La politica economica italiana non ha bisogno di slogan, ma di realismo

Raffaele Fiume, Ordinario di Economia aziendale all’ Università degli studi di Napoli “Parthenope”

In una recente intervista il segretario del PD Elly Schlein ha duramente attaccato la politica economica del governo. Le critiche mosse stupiscono per il metodo, prima ancora che per il merito.

Tutti vorremmo un’Italia tanto autorevole e forte da trattare, da sola, alla pari con gli Stati Uniti, obbligandoli a non applicare dazi o ad adottare politiche fiscali ostili alle proprie imprese. E chi non vorrebbe un mondo con spese militari minime, welfare universale e gratuito per tutti, con l’energia quasi gratuita e senza il buco nell’ozono? Belle parole, principi che è facile proclamare, ma che non aiutano la crescita della dialettica democratica perché sanno di ingenuità e restano al livello di meri slogan.

Il Pil dell’Italia è la decima parte di quello USA ed il settimo al mondo, ben distante dal sesto. Questa è la forza, notevole ma non determinante, con cui il governo italiano, quale che sia il suo colore, si relaziona con le altre potenze alleate. Immaginare la politica estera come determinata dal “non voler infastidire” o dal “non saper dire di no” è alquanto semplicistico. L’Italia siede al tavolo del G7, al tavolo degli alleati Nato e al tavolo dei partner europei con i propri punti di forza e di debolezza strutturali e con l’enorme vantaggio costituito dalla guida del presidente Giorgia Meloni, la cui leadership internazionale è riconosciuta da tutti, fuori dall’Italia.

In questo quadro si collocano le delicate partite dei dazi, dell’imposizione sulle multinazionali, dell’incremento della spesa militare. Tutte questioni entrate in agenda per la politica muscolare di Trump e sostanzialmente “subite” dai Paesi alleati.

La questione dei dazi è solo una delle gravissime conseguenze del fallimento del Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP), approvato dagli stati europei tranne che dalla Germania a guida Merkel, che l’ha bocciato. La proposta dei dazi al 10%, derisa da Schlein, è proprio la proposta dell’Europa unita; proposta già duramente respinta dagli USA.

L’accordo dei G7 sulla global minimum tax, così come l’aumento della spesa militare in sede nato non possono che essere letti nel più ampio contesto delle minacce di unilateralismo dell’amministrazione Trump e della sostanziale dipendenza dall’ombrello militare USA. E cosa dovrebbe fare l’Italia se non schierarsi con tutti gli altri Paesi in sforzi diplomatici che ne riducono l’impatto per quanto possibile?

Maggiore riflessione merita l’aumento della spesa militare, anch’esso concordato tra tutti gli alleati. Innanzitutto, nel medio periodo, un maggiore contributo di tutti alla spesa della Nato non può che rafforzare la voce degli alleati rispetto agli USA. Nel breve, non è forse l’unica reazione possibile ai venti di guerra che soffiano minacciosi? Peraltro, in chiave economica, troppo spesso si dimentica che una maggiore spesa militare Nato significa crescita per alcune grandi realtà industriali del Paese, ad alto contenuto tecnologico, ad alto valore aggiunto e ad alto impatto occupazionale, a cominciare da Leonardo.

L’Italia ha il terzo debito pubblico al mondo; la spesa pubblica è stretta tra le spese per interessi e le spese per le pensioni. E’ l’eredità di decenni di politiche pubbliche, guidati da tutte le forze politiche, ma prevalentemente da governi del Partito democratico. In questi stretti margini si sono mossi gli investimenti sulla scuola (si pensi all’enorme sforzo di agenda sud), la spesa per la sanità pubblica (ai massimi storici e precedentemente tagliata dal centrosinistra), i contributi per il caro energia (dovuto in prevalenza all’eccessiva dipendenza dalle fonti russe costruita dai governi precedenti), i recuperi della immensa spesa per i superbonus edilizi (targati PD e M5S).

E’ vero, purtroppo, che la produzione industriale è stagnante. Lo è, sostanzialmente, dal 1991. Questa è una delle emergenze del Paese, che meriterebbe un impegno bipartisan, serio e profondo. Un impegno che parta dall’analisi serena per giungere all’individuazione di politiche industriali innovative e solide, che scrostino le rigidità e premino lavoratori e impresa, più che rendite e inoperosità. Perché l’Italia ha bisogno di un confronto politico serrato e responsabile, che non si fermi agli slogan.

Il modello spagnolo, a cui rivolge lo sguardo Schlein, potrebbe fornire qualche spunto, a partire dal fatto che il suo dinamismo si fonda innanzitutto sul “salto” delle politiche sessantottine del centrosinistra che ancora irrigidiscono l’Italia.