Il rifiuto di sostenere l’esame orale è solo ribellismo

Vincenzo Mannino, Professore emerito dell’Università Roma Tre

Qualche giorno fa uno studente di Padova e una studentessa di Belluno si sono presentati a sostenere gli orali dell’esame di Stato, ma hanno fatto scena muta. Sapevano che la scelta non avrebbe compromesso la loro promozione. Infatti, avevano già conseguito il punteggio minimo per passare l’esame anche senza il voto dell’orale.

Una vicenda simile si era verificata lo scorso anno e altri casi pare che si stiano ripetendo. Siamo di fronte a un fenomeno chiaramente residuale, ma che potrebbe estendersi. Soprattutto per il rilievo mediatico che ha ricevuto. A ragione è intervenuto il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Valditara, annunciando un provvedimento di sicuro buon senso: per l’esame del prossimo anno scolastico (il cui nome ritornerà a essere ‘esame di maturità’), se una studentessa o uno studente non si presenterà a sostenere l’orale senza giustificato motivo o decidesse di non rispondere perché non vuole collaborare e vuole boicottare l’esame, sarà bocciato.

L’annuncio ha ricevuto ampio consenso. D’altronde, come potrebbe un Ministro dell’Istruzione e del Merito ammettere che uno studente superi l’esame sottraendosi a una delle prove previste? Eppure sono emerse alcune critiche. Si è voluto giustificare il comportamento dei due giovani, enfatizzandosi che la protesta sarebbe genericamente rivolta all’incapacità dei docenti di ascoltare e alla loro mancanza di empatia, ma anche al rifiuto dei meccanismi di valutazione scolastica e dell’eccessiva competitività. Si è esaltato il desiderio di opporsi a una scuola dove allignerebbe la violenza sociale quale prodotto della spinta alla competizione, assumendosi il voto come primario valore di riferimento. In contrappunto, gli educatori sono stati definiti addirittura dei potenziali «aguzzini prestazionali». Queste e altre giustificazioni, comunque, lasciano intravedere il rifiuto dell’idea di disciplina e l’incitamento al boicottaggio.

È chiaro che nessuno in uno Stato democratico (come è quello italiano) possa e voglia vietare la protesta civile. Ovviamente, quando avvenga nel rispetto dell’altro, altrimenti si cadrebbe in una sorta di elogio dell’ipertrofia dei diritti e nel prosciugamento dei doveri. Il convivere civile si basa sul giusto equilibrio fra diritti e doveri. Deve essere chiaro che la protesta, se scalfisce e intacca i diritti altrui, deve essere sanzionata. Non posso, per esempio, manifestare in una città e non accettare che la distruzione di vetrine, auto e quant’altro mi capiti sotto mano mi esponga a una sanzione. Non si può avere tutto. Consentirlo significherebbe alimentare atteggiamenti infantili, come troppo spesso è accaduto nel nostro paese.

La protesta dei giovani che si sono rifiutati di sostenere l’esame orale non ha prodotto danni materiali. Tuttavia, ha platealmente minato la credibilità e l’autorità dell’istituzione-scuola e, quindi, dei docenti. È stata pure una mancanza di rispetto nei confronti di tutti quegli studenti (in pratica la totalità) che si sono impegnati per affrontare con serietà e fatica l’atto conclusivo del loro percorso scolastico.

D’altro canto, lo psichiatra Crepet ha giustamente osservato che la protesta è avvenuta «fuori tempo massimo». Nel senso che avrebbe potuto avere un significato incisivo e produttivo se esercitata durante gli anni del percorso scolastico. Avrebbe potuto, allora, ‘stanare’ i docenti poco attenti alle richieste degli studenti e avviare un dialogo promettente. Invece, la protesta è avvenuta all’atto conclusivo degli studi nella scuola superiore, immiserendosi inevitabilmente nel rifiuto della valutazione e dimenticato quanto sia poco sano rifiutare a priori il giudizio e anche il confronto con l’insuccesso. Per carità, giudizi e insuccessi potranno talvolta essere errati e non meritati, ma, a maggior ragione, la loro metabolizzazione da parte di chi li riceva costituirà un momento di crescita personale. Spiace dirlo, ma per come si è espressa la protesta sembra più che altro diretta a sollevare polemiche pretestuose e sterili. Appare più sintomo di ribellismo che un contributo alla soluzione di problemi. Anche sotto questo punto di vista, bene ha fatto il Ministro a intervenire e contrastare sul nascere un comportamento non condivisibile.