Non è un Paese per ‘terzi partiti’? La rottura tra Trump e Musk e il futuro politico americano

Andrea Venanzoni, PhD in Diritto pubblico e costituzionale – Università di Roma Tre

L’8 luglio scorso, Elon Musk ha presentato alla Federal Election Commission (FEC) americana l’atto di fondazione del nuovo soggetto politico da lui fondato, l’America Party. Sede in California, ad Hawthorne e già attivo su X con un vistoso e popoloso profilo social.

Dopo l’addio al DOGE e all’amministrazione Trump, un addio previsto e schedulato ma trasformatosi in terremoto politico dopo le polemiche sulla legge di bilancio, il magnate di origini sudafricane sembra fare davvero sul serio.

Il partito raccoglie e sintetizza le criticità emerse nel cuore dell’approvazione notturna del Big Beautiful Bill trumpiano e in certa misura sembra porsi in assoluta continuità con lo spirito che aveva animato il DOGE; drastico snellimento dell’apparato pubblico, deregulation e soprattutto riduzione della spesa pubblica, autentico punto di caduta questo con il Presidente.

Trump e una parte del movimento MAGA hanno accusato Musk di conflitto di interessi e di essersi messo di traverso soltanto per via del mancato rinnovo degli incentivi statali sulle auto elettriche, di cui Musk, via Tesla, ha beneficiato nel corso degli anni.

In realtà, una critica che non tiene conto di un dato elementare e cronologicamente precedente la rottura frontale: Musk aveva già sonoramente bocciato la politica dei dazi e il protezionismo commerciale, postando sui suoi canali social il famoso video di Milton Friedman che spiega la complessità collaborativa e interconnessa della globalizzazione prendendo ad esempio la fabbricazione di una matita.

Vero è che tra la visione del mondo, della società e dell’economia di Musk, e dell’apparato che siamo soliti ormai rubricare come ‘tecnodestra’, e quella propria del mondo MAGA scorre un autentico oceano.

Tanto protezionisti in economia, ai limiti dell’autarchia stando a certe uscite mediatiche del Segretario al commercio Lutnick, isolazionisti in politica estera, ferocemente anti-immigrazionisti i MAGA, quanto pro-mercati, aperti al commercio internazionale e dei propri servizi rivolti al mercato europeo e a favore di una immigrazione intellettuale e altamente qualificata Musk e gli altri magnati del Tech.

Al di là quindi delle incomprensioni caratteriali e della difficile coesistenza di ego abbastanza significativi, c’erano sin dalle origini differenze sostanziali, profonde, le quali lasciavano intendere che per la concretizzazione della rottura tra i due non sarebbe stata questione di ‘se’ ma solo di ‘quando’.

Inutile nascondere che la creazione di un nuovo partito nelle mani di Musk è per Trump una significativa spina nel fianco.

A livello politico, certamente, considerando che tra meno di due anni si terranno le Midterm Elections che potrebbero ridefinire il panorama e gli equilibri parlamentari, ma soprattutto in chiave comunicativa; Musk è proprietario di X e ha contribuito a ridefinire la comunicazione politica e giornalistica nel tempo delle piattaforme digitali.

E mentre Steve Bannon chiede l’espulsione dal Paese di Musk, in forza della legge sull’immigrazione, Musk inizia a cavalcare, seguito in questo da una parte non piccola del mondo MAGA, la timidezza che l’amministrazione Trump sta dimostrando sulla famigerata lista Epstein.

I terzi partiti nella storia politica statunitense, dal Green Party al Libertarian Party, fino al Constitution Party, si sono quasi sempre risolti in disturbo elettorale per i due grandi partiti, senza aver mai davvero incrinato, con la sola, parziale eccezione del Partito Anti-Massonico nell’Ottocento, il duopolio partitico.

L’operazione di Musk, pur vocata a parole a spezzare il duopolio, appare più una OPA ostile sul Partito Repubblicano, per portarlo, tra finanziamenti e mezzi di comunicazione, dalla sua parte.

A partire dalle prossime elezioni di metà mandato.