscono, aumenta il rischio che i giovani fatichino a sviluppare un senso stabile di appartenenza e di responsabilità verso la comunità. La domanda di riconoscimento che emerge dalle piazze può allora essere interpretata non soltanto come richiesta di inclusione sociale, ma anche come ricerca di orientamento in una fase storica caratterizzata da una crescente frammentazione dei riferimenti culturali.
In conclusione, ciò che emerge dalle proteste contemporanee, oltre che una richiesta di inclusione economica, è anche una domanda di significato. Le nuove generazioni cercano un posto nel mondo, ma cercano pure una ragione per cui quel posto valga la pena di essere occupato. La vera sfida educativa, culturale e politica del nostro tempo consiste sia nel creare nuove opportunità per i giovani sia nel ricostruire un orizzonte di significati condivisi entro cui tali opportunità possano essere comprese, desiderate e responsabilmente vissute.

