Tracce della prova di italiano 2025. Le ragioni profonde del consenso unanime

Laura Sara Agrati, Ordinario di Pedagogia Sperimentale, Università telematica Pegaso

Ieri hanno avuto inizio gli esami di maturità 2025 e come prova di Italiano sono stati proposti dal MIM i sei testi che 524.415 hanno scelto, analizzato, interpretato, ossia:

  • per l’analisi e interpretazione di un testo letterario, la poesia Appendice I a “Del Diario” di Pier Paolo Pasolini, svolta dal 7,4% dei maturandi e un brano tratto da Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, svolta dal 2,3%;
  • per l’analisi e produzione di un testo argomentativo, un testo tratto dal volume Gli anni trenta, il decennio che sconvolse il mondo, dello storico britannico Piers Brendon, svolta dal 12,8%, un brando dell’articolo di Riccardo Maccioni “Rispetto” è la parola dell’anno Treccani. E serve per respirare pubblicato su Avvenire martedì 17 dicembre 2024, svolta dal 40,3% e un brano di Telmo Pievani da Un quarto d’era (geologica) di celebrità, svolta dall’8,2%;
  • per la riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità, il testo di Paolo Borsellino, “I giovani, la mia speranza”, svolta dal 13,6%, un articolo di Anna Meldolesi e Chiara Lalli dal titolo “L’indignazione è il motore del mondo social. Ma serve a qualcosa?”, svolta dal 15,4%.

I commenti sulle diverse testate giornalistiche fin dalle prime ore sono state di grande consenso, con punte di non celato entusiasmo. Ne riportiamo (purtroppo per ragioni di spazio) solo alcuni.

Per la poesia di Pasolini, una vera ovazione: si va dalla “gradita sorpresa” di Marco Salvadori, presidente del Centro studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia, per la scelta di un componimento del giovanile periodo friulano anziché della più nota fase romana, al “tributo necessario” da parte dello scritturo Fulvio Abbate, che richiama la “vocazione pedagogica” del grande intellettuale capace di dialogare “con chiunque, anche con i giovani fascisti, con un atteggiamento tutt’altro che oppositivo”.

Per la traccia sul rispetto, coro unanime: si va dall’“ondata di engagement e sentiment sorprendentemente positivo” rilevata dalla società Arcadia che ha analizzato le conversazioni online e social rilevando appunto un “boom” associato alla parola “rispetto”, alla “sorpresa e la soddisfazione” di Giuseppe Patota, ordinario di Linguistica italiana e codirettore del Vocabolario Treccani, citato nell’articolo di Maccioni, allo stesso Riccardo Maccioni, autore dell’articolo da cui è stata ricavata a traccia, sentitosi “molto stupito e onorato” della scelta.

Persino il testo di Brendon sugli anni ’30 è stato accolto con soddisfazione del presidente della Giunta Storica Nazionale e docente di Storia contemporanea, Francesco Perfetti, che considera la “traccia certamente adatta per valutare non solo il grado di conoscenza della materia ma anche il livello di maturità dello studente”.

Gli anni passati ci avevano abituati ad attendere, appena dopo la pubblicazione delle tracce dell’esame di italiano e nei giorni immediatamente successivi, critiche di diversa foggia: il giudizio di prevedibilità dato alle tracce del 2024 quando furono proposti, tra gli altri, l’“uomo di pena” di Ungaretti, le minacce del conflitto atomico; feroci critiche da parte di maturandi e professori nel 2017 nei confronti del Ministero giudicato di essere “lontanissimo da quel che accade nelle classi (…) ignaro di cosa si fa e di come lo si fa” per aver proposto il componimento “Versicoli quasi ecologici” di Giorgio Caproni (non per via dei temi affronti quanto per il fatto che l’opera fosse troppo recente e di un autore difficilmente affrontato nel programma di studio); commenti ironici nel 2014 quando tra le tracce fu proposto lo spunto di Renzo Piano sul “rammendo delle periferie”.

Quest’anno qualcosa è andato diversamente. Cosa? Proponiamo una breve riflessione sul motivo del consenso unanime e partiamo proprio dalla protesta del 2017, dai termini che poneva e da come fu gestita.

Ogni atto educativo – e istruttivo di conseguenza – è nulla se non sollecitazione del desiderio di vivere, di crescere, di emanciparsi che ciascuno e ciascuna di noi porta con sé, sin dall’infanzia, a diversi gradi di profondità e consapevolezza, in base alle esperienze fatte e agli stimoli ricevuti, cui l’educazione e la didattica appunto possono contribuire.

Anche il gesto valutativo – indissolubilmente legato all’educazione – deve mantenere tale funzione, persino al suo massimo grado di formalità e istituzionalità – come quello raggiunto nell’esame di stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione, dove appunto l’istituzione (la scuola) verifica e valuta il possesso di specifiche capacità negli individui (gli studenti e le studentesse) che di li a poco vivranno come cittadini pienamente in grado di esercitare diritti e assumere doveri (maturi). Ogni vera valutazione trova il modo di tenere fede alla sua origine educativa, di sollecitare sempre quel desiderio (di vita, di crescita, di emancipazione) in ciascuno, pur nella formalità della circostanza, pur nell’istituzionalità dell’occasione.

Le critiche di maturandi e professori alle tracce del 2017 non erano rivolte alla qualità dei temi, quanto ai criteri di scelta dei ministeriali, considerati distanti dalla realtà delle classi, dai programmi effettivamente realizzati a scuola. Le tracce del 2017 e in parte del 2014 furono criticate perché utilizzavano “il contemporaneo con disinvoltura”, partivano “dall’idea che l’attualità sia nota. Che le grandi questioni siano patrimonio di tutti i ragazzi”; soprattutto furono tacciate come “segno della demagogia con la quale anche al Miur tratta professori e studenti, programmi scritti e programmi reali” (cfr. Lilli su IlFattoQuotidiano). A poco valse la difesa delle scelte fatte dell’allora Ministra Fedeli – con la motivazione che le tracce riflettevano “le sfide che società contemporanea pone” e che il problema non era l’autore scelto, ma la preparazione degli studenti – se non forse a confermare quei dubbi amari di demagogia al fondo delle critiche.


Il rispetto, tema della terza traccia, optata da più di un terzo dei maturandi, è “un elemento che contribuisce a costruire l’umanità (…) valore di cui in questo momento abbiamo maggiormente bisogno”, come rilevato da Maccioni, che con molta probabilità i maturandi desiderano nel profondo e chiedono a gran voce, hanno affrontato a scuola e hanno ascoltato nel discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, quando aveva plaudito proprio alla scelta della Treccani della parola dell’anno.

La poesia di Pasolini, argomento della prima traccia, sebbene scelta solo da meno di un decimo dei maturandi, era comunque “al posto giusto perché racconta il passaggio dall’adolescenza alla maturità”, come acutamente sintetizzato dalla scrittrice Dacia Maraini; semplicemente descriveva quella condizione, di attesa e inquietudine, ridestata nel 7,4% di maturandi.

Il ragionamento da fare, infatti, non è banalmente dicotomico – “Pasolini in, Caproni out”, “Rispetto si, Rammendo delle periferie no” – quanto piuttosto di semplice recupero del senso educativo della prova di maturità di Italiano: mettere nelle condizioni gli esaminandi di dimostrare le proprie capacità e il proprio desiderio di esprimersi, attraverso tracce significative nella misura in cui ridestano e, magari moltiplicano, tale desiderio.