Le esigenze della difesa tra minacce percepite e reali

Domenico Rossi, Generale, già Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito

Troppe volte si fa confusione fra minaccia, percezione della stessa e le effettive esigenze della difesa.

La minaccia è qualcosa di reale e di misurabile attraverso l’analisi delle informazioni sull’avversario, le conoscenze tecniche degli armamenti, la tipologia e l’entità degli stessi, il numero degli uomini disponibili, l’addestramento e la quantità di quelli combat- ready, l’entità delle riserve ed in particolare di quelle addestrate e cosi via.

La minaccia può essere quindi valutata su dati concreti e disponibili ovvero ricercati con qualsiasi fonte.

A fronte della concretezza della minaccia vi è’ poi la percezione della stessa, che è invece influenzata da fattori decisamente meno concreti quali la situazione geopolitica globale, regionale, locale, i rapporti politici tra Stati, l’atteggiamento dei singoli Stati e l ‘assenza di una conflittualità che porti a ricadute dirette sugli interessi di chi giudica e tanto altro.

A cosa adeguare allora le esigenze di difesa alla minaccia o alla percezione della minaccia?

Il grande errore dell’Occidente è stato proprio quello, dopo la dissoluzione dell’U.R.S.S., di adeguare la propria difesa non alla minaccia reale o potenziale ma a quella percepita, erroneamente ritenuta  locale, limitata e di fatto gestibile con missioni di “pace” che di “pace” non erano, come dimostrano purtroppo i tanti soldati italiani caduti nell’adempimento del dovere. Una minaccia così sottovalutata che è stato di fatto non adeguato il  budget per la difesa, trasformato in diritto soggettivo il diritto all’obiezione di coscienza, sospeso il servizio militare obbligatorio.

Le conseguenze sono state essenzialmente per le Forze Armate quelle di dovere dare priorità, nell’ambito del bilancio assegnato, ai settori e agli equipaggiamenti necessari per le missioni tralasciando l’acquisizione, ovvero l’ammodernamento dei mezzi tipici delle guerre convenzionali. Si è risposto quindi solo per quanto possibile alle esigenze degli scenari futuri per quel che concerne in senso generale la sicurezza: dalle infrastrutture critiche alle comunicazioni sottomarine, lla cyber defence, allo spazio e a tanto  altro. Il servizio di leva è stato pienamente sostituito con efficienza da personale volontario e professionalmente più adeguato alle esigenze attuali, ma ci troviamo senza riserve addestrate da richiamare all’esigenza.

Poi un giorno ci siamo svegliati da questa catalessi e abbiamo trovato una guerra alle porte dell’Europa, frutto di una aggressione in pieno spregio del diritto internazionale da parte della Federazione Russa nei confronti dell’Ucraina. Una aggressione di cui non sono ancora chiari gli obiettivi attuali e quelli eventualmente di lunga prospettiva.

Una guerra sia ibrida sia combattuta in larga parte con mezzi convenzionali per effetto della quale improvvisamente, con incredibile meraviglia di tanti, sono state scoperte le grandi carenze difensive non solo italiane ma di tutti i Paesi Europei Nato e non, da valutare non solo alla luce della esperienza del conflitto russo-ucraino ma anche sulla base delle sfide emergenti a carattere globale. Così l’antico motto “se vuoi la pace prepara la guerra” è ritornato di nuovo  imperante con buona pace di tutti.

In un contesto di parziale disimpegno o comunque minore impegno degli USA a favore dell’Europa, in ambito Nato i 27 membri hanno deliberato di destinare  in prospettiva il 5% del PIL per le esigenze della Difesa e Sicurezza. Lo scandalo che si solleva da più parti a fronte di questo impegno non tiene conto di due aspetti. Il primo che la sicurezza è la condizione primaria per lo sviluppo sociale ed economico di un Paese, specie nel momento in cui hai una guerra alle porte. Il secondo che semplicemente si stanno adeguando le esigenze di Difesa non alla minaccia percepita, frutto anche di ipotesi aleatorie, ma a quella concreta valutabile e reale.

Incomprensibili appaiono quelle prese di posizione politica che sembrano quasi ignorare le riflessioni degli analisti militari, cioè di coloro che eventualmente domani sul terreno saranno destinati a dare la risposta reale alle esigenze di difesa e sicurezza.

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